Il solstizio d’estate tra miti e leggende. Il caso di Sovana

La cattedrale di Sovana al sorgere del solstizio d'estate

GROSSETO. All’alba di venerdì 21 giugno (alle 5,37) torna il solstizio d’estate. Anche se nel 2024 l’orario esatto cade stasera, 20 giugno 2024, precisamente alle 22:51 ora italiana. 

Un evento venerato nel Mondo da tante usanze e riti, tra miti e leggende, ma che di fatto è il momento in cui il sole, lungo il tropico del Cancro, a mezzogiorno, raggiunge lo zenith: i raggi insomma, cadono perpendicolarmente sulla terra, con il massimo delle ore di luce. In Italia si calcola che siano 15 ore consecutive.

Nel mondo si celebra in molti luoghi

A Stonehenge, in Inghilterra per esempio, ogni anno si radunano migliaia e migliaia di persone, che attendono l’alba.

Il complesso monolitico è infatti posizionato in modo tale da essere attraversato dai raggi del sole, e durante il solstizio la luce attraversa esattamente la porta principale dell’imponente struttura. 

Queste tradizioni sono ancora oggi diffuse in tutta Europa e nel Mondo, anche per attrarre turismo, e si concentrano in particolar modo nella notte fra il 23 e 24 giugno, conosciuta come Notte di San Giovanni, o anche Notte delle Streghe.

In Maremma evento nella cattedrale di Sovana

Nella cattedrale di San Pietro a Sovana, la cui costruzione è stata iniziata nell’VIII secolo, il solstizio d’estate è ormai diventato un evento imperdibile, che cattura la curiosità di molti.

Dalle navate della cattedrale, l’appuntamento è dalle 5 del mattino, il sole incomincia a penetrare e alle 6 il primo raggio di sole entra dalla monofora dietro l’altare.

Una piccola fessura di luce, che poi lentamente diventa sempre più nitida: arrivando al centro, sulla parete opposta in fondo alla chiesa, sopra l’affresco di un crocifisso. Pochi minuti, e già alle 6.30 il sole gira verso sinistra fino a incontrare tutte le colonne della cattedrale. Un vero spettacolo, che incuriosisce e appassiona fedeli e spettatori.

Il Duomo di Sovana

Antonello Carrucoli: «Vi racconto i segreti del Duomo di Sovana»

«Diversi anni fa l’archeo astronomo Adriano Gaspani, di fama internazionale, venne invitato a studiare il sito di Poggio Rota, la piccola Stonehenge della Maremma, ad alta valenza astronomica – racconta Antonello Carrucoli, uno degli studiosi dell’evento del Duomo di Sovana della prima ora -. Insieme a Giovanni Feo, Gaspani mi chiese di collaborare e rimase però colpito dal Duomo di Sovana».

«Facemmo così i rilievi dal 21 al 24 giugno per il solstizio estivo, alla levata del sole, visto che potevano esserci dei riferimenti, e vedere cosa succedeva nella monofora. Non è sempre è possibile vedere il solstizio, ma l’occasione fu fortunata. L’orientamento del solstizio estivo della cattedrale di Sovana è però anomalo, rispetto alle regole canoniche medioevali della chiesa».

«L’orientamento infatti era rivolto generalmente all’equinozio, all’equilibrio e giustizia perpetrata da Gesù. L’anomalia è spiegabile perché la monofora attuale è in corrispondenza della vecchia cripta, in cui l’apice della stessa è in corrispondenza del solstizio estivo. Tipico delle culture nordiche, germaniche in particolare, e Sovana è stata sotto l’egemonia Longobarda con la vecchia chiesa che è stata così orientata».

«Quel giorno veniva sacralizzata la forza del sole. Poi con Enrico Calzolari, un altro arche astronomico internazionale, nuovi studi hanno portato a conoscere l’equinozio da un’altra monofora, che crea effetti straordinari e un cerchio perfetto. E come tanti altri duomi, in quello di Firenze per esempio, è una perfetta meridiana, uno studio che ho riportato in molti articoli e pubblicazioni».

Cosa è il solstizio

Rispetto al solstizio d’inverno le giornate con il solstizio d’estate si allungano, arrivando ad avere il massimo delle ore di luce.

All’estremo nord del Mondo, al Circolo polare artico, il sole per esempio non tramonta mai.

 

 

La 1000 miglia incanta Castiglione della Pescaia

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. La 1000 miglia è tornata a Castiglione della Pescaia a distanza di tre anni, e come la prima volta nel 2021 grande è stata la partecipazione, soprattutto dei turisti, che hanno potuto ammirare le auto storiche da vicino, e tutti i grandi marchi come Ferrari, Lamborghini, Porsche, Aston Martin, e ancora Fiat, Mercedes, Alfa Romeo e tante altre, ma anche i bolidi attuali comprese quelli elettrici.

Un evento dunque sempre molto apprezzato e non solo dagli appassionati dei motori.

La pioggia ha bagnato il transito delle prime auto

In tarda mattinata, quando ancora le prime macchine stavano transitando da poco al check point, si è scatenato su Castiglione della Pescaia un vero e proprio nubifragio, fortunatamente durato solo qualche decina di minuti.

Come nel 2021, allora era il 17 giugno, il pranzo per i partecipanti è stato organizzato in piazza del Mercato, sotto il tendone allestito per l’occasione, che di fatto ha salvato la giornata.

 

 
 
 
 
 
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Poi sono incominciate ad arrivare le auto storiche, quelle che hanno avuto l’attenzione maggiore, pezzi in qualche caso davvero unici: dopo un giro provenendo dalla strada provinciale del Padule, la Castiglionese, le macchine sono passate sulla strada Panoramica, per poi tornare lungo il porto canale in piazza del Mercato. Ad anticipare il convoglio sono state le Ferrari del Tribute 1000 Miglia e le auto elettriche della 1000 Miglia Green, mentre le supercar e hypercar iscritte alla 1000 Miglia Experience.  

Già nel parcheggio si è così incominciato a respirare l’aria della 1000 miglia, quella della benzina super, con i bolidi, alcuni davvero preziosi, che sono stati presi di mira dalle macchine fotografiche, per il classico selfie, e dalle telecamere delle tante tv che hanno approfittato per documentare la giornata.

