Ucciso a 36 anni, due targhe per ricordare Saporito - IL VIDEO | MaremmaOggi Skip to content

Ucciso a 36 anni, due targhe per ricordare Saporito – IL VIDEO

La guardia di città uccisa 120 anni fa è stata il primo caduto della polizia. La ricostruzione dell’omicidio nel libro di Oriano Negrini. Intitolata la piazza d’Armi, una targa lo ricorda in piazza del Sale
La presentazione del libro in questura

GROSSETO.  Giacomo saporito aveva 36 anni quando è stato ferito con un colpo di pistola sparato all’altezza del petto. In piazza del Mercato, il 24 novembre 1903. Oggi, a distanza di 120 anni dal giorno della sua morte, la questura lo ricorda: con l’intitolazione della d’Armi e con una targa con il suo nome nel luogo in cui avvenne la sparatoria. 

È stata una cerimonia partecipata, quella organizzata dal questore Antonio Mannoni, alla presenza del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna, del responsabile regionale dell’Anps e di Oriano Negrini, autore della monografia sull’uccisione di Saporito. 

 

 
 
 
 
 
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A sparare all’agente, fu Carlo Colombo, senese con problemi psichiatrici, più volte arrestato dallo stesso Saporito. Aveva con sé una pistola, la sera che incontrò la guardia e non esitò a fare fuoco. 

La storia dell’omicidio ricostruita da Negrini

Il 120° anniversario della morte di Saporito è stato per Oriano Negrini, cancelliere del tribunale di Grosseto, ex archivista e appassionato di storia, l’occasione per rispolverare il fascicolo dell’omicidio della guardia. Per studiarlo a fondo, per analizzare ogni documento ancora lì presente, per poi raccontare in un libretto la storia del 36enne. 

Oriano Negrini con la copia della sua monografia su Giacomo Saporito

Negrini, autore, insieme a Sandra Zanelli dell’Ultimo giorno insieme a Norma Parenti, è uno dei membri dell’Associazione nazionale della polizia di Stato. Come già aveva fatto con il fascicolo sulla morte di Norma Parenti, il cancelliere si è rimesso a studiare gli atti, per restituire alla città la storia del primo caduto della polizia. 

Saporito era di origini siciliane, ma il lavoro come Guardia di città lo aveva portato a Grosseto. Nato nel 1867 a Villarosa, circondario di Piazza Armerina, il giovane militare veniva da una famiglia povera: ogni mese mandava 15 lire a sua madre

Di saporito restano il certificato di nascita e quello di morte, il referto dell’autopsia, la descrizione del suo corpo. Ma nessuna fotografia è mai stata trovata, nemmeno la sua tomba. 

A sinistra, la ricostruzione del volto di saporito, a destra una Guardia di città

Né nel cimitero di Sterpeto e nemmeno in quello della Misericordia. 

L’omicidio in pieno centro storico

Di sparatorie come quelle nella quale rimase ucciso la Guardia di città, non se ne ricordano altre in pieno centro storico: Saporito era insieme a due colleghi, Raffaele Passanini e Antonio Volponi. I tre sentirono due spari, ma visto che poco lontano c’era un bersaglio, non ci fecero caso. 

Solo il 36enne si voltò e solo lui fu raggiunto dal terzo proiettile. Colombo, che lo voleva morto, aveva sparato i primi due colpi proprio per farsi vedere, per annunciare la sua presenza. E il suo piano omicida. 

«Il Saporito non si avvide subito di essere stato ferito e cercò di estrarre la rivoltella – si legge nel verbale dell’Ufficio di Pubblica sicurezza della Prefettura, inviato alla Procura e firmato dal commissario Salsano – ma le forze gli vennero a mancare e nulla poté fare. Non cadde, tuttavia, ma da solo si trascinò nella via San Martino». 

Ucciso con un colpo di arma da fuoco

Sono i dottori Gennaro Bechi e Fortunato Corsini a firmare il referto dell’autopsia di Saporito. «La faccia è coperta da barba nera semirasata – scrivono – porta grossi baffi e folte sopracciglia nere. La testa è calva nella parte superiore». 

È questa l’unica descrizione fisica della quale si trova traccia nel fascicolo, che chiarisce che Saporito è stato ucciso da un proiettile di rivoltella ritrovato dai medici tra i muscoli papillari del ventricolo sinistro. 

«La causa della morte – scrivono i due medici – è stata la insufficienza del miocardio determinata da corpo estraneo, residente nel ventricolo sinistro». Colpo sparato con un’arma che fu ritrovata nel gennaio successivo alla Chiocciolaia, nella dispensa della casa di un uomo, Francesco Danti, al quale l’aveva lasciata Colombo prima di costituirsi. 

Carlo Colombo, l’omicida di Saporito

«Ero rientrato a Grosseto quel giorno stesso, senza nessuna effettiva intenzione – disse Colombo durante l’interrogatorio – anzi, coll’idea di uccidermi, giacché la vita mi si era resa impossibile. Verso sera vidi nella Piazza del Duomo tre guardie di P.S. e mi parve di riconoscere in una di esse quella che mi aveva maltrattato, l’ultima volta che ero stato arrestato. Mi si accese il sangue, ma malgrado ciò non lo seguii, anzi presi un’altra strada per recarmi a Porta Vecchia». 

I due, però, si incontrarono di nuovo in via Mazzini. «Estrassi allora una rivoltella che tenevo in tasca da quando mi ero dato alla latitanza – raccontò al magistrato – Esplosi prima un colpo in aria, perché le guardie si voltassero, poi altri due colpi verso le guardie. Tiravo all’impazzata e non sapevo nemmeno io chi avrei ferito». 

Colombo finì in un manicomio criminale, dove rimase fino al 1914, grazie alla perizia dello psichiatra che lo aveva giudicato sano di mente. 

La città ricorda Giacomo Saporito

A distanza di 120 anni, grazie al ritrovamento del fascicolo “Colombo contro Saporito” nell’archivio del tribunale di Grosseto, viene dato il giusto tributo al primo caduto della polizia. «Di lui non abbiamo una foto o una tomba sulla quale poggiare un mazzo di fiori – ha detto Negrini durante la cerimonia – ma abbiamo una storia da ricordare». 
La storia di un uomo che una sera esce per lavoro e che non tornerà mai in quella che era la sua casa. La questura ha provato a cercare qualche parente del trentaseienne, saporito non aveva moglie né figli e anche al suo paese di origine, non è stato trovato nessuno. 

«Egli però resta nei nostri cuori – ha scritto Negrini nella sua monografia – non come un proiettile assassino ma come un fiore pulito per le primavere di coloro che verranno dopo di lui, perché ne seguano le orme (e non il destino ingrato) nell’impegno verso lo Stato e le sue leggi». 

 

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