GROSSETO. Aveva appena 14 anni Giancarlo Mallarini quando, il 4 novembre 1966, vide Grosseto sommersa dalle acque dell’Ombrone. Sessant’anni dopo, il suo ricordo è una confessione intima e sorprendente: la storia di una ferita personale che, davanti al dolore di un’intera città, si trasformò in un amore profondo per la Maremma.
La vendetta di un ragazzo di 14 anni
Il 4 novembre 1966 si consumò la mia vendetta. Il disastro che vedevano i miei occhi di quattordicenne altro non era che la materializzazione della profonda sofferenza dove ero caduto da pochi mesi. Quando vieni strappato, in maniera anche poco spiegabile per l’età, da un mondo dove sei cresciuto, hai giocato, intrecciato le prime amicizie e dove vedi proiettato il futuro, succede che il nuovo mondo non ti appartiene, è estraneo e lontano.
Questa terra di Maremma era l’antitesi della mia crescita. Niente nebbia, nemmeno il ghiaccio della galaverna, la neve era pura illusione, il Natale in riva al mare sotto ad un cielo azzurro era fuori dalla realtà. Lacrime a fiumi, stomaco chiuso, tristezza infinita.
Il 4 novembre 1966 spuntarono pensieri di rivincita e una voce interna disse: “Così impari, adesso sono felice”. La confessione 60 anni dopo non riesce a lenire l’imbarazzo ancora in circolo. Anche se avevo solo 14 anni.
Dalle mura, lo spettacolo terribile dell’Ombrone
Ma quel giorno, senza saperlo, significò anche l’inizio di un amore travolgente, la nascita di un sentimento da definire valanga non ancora arrivata a valle.
In sella alla bicicletta riuscii a raggiungere le mura, quando mi affacciai vidi l’apoteosi passare in via Ximenes. Dall’acqua spuntavano solo le cime degli alberi, la superficie trasportava qualunque cosa in grado di galleggiare, nemmeno la più vivida fantasia avrebbe potuto comporre lo scenario disegnato dall’Ombrone.
Frigoriferi, sedie, carcasse di mucche, un divano con un maiale seduto con davanti una televisione. Invenzioni della mente? No, la realtà vista oltre mezzo secolo fa.
Poi il rumore del fiume, i gorghi, il ribollire marrone, quasi nero, del liquido che cercava spazio e riposo. Tutte le mura erano una balconata affacciata sul disastro apocalittico voluto dalla natura.
A casa nemmeno una parola, il silenzio come protezione. Il telegiornale parlava di Firenze, Grosseto appariva di striscio, veloce come l’acqua che lo affogava.
Quei volti, quella disperazione: l’alluvione della povera gente
I giorni successivi portarono le immagini rimaste scolpite nel cuore. La gente, quella gente tanto ignorata prima quanto rimasta nel limbo dei pensieri e scostata quasi con sgarbo, diventò umana.
Lacrime, disperazione, volti contorti, case alterate in buchi, melma, puzzo, mobili fradici in strada, macchine capovolte, muri sfondati, topi che nuotavano a pelo dell’acqua con le lunghe code ritte.
Quei visi, quegli occhi, quelle bocche, quella disperazione tangibile, quella rabbia, quella sfiducia immensa. A 14 anni incameri, capisci, hai paura, la stessa della gente che si metteva le mani sui capelli, piangeva e scavava con le mani, con tavole di legno, cucchiai e forchette e non mangiava da giorni.
In tv ancora Firenze.
Poi salì in cielo l’epigrafe del disastro: “L’alluvione della povera gente”.
Verissimo, e la scintilla entrò nel cuore. Grosseto dimenticata, Maremma emarginata, simboli atrocemente reali, che quella gente trasformò in futuro sfoderando le ancestrali unghie di chi è abituato a stare immerso nelle difficoltà, nella quotidiana lotta per non annegare.
E in mezzo al fango nacque l’amore per la Maremma
Il popolo smise di piangere, si tolse le mani dai capelli e le immerse nella fanghiglia pulendo, svuotando, raschiando. Un lavoro ciclopico.
Qualcuno riprese a sorridere, l’Ombrone si ritirò battuto e grigio.
Impossibile non attaccarsi a quella gente, a quelle mani piene di stupendi calli, impensabile non parlarci e ascoltare le loro, meravigliose storie.
L’allora 14enne capì di essere arrivato in una terra straordinaria e non ha mai smesso di abbracciarla e baciarla come una bellissima donna.
Giancarlo Mallarini