Una tavola imbandita con i piatti della tradizione

Naturalmente il pranzo, veloce per i partecipanti al massimo 45 minuti prima di dover ripartire, è stato caratterizzato dalla preparazione dei tanti chef: in particolare da quelli dell’associazione Ristoratori Castiglionesi, ma anche da qualcuno arrivato da Grosseto e da chi segue costantemente l’organizzazione dell’evento.

Il menu caratteristico, con tutti prodotti locali, dai formaggi ai salumi toscani e maremmani, e poi non sono mancati i tortelli ma anche la porchetta o il baccalà. Insomma, un pasto che ha visto gli equipaggi stranieri uscire con soddisfazione e riprendere la “corsa”.

In tutto, circa 1500 persone sono state servite, comprese le forze dell’ordine, staff, sicurezza e personalità.

Poi la ripartenza verso Roma

Le auto dopo il pit stop enogastronomico sono ripartite, rombando, verso Roma attraversando Grosseto, transitando per Marta, il lago di Bolsena e Viterbo, prima di concludere la giornata con la sfilata in via Veneto nella capitale.

La 1000 miglia edizione 2024

I partecipanti alla 1000 miglia arrivano da tutto il mondo: le auto sono partite da Brescia l’11 giugno, per tornare in Lombardia il 15 giugno dopo circa 2200 chilometri. In tutto circa 450 le vetture iscritte, costruite a partire dal 1927 fino al 1957, per le cinque tappe del nuovo percorso, questa volta da affrontare in senso antiorario passando per Torino e Genova, prima del giro di boa nella Capitale, la risalita verso Bologna, e il rientro a Brescia.

Il costo solo per l’iscrizione è stato di circa 15 mila euro, senza contare le spese del trasporto delle auto, dell’eventuale assistenza e tutti gli imprevisti che possono capitare in un’avventura come questa. 

Le tappe

Partenza martedì 11 giugno da Brescia passando per Bergamo, Novara e Vercelli per arrivare a Torino.

La seconda tappa mercoledì 12 giugno passando per Acqui Terme, Genova lungo la costa tirrenica per raggiungere Viareggio.

La terza tappa, giovedì 13 giugno, viaggiando alla volta di Lucca, Castiglione della Pescaia e poi Viterbo, Ronciglione per arrivare a Roma.

La quarta tappa, venerdì 14 giugno, con partenza all’alba la 1000 miglia risale l’Italia passando per Orvieto, Solomeo, Siena e Prato, i passi della Futa e della Raticosa, e l’arrivo a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna.

Infine sabato 15 giugno il gran finale, attraversando Ferrara, Bovolone e Villafranca, costeggiando il Lago di Garda con la Valtenesi e Salò, fino alla passerella conclusiva a Brescia in viale Venezia.

La sindaca Elena Nappi ha annunciato che nel 2026 la 1000 miglia tornerà per la terza volta a Castiglione della Pescaia.

Beach tennis, lo spettacolo dei campioni. E Castiglione lo vuole ogni anno

Beach tennis, BT200 a Castiglione: i quattro vincitori Serantoni, Ammendola, Gasparri e Valentini e due momenti delle finali

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Centinaia di persone, spettacolo in campo e fuori, alberghi e ristoranti pieni: il torneo internazionale di beach tennis, il BT200 organizzato da Beach Tennis Toscana Event, ha fatto centro, confermando che lo sport all’aperto, se programmato per tempo e con oculatezza, è uno straordinario traino per il turismo fuori dalla stagione canonica della tintarella.

La scelta della location centrale, il piazzale Maristella, che ha attirato anche tantissimi curiosi di uno sport che non tutti conoscono ma che regala momenti di spettacolo assoluto, la musica di Dj Fonzi, sicuramente più a suo agio dietro alla consolle che con la racchetta in mano, anche lui è un grande appassionato di beach tennis, l’organizzazione curata da mesi di Luca Bidolli, affiancato da una squadra straordinaria e la presenza di campioni a livello mondiale, sia in campo maschile che femminile, ai primi posti del ranking, hanno creato un mix che ha fatto di Castiglione l’assoluto protagonista del fine settimana appena concluso.

Luca Bidolli di Beach Tennis Toscana Event con lo staff che lo ha affiancato a Castiglione
Beach Tennis Toscana Event, lo staff che ha affiancato Luca Bidolli a Castiglione

Tanto che l’assessora al turismo, Susanna Lorenzini, che ha presenziato alle premiazioni insieme al presidente dell’Acot, l’associazione albergatori, Paolo Pieraccini, patron del Miramare, ha fatto capire che l’Amministrazione, con Beach Tennis Toscana Event, sta riflettendo sull’ipotesi di trasformare l’evento in un appuntamento fisso, il paese del castello può essere una perla sul Tirreno dove ospitare il grande beach tennis del circuito mondiale Itf.

Castiglione può diventare una piccola Aruba, l’isola caraibica che sul beach tennis ha costruito un’intera economia. 

«Ne stiamo parlando – ha detto Susanna Lorenzini – l’idea ci piace e questo straordinario successo ci incoraggia a fare questo passo. Speriamo di rivederci qui l’anno prossimo». Se ne parla già adesso perché, in eventi come questi, la programmazione è decisiva.

Fra l’altro nel prossimo settimana sarà la volta del beach volley, con un torneo nazionale di altissimo livello. Un altro sport che, per una località di mare, è un traino formidabile.

Spettacolo in campo, vincono Gasparri-Valentini e Ammendola-Serantoni

I tornei sono stati spettacolari. La direzione arbitrale è stata affidata all’internazionale Massimo Morelli, coadiuvato dall’arbitro nazionale Marco Tarentini.

E lo spettacolo si è visto sia nei due tornei principali, i BT200 maschile e femminile, con in campo alcuni dei migliori giocatori e giocatrici al mondo, sia in quelli under, con giovani talenti pronti a dar fastidio anche nelle classifiche open, sia in quelli collaterali open, nei quali ancora una volta a trionfare sono stati i più giovani.

E il forte vento di maestrale che, soprattutto domenica, ha spazzato il piazzale Maristella non ha tolto nulla allo spettacolo. Nel beach tennis vento e sole fanno parte del gioco. E solo i campioni veri, che sanno adattare il proprio beach tennis alle condizioni più difficili, riescono a fare la differenza quando le traiettorie non sono pulite come nelle gare indoor.

Le finali lo hanno detto in modo chiaro.

