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L’insegnamento di Bracalari: «Libertà conquista quotidiana»

Nello Bracalari, l’ultimo partigiano, la voce instancabile della libertà e della democrazia. La sua morte lascia un vuoto incolmabile
Nello Bracalari
Una bella immagine di Nello Bracalari, classe 1928

GROSSETO. L’Ultima volta che era andato in piazza è lo scorso 25 aprile, quando la Festa della Liberazione è stata anche una giornata di protesta contro la guerra in Ucraina.

Aveva voluto alzare la sua voce, portare la sua testimonianza di ex partigiano che la guerra l’aveva vissuta e ancora ne portava dentro il vivo e vivido ricordo.

Nello Bracalari, in tutta la sua lunga vita, non aveva mai, nemmeno una volta, fatto venire meno le sua presenza autorevole e la sua memoria: il 25 aprile soprattutto, il 1° maggio, il 2 giugno.

In quelle feste che celebrano la democrazia e la libertà, la pace e i diritti. Ma anche quando si sono manifestati rigurgiti fascisti – “squadristi” li definiva – e si sono alzati venti di guerra. 

Ricordarlo nel giorno in cui se n’è andato, lasciando un vuoto incolmabile, senza rischiare si essere retorici è difficile. Tante le cose che ha fatto, tante le lezioni che ha dato a chi ha avuto voglia di ascoltarlo, ai ragazzi nelle scuole, ai giovani in piazza, ai meno giovani con la memoria corta. 

Ogni sua parola è un insegnamento, ma la frase che meglio lo rappresenta e lo racconta la pronunciò al termine di una lunga intervista. Con il dito indice alzato, il suo immancabile sorriso e gli occhi lucidi per l’emozione: «La libertà è una conquista quotidiana, che ognuno di noi porta avanti nelle piccole cose e nei piccoli gesti quotidiani. Basta distrarsi un attimo e si rischia di perderla. Ecco perché da quasi 80 anni vado in piazza a celebrarla».

Staffetta partigiana a 15 anni

Aveva 15 anni, era nato il 23 aprile 1928 a Gavorrano, quinto figlio di una numerosa famiglia contadina, quando si era unito al fratello maggiore “alla macchia” con i gruppi partigiani. Doveva portare viveri e beni di prima necessità. Una staffetta, come lo era stata Norma Parenti

«La mia famiglia – raccontava – era di condizioni economiche poverissime come tutti i mezzadri che passavano  incessantemente da un podere all’altro, alla costante ricerca di uno sufficientemente redditizio. Ricordo tre traslochi solo nella mia infanzia. Quando accadeva che il raccolto non assicurasse il “pane” per tutto l’anno, si era costretti a ricorrere a prestiti in grano che, di norma, venivano concessi dai proprietari dei fondi, ma che poi era sempre problematico estinguere. 

All’età di 10 anni dopo aver frequentato la quarta elementare, dovetti abbandonare la scuola con mio grande dispiacere, ma le condizioni economiche non consentivano di fare altrimenti: mio fratello che era stato chiamato militare e c’era bisogno di qualcuno che badasse alle pecore e lavorasse con l’aratro.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 mio fratello, che aveva partecipato alla campagna di Grecia ed era riuscito ad evitare la cattura e l’internamento da parte dei tedeschi, decise di non obbedire alla chiamata alle armi della repubblica di Salò e si dette alla macchia assieme ad altri giovani. Io, che all’epoca avevo 15 anni dovevo provvedere ai rifornimenti di viveri ed ogni altra necessità. La mia partecipazione alla Resistenza sostanzialmente fu quella di semplice “staffetta”».

La militanza politica, il sindacato, le lotte

Dopo la Liberazione, Nello Bracalari iniziò l’attività politica e sindacale, nelle file del movimento giovanile comunista. Dalla “gavetta” ci teneva a dirlo.  A  18 anni venne assunto come cavatore alla cava della Bartolina e a 19 anni fu eletto segretario della sezione di Bivio di Ravi. Nel 1951 iniziò la carriera politica come consigliere del Pci, al Comune di Gavorrano.

Poi il servizio militare, il ritorno alla cava e l’ingresso nella commissione di fabbrica, con il compito di dirigere le dure lotte sindacali. Nello era nella segreteria del sindacato provinciale minatori e cavatori quando, nel 1954, si verificò la terribile sciagura di Ribolla, in cui persero la vita 44 minatori.

Nel 1970, lasciò il sindacato per svolgere attività politica e amministrativa. Negli anni successivi, ricoprì vari incarichi tra cui membro della segreteria provinciale del Pci, capogruppo in consiglio comunale a Grosseto, presidente nell’azienda municipale di trasporto pubblico (la Rama), assessore alle attività produttive del capoluogo, presidente dell’allora Associazione intercomunale dell’area di Grosseto.

Poi il lungo impegno nell’Anpi, che oggi lo ricorda con affetto per quello che ha rappresentato nell’associazione. 

«Negli anni in cui ho svolto le funzioni di pubblico amministratore, un impegno svolto a tempo pieno, l’indennità di carica – ci teneva a precisare Nello – corrispondeva a circa la metà della paga di un operaio metalmeccanico dell’epoca e quindi doveva intervenire il partito per integrare lo stipendio. Una situazione diametralmente opposta all’attuale che dà un’idea abbastanza precisa di ciò che è successo negli ultimi anni».

Un uomo delle istituzioni

Nello ha vissuto fino in fondo tutti i passaggi che dal Pci, al Pds, ai Ds, hanno portato la sinistra italiana fino al Pd, con ruoli interni agli organi di garanzia. “Di secondo piano”, li definiva, ma sempre di grande importanza, compreso l’incarico di amministratore unico della società che gestiva il patrimonio immobiliare del Pci prima e dei Ds poi.

Ma dentro di sé è sempre rimasto un uomo semplice, un uomo delle istituzioni e per le istituzioni.

«Nel corso della mia lunga attività politica ho rivestito ruoli e ottenuto un consenso che mi avrebbero forse consentito l’accesso ad incarichi ritenuti più prestigiosi, a livello regionale o nazionale, ma non ho mai “sgomitato” per fare carriera. Ritenevo, e non ho cambiato idea, che le ambizioni personali di un politico debbano assoggettarsi ad altre priorità. Così ora, dopo decenni di attività, vivo senza rimpianti con una pensione che appena supera i 1.000 euro mensili, orgoglioso di quello che ho cercato di fare per il “bene comune” e in favore dei più deboli. Mi sento appagato dalla stima e dall’affetto da cui sono circondato».


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