In campo femminile Giulia Gasparri, 33 anni, ravennate, numero 7 al mondo e 5 volte campione del mondo e Ninny Valentini, di Cervia, 25 anni, numero 12 al mondo e 2 volte campione del mondo, hanno dimostrato di avere tecnica e intelligenza tattica superiore a tutte le altre. In nessuna partita, neppure nella tiratissima finale con la giovanissima e fisicamente statuaria francese Marie Bray, in coppia con la talentuosa piemontese Michela Romani, sorella gemella di Noemi, che si è fermata alle semifinali, hanno dato l’impressione di non avere in mano il gioco.

C’era vento? E Giulia e Ninny hanno sfinito le avversarie con tocchi corti, palle liftate, ricorrendo agli attacchi potenti solo e quando c’era la certezza di mettere la palla dentro alle righe, come con il bilanciere di Giulia nell’ultimo punto della finale. Il beach tennis non è solo picchiare forte, come qualcuno crede, almeno all’aperto. Devi giocare con il vento, non contro il vento.

Qualcosa di simile è successo anche nella finale maschile, vinta dalla coppia laziale Andrea Serantoni, 28 anni, #67 al mondo e Elia Ammendola, ventenne di Fiumicino, fra i più migliorati del circuito. In finale se la vedevano con la coppia formata dal “Puma” Marco Garavini, 40 anni, ravennate, 4 volte campione del mondo e 7 volte campione europeo, uno che ha fatto la storia di questo sport e che a Castiglione aveva già vinto, in coppia con lo storico socio Alessandro Calbucci, e dal giovane e fisicamente esplosivo Federico Galeazzi, 23 anni, di Riccione, numero 18 al mondo.

In finale il Puma sul palleggio corto andava a nozze. Se lo fai giocare di tocco, lui il punto non lo perde mai. Se c’è da fare uno smash, non lo spara come un missile, ma lo appoggia girato dalla parte in cui il vento lo tiene in campo. E se c’è da battere in lob con la palla che gira come una trottola, mossa dal vento e nascosta dal sole, si fa anche quello.

Il giovane socio, invece, uno che se ci giochi indoor ti porta via dal campo, e se ti prende con la pallina ti timbra la pelle per una settimana, in qualche occasione ha ceduto all’esuberanza fisica, finendo per sbagliare anche qualche battuta di troppo a favore di vento. E chissà perché ha scelto di battere lui da quel lato. Del resto i monofalli (nel beach tennis la battuta è unica, ndr) in certe partite pesano come il piombo.

Così Ammendola e Serantoni hanno giocato il loro bel beach tennis, hanno sbagliato meno e hanno conquistato un meritato trofeo.

LE FOTO

I maremmani in campo si sono fatti valere

Fra i maremmani in campo Gabriele Gini, che giocava con Filippo Boscolo, per tanti anni socio anche di Damiano Rosichini, si è fermato alle semifinali proprio contro Garavini-Galeazzi, dopo aver battuto nei quarti l’altro maremmano Niccolò Gasparri, che aveva come socio il sardo Riccardo Manenti. Due battaglie al long tie break (si giocavano 2 set a 6, terzo set long tie break a 10 punti, ndr).

Fra gli under in evidenza Tommaso Donnini, che, in coppia con un altro talento, il ferrarese Nicola De Siena, ha raggiunto due finali, quella under 16 e quella under 18. È uscito sconfitto in entrambe, nell’under 16 contro Agirelli-Perini e nell’under 18 contro Posterino-Rocchi, ma se continuerà ad allenarsi con passione può andare lontano.

In campo femminile si fermano agli ottavi nel BT200 le sorelle Alice e Gaia Pepi e Elena Ciacci, con Alice Foschi.

Alice Pepi, con l’altra maremmana Lucrezia Corsini, si riscatta vincendo il femminile open. Ed Elena Ciacci, sempre con Alice Foschi, si impone nell’under 18.

Tutti i risultati del beach tennis a Castiglione

Ecco il quadro completo dei risultati, con tutti i tabelloni.

LE FOTO DELLE PREMIAZIONI

BT200 maschile

BT 200 femminile

Open maschile

Open femminile

Under 18 maschile

Under 18 femminile

Under 16 maschile

Under 16 femminile

Under 14 maschile

Under 14 femminile

Under 12 maschile

 

 

 

Il capitano Ultimo è cittadino di Castiglione della Pescaia -IL VIDEO

Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, durante la cerimonia del conferimento della cittadinanza onoraria

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Si presenta con le Crocs ai piedi, i pantaloni mimetici, la maglietta e la giacca nera. Al collo, l’inseparabile Tau di legno, la croce di San Francesco e un campanellino. Una mano è coperta da un guanto nero con le dita tagliate e per la prima volta, in un’occasione ufficiale in quello che è stato il borgo nel quale è cresciuto, si presenta senza il passamontagna sul volto. 

Sergio De Caprio, da giovedì 23 maggio, è cittadino onorario di Castiglione della Pescaia. A conferire la cittadinanza la sindaca Elena Nappi insieme al consiglio comunale. 

Che per l’occasione, nell’anniversario della strage di Capaci, si trasferisce nella scuola media del paese.

Una vita da “Ultimo” per gli altri

È una vita fatta di sacrifici e indagini che hanno cambiato il volto dell’Italia quella del capitano Ultimo, che scelse questo nome di battaglia proprio quando entrò nel Ros dei carabinieri, il Reparto operativo speciale. Un reparto nel quale l’identità si perde, per cercare di far spazio a quel briciolo di sicurezza che potrebbe salvarti la vita. 

La cittadinanza onoraria a Capitano Ultimo

Con lui c’erano Vichingo, Arciere, Omar, Petalo, Pirata, Alchimista, investigatori sotto la sua guida. De Caprio scelse il nome in codice Ultimo, per sottolineare una scelta che aveva sempre accompagnato al sua vita, quella di restare tra gli ultimi. «Tra i miei colleghi c’erano persone che volevano fare carriera, che ci tenevano – racconta – io scelsi quel nome proprio per sottolineare la mia di volontà. Quella di restare Ultimo, di non avanzare. E di svolgere il mio lavoro con coscienza e dedizione». 

Un lavoro che lo ha portato a nascondere il suo volto per decenni, a sacrificare la famiglia, a doversi nascondere, a temere che qualcuno scoprisse la sua identità. Perché quell’uomo che oggi a Castiglione della Pescaia ha parlato di fronte agli studenti delle scuole medie, anche se era un senza volto, è diventato un eroe nazionale. 

Nel 1993 ha arrestato il boss di Cosa Nostra Totò Riina. 

Il carabiniere dalla parte degli ultimi come il babbo

«Uomo e carabiniere di altissimo valore civile e professionale, De Caprio si è distinto per avere condotto una vita al servizio degli ultimi, guadagnandosi ogni giorno l’appellativo di “Capitano Ultimo”, ignorando la fama che gli veniva dagli straordinari risultati investigativi raggiunti e proseguendo con umiltà e tenacia nel suo lavoro anche di fronte alle invidie e alle difficoltà frappostegli dai superiori»: è questa la motivazione con la quale il consiglio comunale, all’unanimità, ha conferito la cittadinanza onoraria a De Caprio. 

Nato a Montevarchi nel 1961, Sergio De Caprio è cresciuto fino all’età di 15 anni a Castiglione della Pescaia, dove il padre, maresciallo dei carabinieri, ha comandato prima la stazione di Buriano e poi quella del capoluogo, per 12 anni.

«È stato lui il primo esempio di carabiniere dalla parte delle persone svantaggiate – ha ricordato il capogruppo del Pd in consiglio comunale Fabio Tavarelli – Oggi divento maggiorenne, sono 18 anni che sono in consiglio comunale e festeggiarlo così è un grande regalo per me. Suo padre, comandante della stazione dei carabinieri, quando io ero un ragazzino aveva fermato un tossicodipendente che aveva rubato uno stereo da un’auto. Il proprietario gli disse: lei lo deve arrestare, ma il maresciallo gli rispose: lui vede l’inferno tutti i giorni». Un esempio, quello del babbo maresciallo che ha accompagnato per tutta la vita il figlio. 

Gli arresti eccellenti e l’aiuto ai ragazzi in difficoltà

Non sono due facce della stessa persona, ma è proprio la stessa persona ad aver partecipato questa mattina alla cerimonia e ad aver parlato con gli studenti. 

Il carabiniere senza volto che ha arrestato Totò Riina, ma anche quello che ha aperto una casa famiglia per i ragazzi disagiati a Roma, i Volontari del Capitano Ultimo. 

Nato nel 1961 a Montevarchi, in provincia di Arezzo, De Caprio comincia la sua carriera nell’Arma come comandante della compagnia di Bagheria, in Sicilia. Nel 1985 arresta Vincenzo Puccio e Antonino Gargano, braccio destro di Bernardo Provenzano. Trasferito a Milano diventa capitano del Ros (Raggruppamento operativo speciale) dove crea un’Unità militare combattente operativa a Palermo dal settembre 1992 al 1997, il Crimor. 

Nel 2000 De Caprio viene trasferito per sua volontà al Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri (Noe) di Roma con il ruolo di vice comandante. Sotto il suo comando, viene arrestato il presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi e l’ex presidente della Regione Lazio Bruno Landi. Come vice comandante del Noe segue il caso della Cpl Concordia.

La proposta choc: «Togliere i diritti ai mafiosi»

In una mattinata di festa, davanti ai ragazzi della scuola media, il capitano Ultimo ha parlato della legalità. E dell’importanza di stare dalla parte di chi più ha bisogno. 

Un simbolo di questa scelta è il guanto che indossa. «Ero in auto con un mio collega, a Roma – dice – quando davanti a noi c’era una vettura sportiva. Fermi al semaforo, si avvicina un lavavetri. L’uomo al volante scende, si toglie la cinghia e inizia a colpirlo. Io e il mio collega decidiamo di intervenire. Il ragazzo non parlava nemmeno in italiano, per ringraziarmi si è tolto il guanto e me l’ha regalato. Da allora non l’ho più tolto». 

L’esempio, il coraggio, il metterci la faccia, oggi che si è tolto il passamontagna. ll capitano Ultimo, dopo aver ricoperto la carica di assessore in Calabri, nella giunta regionale, ha deciso di candidarsi quest’anno alle europee. Di questo non ha fatto cenno ai ragazzi. Ma ha parlato della sua proposta. Quella di togliere i diritti politici e l’accesso al lavoro ai mafiosi e ai loro parenti che non si dissociano. Una proposta choc, ma che va nella direzione della lotta alla criminalità organizzata, quella che De Caprio ha sempre portato avanti. 

«Dobbiamo cancellare le cosche che si riproducono per linee parentali e di sangue – ha detto – ma spesso cancelliamo solo i consigli comunali infiltrati. Allora togliamo i diritti politici anche ai familiari dei mafiosi, parenti di primo e secondo grado, a meno che non dimostrino che hanno ripudiato i padrini che non collaborano». 

 

 

«Accudito, sfamato, lavato: non volevo che morisse» – IL VIDEO

GROSSETO. Pantaloni a righe, maglietta a mezze maniche e sguardo rivolto verso il basso. Entra in tribunale accompagnata dalle guardie carcerarie, la 28enne accusata di aver provocato la morte del suo bambino, di soli 2 giorni, sulla nave da crociera sulla quale era imbarcata come lavapiatti. 

Si guarda intorno spaesata prima di entrare nella stanza dove incontra i suoi avvocati, Giovanni Di Meglio e Chiara Mancineschi, insieme all’interprete. Dietro di lei, ci sono le due colleghe con le quali divideva la cabina. In lacrime, tutt’e due.

Sono due ragazze, anche loro, di 26 e 28 anni, imbarcate per lavorare e spedire i soldi a casa. Così come Jheansel Pia Salahid Chen, la 28enne accusata di omicidio. Che di bocche da sfamare, nelle Filippine, ne ha sei: padre, madre, sorella, fratello e due nipoti. 

La nascita a bordo non prevista

Era incinta, quando si è imbarcata per lavorare come lavapiatti sulla Silver Whisper, ma non pensava di essere così avanti con la gravidanza. Di fronte al giudice per l’udienza preliminare Sergio Compagnucci, la ventottenne ha raccontato una vita attraversata dalla miseria più vera. Dall’ignoranza, dalla disperazione. 

Un quadro che è emerso durante l’interrogatorio, al quale la ragazza ha voluto rispondere. La gravidanza, l’avrebbe nascosta per non perdere il lavoro. E quel bambino, al quale ha detto di aver dato un nome, una volta tornata nel suo Paese d’origine avrebbe cercato di darlo al padre. Aveva avuto con il ragazzo una breve relazione, già finita. Ma sarebbe stato una bocca da sfamare in più che lei non si sarebbe potuta permettere. 

Gli avvocati Giovanni Di Meglio e Chiara Mancineschi

Si chiamava Tyler, il bambino venuto al mondo il 17 maggio, di mattina, nella cabina della nave che la ragazza condivideva con due colleghe, Dorcas Njuguini Mutundu, originaria del Kenya. 28 anni, difesa dall’avvocato Luca Fabbrucci e Kgothadso Mabel Jasmine Mphela, 26 anni Sudafricana, assistita dall’avvocato Mario Fabbrucci. È stata la donna del Kenya a dare l’allarme al capo del personale e a dire che c’era quel bambino nella cabina. 

Era già morto. Avvolto in un asciugamano, nella branda della donna. Branda che veniva chiusa, come le altre due nella cabina, con una tenda per preservare la privacy delle lavoratrici. 

Accudito per due giorni prima della tragedia

Come e perché sia morto il piccolo Tyler lo dirà venerdì 24 maggio l’autopsia. Il piccolo, come ha raccontato la mamma al giudice, nei suoi due giorni di vita è stato accudito dalla donna: lavato, pulito, coperto con un asciugamano. 

Come pannoloni, Chen ha utilizzato gli assorbenti mestruali, gli unici che aveva. Quando il piccolo è nato, partorito dalla ragazza sola nella sua cabina, la ventottenne ha gettato la placenta nell’inceneritore della nave. 

Lavorava come lavapiatti, a bordo, e ogni momento libero che riusciva a ritagliarsi lo dedicava al piccolo. E nell’armadietto della camera, la ventottenne aveva creato una culla di fortuna, per evitare che cadesse quando lei era al lavoro. 

Un racconto tragico, quello che la ventottenne ha fatto di fronte al giudice e al sostituto procuratore Giovanni De Marco, che l’ha fermata con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Accusa contestata in concorso anche alle sue due colleghe, che la donna ha difeso a spada tratta, dicendo che erano state zitte rispetto alla nascita del piccolo perché lei le aveva implorate. Per non perdere il lavoro. 

Mutundu e Mphela hanno preferito non rispondere alle domande del giudice. Il p, per tutt’e tre, ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. Il giudice si è riservato la decisione. 

L’avvocato della mamma: «Non voleva ucciderlo, è stata una tragedia»

Non c’è stata la volontà di uccidere il piccolo Tyler. Di questo è certo l’avvocato Giovanni Di Meglio. «Credo che tra tutte le ipotesi, quella dell’omicidio colposo mi sembra la più credibile». 

Ipotesi che porterebbe a scrivere una storia, almeno dal punto di vita processuale, ben differente. «Sapeva di essere incinta – dice l’avvocato – ma aveva problemi di regolarità del ciclo che andava e veniva e non sapeva a che punto della gravidanza fosse. Era convinta che avrebbe partorito dopo. Ma da quando è nato il bambino, al quale aveva dato un nome, lo aveva accudito, lo aveva nutrito e idratato. Se avesse voluto ucciderlo, avrebbe avuto mille altri modi su quella nave, senza che nessuno se ne accorgesse». 

L’udienza, iniziata poco dopo le 15, è finita in serata. Le tre donne, per ora, sono state portate di nuovo al carcere di Sollicciano. 

 

«Quel quadro è di Modigliani»

FOLLONICA. «Questo quadro mi perseguita da più di venticinque anni. A mio modesto parere, è di Modigliani». La voce di Roberto Sabatelli, ex direttore della Civica Pinacoteca di Follonica, tradisce un po’ di emozione. La storia del dipinto che ritrae la fiorentina Medea Taci trovato in Sardegna, a Iglesias, è il protagonista della web series Casa Pananti, dell’omonima galleria d’arte fiorentina. Il cui amministratore, Filippo Pananti, è venuto fino alla città del golfo per avere la certezza che cercava. 

Ovvero che quel dipinto fosse davvero di Modì. 

Un mistero lungo 25 anni

Follonica e i Macchiaioli, in particolare Modigliani, sono i protagonisti del video pubblicato sul sito della galleria d’arte fiorentina. Un video che ricorda l’importanza ed il valore della conoscenza, della storia e dell’arte nella formazione culturale dell’individuo. Se poi al centro c’è un follonichese, la cosa si fa ancora più interessante.

Alle spalle della realizzazione del video ovviamente c’è una lunga storia che è cominciata nel 2000.

Roberto Sabatelli con Vittorio Sgarbi.

In quel periodo la Civica Pinacoteca di Follonica era in piena attività con le mostre dedicate proprio ai Macchiaioli e, forse per questo, un giorno arrivò in quella sede la telefonata di un’insegnante in pensione, Gabriella Meloni, residente a Iglesias (Sardegna) che chiese una consulenza del quadro in suo possesso.

La donna era sicura che fosse di Modigliani, ma ne voleva la conferma definitiva. Le venne chiesto di mandare una foto e possibilmente tutta la documentazione (se c’era) inerente alla storia di quel dipinto.

La mole della documentazione in possesso della signora Meloni era tanto grande che lei stessa decise di venire direttamente a Follonica portando con sé anche la foto ingrandita del quadro per sottoporla e illustrarla personalmente al direttore della Pinacoteca che allora era Roberto Sabatelli.

L’attribuzione a Modì attraverso i ricordi di Gabriella

Iniziò un periodo di analisi attenta perché quel quadro, sebbene non firmato ma solo siglato, sembrava proprio appartenere ad Amedeo Modigliani. Ci vorranno anni di ricerche, studi, confronti ed ipotesi, per riuscire a farsi un’idea il più precisa possibile sulla sua provenienza, sospesi talvolta da intervalli forzati ma alla fine, grazie anche al ruolo decisivo svolto da Filippo Pananti, si è ora chiuso il cerchio sul “Ritratto di Medea” che finalmente ha trovato una sua collocazione storica e pittorica.

Fondamentali per la ricostruzione della nascita di quel dipinto sono stati anche i ricordi della donna vissuti proprio ad Iglesias quando era bambina e dai racconti della famiglia.

La breve amicizia tra Medea e Modì

È così che siamo arrivati a capire che la Medea del dipinto altro non era che Medea Taci, arrivata ad Iglesias da Firenze con la famiglia alla fine del 1800 dove il padre Tito aprì l’albergo Leon d’Oro, albergo frequentato anche dalla famiglia Modigliani arrivata sull’isola a seguito delle attività locali del padre di Modì, Flaminio Modigliani. I due giovani si conobbero e si frequentarono, ma purtroppo Medea morì di tifo nel 1898 e il dipinto postumo sembra essere il ricordo che Modì aveva di lei.

La storia appassiona e svela molti particolari importanti per la conoscenza del pittore livornese. Per questo Filippo Pananti, grande esperto d’arte fiorentino e uno dei più grandi mercanti d’arte europei, decide di farne un documentario, un video che racconti tutto ciò che è emerso da quegli anni di ricerche.

È così che improvvisamente il pittore toscano, tanto amato e stimato all’estero, torna a far parlare di sé anche a Follonica, perché il protagonista dei giorni nostri è follonichese e si chiama Roberto Sabatelli, il che preannuncia tante altre storie ancora da raccontare.

 

 

 

 

 

 

Denuncia archiviata per Pizzichi, ora il Comune chiede i danni alla Impredil

Daniele Pizzichi in consiglio comunale a Follonica comunica l'archiviazione della denuncia a suo carico

FOLLONICA. Mentre si sta per concludere l’attuale mandato amministrativo e fervono i preparativi per la prossima campagna elettorale, l’11 aprile scorso è arrivata la notizia dell’archiviazione dell’ultimo procedimento penale avviato nei confronti del consigliere di minoranza Daniele Pizzichi.

Detta così la notizia potrebbe anche sembrare di poco conto se non fosse che, a seguito delle segnalazioni fatte dal consigliere, le stesse oggetto di quella denuncia oggi archiviata, l’Amministrazione Comunale decise di chiedere “il risarcimento in favore del Comune di Follonica per la mancata e/o incompleta e/o difettosa realizzazione delle opere di urbanizzazione” oggetto di quelle interrogazioni.

Il consigliere Pizzichi aveva quindi ragione.

Tutto inizia il 23 marzo del 2023

Per comprendere quello che è accaduto è necessario segnare una data, il 23 marzo 2023.

I carabinieri di Follonica ricevono la denuncia a carico del consigliere comunale Daniele Pizzichi.

Il denunciante è l’architetto Marco Fabbri, ex assessore ai lavori pubblici dello stesso comune.

Fabbri, lamentando una sorta di accanimento da parte di Pizzichi per le numerose interrogazioni inerenti a pratiche edilizie nelle quali lui stesso compariva come progettista e/o direttore dei lavori, denuncia un probabile reato di abuso di ufficio a carico del consigliere.

Effettivamente sono state molte le interrogazione che il consigliere Pizzichi ha presentato al sindaco nel corso degli anni (alcune sostenute anche dagli altri esponenti della minoranza), ma furono fatte per fare luce soprattutto in ambito edilizio, là dove i consiglieri videro, o credettero di vedere, alcune irregolarità.

Tra queste la lottizzazione de l’ex sugherificio di via Massetana, e poi quella del comparto di Cassarello “area ex pomodorificio”: per entrambe i casi Pizzichi denunciava il mancato realizzo delle opere di urbanizzazione da parte della ditta costruttrice, o il mancato pagamento dei dovuti oneri, ma soprattutto il fatto che entrambe erano sprovviste delle necessarie polizze fideiussorie previste dalla legge.

«Sapevo che non avevo nulla da temere – spiega oggi Daniele Pizzichi – perché ero sicuro che quello che facevo rientrava tra le prerogative di un consigliere comunale, cosa confermata dal tribunale per ben due volte. Nonostante questo non è semplice accettare che il proprio nome sia tra quelli di persone indagate».

Da quella denuncia (23/03/2023) iniziò il normale iter previsto in questi casi, tra cui la nomina degli avvocati: Fabbri nominò Paolo Bastianini del foro grossetano e Pizzichi l’avvocato Antonio Voce di Firenze.

Il Comune si rivolge al Tar

Mentre quindi il caso Fabbri-Pizzichi seguiva la sua strada presso il tribunale competente, l’amministrazione follonichese decise di intraprendere un’azione legale innanzi al TAR della Toscana per inadempimenti alla convenzione per la lottizzazione dei 17 appartamenti avvenuta nell’ex sugherificio di via Massetana.

Con questo documento il comune di Follonica, preso atto delle criticità segnalate dal consigliere Pizzichi, intese chiedere il “risarcimento di 256 mila euro per il danno causato dalla mancata e/o incompleta e/o difettosa realizzazione delle opere di urbanizzazione inerenti alla lottizzazione dell’area dell’ex sugherificio di via Massetana”, che se sommati agli oneri di urbanizzazione non pagati per un importo pari a 170mila euro fanno salire il conto del danno alle casse comunali di circa 428mila euro.

Ad oggi è dato pensare che la medesima cosa si ripeterà in merito ad un’altra lottizzazione, quella che ha interessato un’altra area da recuperare e cioè quella dove c’era il vecchio pomodorificio di via Cassarello.

Qui, il danno calcolato dall’Amministrazione si aggirerebbe intorno ai 500 mila euro ed è quindi assai probabile che la stessa amministrazione intraprenderà nuovamente le opportune azioni legali nei confronti dei lottizzanti per il danno causato dalla mancata e/o incompleta realizzazione delle opere di urbanizzazione.

In questo caso la questione sarebbe assai più grave in quanto l’intero comparto, secondo gli accertamenti dell’Amministrazione, sarebbe sprovvisto della vasca di autocontenimento per il rischio idraulico, obbligatoria per convenzione, al fine di permettere l’apertura del supermercato commerciale già in attività e soprattutto sono numerosi gli appartamenti già abitati da decine di persone senza l’attestazione di agibilità prevista per legge.

Pizzichi: «Profonda amarezza»

Arriviamo così alla data dell’ 11 aprile scorso, giorno in cui il tribunale di Grosseto ha disposto l’archiviazione del procedimento nei confronti del consigliere Daniele Pizzichi, difeso dall’avvocato Antonio Voce del foro di Firenze, riconoscendo che “La condotta dell’indagato si è concretata nella presentazione di numerose interrogazioni in riferimento a pratiche edilizie pendenti presso l’Ufficio edilizia privata ed urbanistica di quel Comune e/o nell’effettuazione di altrettanto numerosi accessi agli atti relativi alle stesse pratiche, in forza di quanto previsto dall’art. 43 del T.U.E.L.

Tale attività rientrava tra quelle che il Pizzichi poteva svolgere, nell’anzidetta qualità di consigliere comunale.

Essa non può dirsi intenzionalmente finalizzata ad arrecare ad altri un danno ingiusto (né tantomeno a procurarsi un ingiusto vantaggio patrimoniale), apparendo piuttosto sorretta dalla volontà dell’indagato di svolgere verifiche su plurime pratiche edilizie in carico agli uffici del Comune. Deve quindi escludersi nel caso di specie la configurabilità del reato contestato”.

Alla domanda in merito alle sue sensazioni dopo questa esperienza, Daniele Pizzichi risponde sollevato ma segnato.

«Nutro profonda amarezza per il fatto che il Comune non si sia mai accorto delle problematiche che stavo segnalando se non dopo i miei atti, e trovo inaccettabile che un consigliere comunale di minoranza subisca due procedimenti penali per aver esercitato quello che è un suo diritto ed un suo dovere».

Un sassolino, anzi due, che Daniele Pizzichi si è potuto finalmente levare dalle scarpe.

 

Al lavoro nei campi senza nemmeno poter andare in bagno – IL VIDEO

GROSSETO. Dei 10 uomini, tutti di origini pachistane, portati in carcere lunedì mattina su ordine del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Livorno, con l’accusa di caporalato, 9 sono residenti nella provincia di Grosseto. Tutti uomini di origini pachistane: tre di loro abitano in città e hanno 28, 40 anni e 57 anni, quattro vivono a Massa Marittima, e hanno 36, 47, 29 e 31 anni, un uomo di 46 anni è residente a Cinigiano e uno di 44 anni ad Arcidosso. 

Nove persone, tutte residenti in Maremma e regolari sul territorio che sono finite in carcere per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ovvero per caporalato. Reati commessi con violazione dei contratti nazionali e delle norme sulla sicurezza del lavoro.

La denuncia dei lavoratori

Un’indagine andata avanti quasi un anno, dal maggio del 2023 fino a febbraio 2024 a cura dei carabinieri della compagnia di Piombino con il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro che si è sviluppata grazie alle attività tecniche e dinamiche che poi sono state confrontate con le dichiarazioni dei lavoratori, parti offese nel procedimento.

L’intera operazione si è articolata attraverso servizi di pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, acquisizione di documenti attestanti le prestazioni lavorative effettivamente svolte e risultate totalmente difformi da quanto desumibile invece dalla documentazione amministrativa di 6 ditte individuali fornitrici di lavori e servizi nel settore agricolo riconducibili ad altrettanti arrestati.

Gli arrestati, 10 in totale (uno solo è residente in provincia di Siena, a Poggibonsi) per tutto il periodo delle indagini hanno continuato a mettere in atto lo stesso sistema. Dimostrando, secondo la Procura di Livorno, particolare inclinazione a delinquere.

67 ospiti del Cas sfruttati nei campi

67 gli stranieri, ospiti del Cas La Caravella di Riotorto, in provincia di Livorno, impiegati in maniera irregolare. Che ogni giorno venivano prelevati da 3 distinti gruppi dediti al reclutamento dal centro d’accoglienza. Gli ospiti del Cas sono tutti richiedenti status di protezione internazionale di rifugiati e quindi beneficiari di protezione umanitaria, di nazionalità pakistana e bengalese, che venivano sfruttati.

I tre gruppi individuavano i migranti da utilizzare in agricoltura, andavano a prenderli e poi li accompagnavano nelle aziende agricole delle province di Grosseto e Livorno.

Ovviamente, i lavoratori non venivano “assunti” sulla base delle loro eventuali capacità o competenze personali, bensì esclusivamente in termini quantitativi ovvero sul numero di lavoratori richiesti per le diverse attività agricole.

Dieci ore di lavoro al giorno pagate una miseria

Sono state riscontrate, inoltre, violazioni della normativa sull’orario di lavoro (i lavoratori svolgevano turni anche di oltre 10 ore giornaliere, che si protraevano dalle prime luci dell’alba fino al tardo pomeriggio, in violazione alla legge relativa all’orario di lavoro) per lo svolgimento di attività agricola (consistente nella raccolta di ortaggi ed olive nonché nella manutenzione di vigneti) con la sistematica corresponsione di retribuzioni inferiori rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi territoriali, in modo sproporzionato rispetto al lavoro svolto e senza versamento di contributi previdenziali ed assistenziali, nonché in palese violazione delle normative in materia di sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro, sui riposi e sulle ferie.

I carabinieri della compagnia di Piombino hanno accertato il mancato rispetto dell’orario giornaliero, stabilito in 6,30 ore giornaliere, il non rispetto delle pause dal lavoro, avendo i lavoratori il diritto a interrompere l’attività lavorativa per una pausa di 10 minuti retribuita nell’arco della giornata nel caso in cui l’orario di lavoro superi le 6 ore continuative ed essendo emerso che i lavoratori fruivano di una sola pausa pranzo pur lavorando più di sei ore. 

Non venivano nemmeno rispettati i parametri minimi di retribuzione oraria previsti dai Contratti provinciali del lavoro per gli operai agricoli della Provincia di Grosseto, accertando che la contribuzione oraria poteva variare tra i 3 e i 9 euro circa all’ora ed in un caso addirittura all’importo di 0.97 euro all’ora. 

Pagamenti in ritardo di mesi

Sicurezza e igiene sul lavoro inesistenti, nessuna formazione per i lavoratori ai quali non venivano consegnati i dispositivi di protezione individuale, tranne in un caso un paio di guanti e niente visita medica. I lavoratori, poi, non venivano pagati nemmeno puntualmente, ma a volte venivano accumulati anche ritardi di tre mesi, nonostante lo stato di bisogno delle famiglie dei lavoratori e in alcuni casi è emerso addirittura il mancato pagamento dei lavoratori per l’attività svolta. 

I carabinieri hanno anche accertato che i titolari delle ditte individuali non avevano versato gli oneri previdenziali ed assistenziali per un importo complessivo di oltre 45.000 euro. Per il recupero di tali somme illegittimamente non versate, è stato disposto il sequestro preventivo a carico dei 6 titolari delle ditte coinvolte. 

I lavoratori, dal canto loro, avevano accettato di lavorare a quelle condizioni per guadagnare qualcosa e per mandare i soldi ai familiari rimasti nei loro Paesi d’origine. 

Quando erano al lavoro, veniva impedito loro anche di espletare le proprie funzioni fisiologiche.

Condizioni di lavoro, quelle appena descritte, chiaramente possibili soltanto per la particolare situazione in cui versano i lavoratori stranieri, che si trovano in stato di temporanea accoglienza in un paese straniero e non hanno generalmente altro mezzo, né materiale né culturale, per guadagnare viveri da destinare ai propri bisogni e a quelli dei loro cari, spesso rimasti nelle terre di origine in attesa di ricevere i proventi di chi si è spinto a lasciare il proprio paese nella speranza di trovare una situazione lavorativa ed economica per uscire dalla propria condizione di povertà.

 

 

La Madonna delle Grazie torna a casa

GROSSETO. È rientrata a Grosseto, a tre anni di distanza dal suo trasferimento a Siena, la tavola di Matteo di Giovanni raffigurante la Vergine Assunta, venerata dai grossetani col titolo di Madonna delle Grazie.

Martedì 23 aprile don Franco Cencioni, direttore dell’ufficio beni culturali ecclesiastici della diocesi di Grosseto e don Gian Paolo Marchetti, in rappresentanza del Capitolo della Cattedrale, si sono recati presso la sede della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio, a Siena, per ritirare la sacra immagine e riportarla a Grosseto, in vista della celebrazione delle solenni feste quinquennali il prossimo 5 maggio.

Un restauro durato tre anni

Il trasferimento a Siena era avvenuto il 16 giugno 2021 dopo che, nelle settimane precedenti, la tavola era stata rimossa dalla nicchia in cattedrale, avvolta in un panno protettivo e custodita nel palazzo vescovile, dove era stata anche rimossa la corona che orna la testa della Vergine Assunta, fin dagli anni ’80, dopo che la precedente corona venne trafugata da ignoti.

Il dipinto in diocesi

Nella sede della Soprintendenza l’immagine sacra è stata sottoposta a specifico trattamento, con l’applicazione di biocidi per eliminare la presenza di piccole muffe (microflora batterica lieve). Come per il trasferimento a Siena, così anche per il rientro dell’opera a Grosseto la Curia vescovile ha potuto avvalersi della preziosa collaborazione del personale del comando provinciale dei carabinieri di Grosseto, che ha assicurato i servizi di scorta, viabilità e sicurezza durante il viaggio.

Il ritorno a Grosseto scortata dai carabinieri

«Siamo profondamente riconoscenti all’Arma dei carabinieri, nella persona del comandante provinciale colonnello Sebastiano Arena, per il prezioso servizio che hanno assicurato e per il modo con cui lo hanno fatto – commenta don Cencioni – Si tratta, infatti, di un’immagine tanto cara alla devozione di tanti grossetani, oltre che un’opera d’arte sacra che è tra le più particolari e raffinate del ‘400 toscano. Ora la riconsegniamo alla gente di Maremma perché, fissandola, possa imparare da Maria l’arte del silenzio e della custodia nel cuore della grazia che è Cristo Gesù».

Il dipinto della Madonna delle Grazie

Temporaneamente la tavola è stata collocata in palazzo vescovile, dove si è provveduto a riposizionare la corona e a collocare la tavola nella teca protettiva.

Poi sabato 27 aprile sarà accolta solennemente in cattedrale con una cerimonia che avrà inizio alle 17.30 con l’accoglienza della sacra immagine sul sagrato della cattedrale da parte di una rappresentanza di canonici e dalla presidente della Congregazione Mariana, Valeria Maggi. Una volta riportata in cattedrale, sarà pregato il Rosario. Poi alle 18 la Messa prefestiva.

Diretta su Tv9 a partire dalle 17.30.

Le note di Erminio Sinni fanno splendere il Sole – IL VIDEO

Erminio Sinni con lo staff della Fondazione Il Sole sul palco degli Industri

di Giovanni Poggiaroni

GROSSETO. «Dovevamo realizzare la campagna per il 5×1000 alla Fondazione ed una sera ho avuto l’idea di fare un’iniziativa a tema musicale. Il pensiero è andato subito a Erminio Sinni. L’ho contattato, con un semplice messaggio su Facebook e lui mi ha subito risposto, accettando». È entusiasta, Tiziana Tenuzzo, responsabile comunicazione della Fondazione il Sole, mentre ripercorre le tappe che la stanno portando verso l’evento del 24 maggio prossimo. Quando il cantautore, salirà sul palco degli Industri. 

Un video e un concerto gratuito per il Sole

L’iniziativa si è concretizzata in un video ambientato al teatro degli Industri, dove Erminio suona al piano una delle sue canzoni più celebri “E tu davanti a me”  e sulle sue note,  nella platea composta da un gruppo di ragazzi della Fondazione, Andrea e Valentina (che sono realmente fidanzati) si innamorano. 

«La realizzazione del video è stata molto divertente . aggiunge Tenuzzo – perché per la prima volta sono state effettuate delle riprese con il drone all’interno di quella splendida cornice che è il teatro degli Industri».

«Ma la cosa più bella è stata quando Erminio ci ha proposto di fare ancora di più – dice ancora la responsabile comunicazione –  dando la sua disponibilità per fare gratuitamente un grande concerto per la fondazione».

Per partecipare alla campagna, potete cliccare su questo LINK.

L’emozione di Sinni: «L’amore vince sempre»

Così il 24 Maggio si terrà al teatro degli Industri il concerto di Sinni, il cui ricavato servirà a sostenere le attività della Fondazione Il Sole. 

«Colgo l’occasione per ringraziare ancora Erminio per la grande generosità e disponibilità – dice Tiziana Tenuzzo –  Ringrazio anche il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna, l’assessore Luca Agresti, Alfredo Tetrao, Marco Marroni, Massimiliano Venturacci ed il Clan della Musica».

Emozionato, per questo incontro, il cantautore Erminio Sinni. «Sono io che ringrazio la Fondazione – dice Erminio Sinni – è stata una cosa molto emozionante per me, mi ha fatto riflettere su come nonostante tutto il male che accade nel nostro tempo, alla fine l’amore e i suoi semplici gesti quotidiani trionfano sempre».

«L’idea del concerto è stata naturale per me – aggiunge – io e la mia band ci siamo sempre stati quando potevamo mettere la nostra musica al servizio di una nobile causa. I ragazzi della fondazione sono meravigliosi, mi hanno fatto commuovere quando alla fine delle riprese mi hanno regalato un acquerello fatto da loro, che ho subito appeso nel mio studio».