ROSELLE. In una delle tombe c’erano un coltello, alcune monete e un piccolo pendaglio in osso, forse un portafortuna. Accanto, le sepolture di bambini, adolescenti e adulti: persone vissute oltre 1.200 anni fa, delle quali gli archeologi proveranno ora a ricostruire la storia. Sono dieci le nuove tombe scoperte a Roselle, nella necropoli medievale sorta nell’area delle antiche terme adrianee, e dai loro resti potrebbero arrivare nuove risposte su chi abitava la città, da dove veniva e come viveva.
Gli scavi sono ripartiti lunedì 31 agosto e in una delle tombe è emerso anche un piccolo corredo: un coltello, alcune monete e un pendaglio in osso, probabilmente utilizzato come portafortuna. Le monete, nonostante siano state coniate secoli prima, avrebbero continuato ad avere un valore. È l’unica delle nuove sepolture, almeno per il momento, ad aver restituito un corredo.
Ma sono soprattutto i resti umani a rappresentare un patrimonio prezioso per la ricerca: attraverso Dna antico, isotopi e analisi antropologiche, gli studiosi proveranno a ricostruire età, sesso, malattie, alimentazione e provenienza di quelle persone.
A dirigere scientificamente la campagna è l’archeologo Alessandro Sebastiani, all’interno di un progetto internazionale che coinvolge l’Università di Buffalo e si inserisce in un’indagine molto più ampia sulla storia di Roselle e della valle dell’Ombrone.
Dna e isotopi per ricostruire la vita degli abitanti
Le ricerche archeologiche condotte negli ultimi decenni hanno permesso di ricostruire progressivamente la lunghissima storia della città. L’area della necropoli era già stata interessata dagli scavi dei primi anni Ottanta diretti da Maria Grazia Celuzza e oggi gli archeologi sono tornati a indagare un filone di ricerca che non veniva affrontato sistematicamente dagli anni Novanta.
«Lo studio nasce dalla volontà di comprendere cosa accadeva nella valle dell’Ombrone fra il periodo etrusco e il basso Medioevo. Attraverso il cimitero possiamo scoprire tantissime cose, fra cui le malattie, l’alimentazione e le caratteristiche delle persone che vivevano all’epoca – dice Sebastiani –. Abbiamo già la possibilità di studiare un campione composto da oltre 200 scheletri e le nuove sepolture ci permetteranno di ampliarlo».
Il team antropologico può determinare il sesso, l’età e le patologie che hanno lasciato tracce sulle ossa. Dai resti vengono poi prelevati campioni per ottenere datazioni più precise ed effettuare analisi del Dna antico e degli isotopi.
Questi ultimi possono fornire informazioni preziose anche sulla dieta e sul luogo di origine degli individui, permettendo agli studiosi di verificare la presenza nella Roselle medievale di popolazioni provenienti da altre aree e, per esempio, di comprendere se individui ritenuti longobardi fossero effettivamente arrivati dall’esterno oppure appartenessero a comunità già presenti sul territorio.
L’ipotesi di un individuo di origine nordafricana
Uno degli elementi più interessanti riguarda proprio la provenienza degli abitanti della Roselle medievale.
«Attraverso le analisi craniometriche e gli standard volumetrici del cranio possiamo ottenere indicazioni sull’origine degli individui – continua Sebastiani – Nel cimitero medievale cristiano abbiamo individuato anche un individuo che potrebbe essere di origine nordafricana».
Si tratta di un’ipotesi che dovrà essere approfondita attraverso le nuove analisi, ma che apre una finestra importante sui rapporti tra le popolazioni del Mediterraneo nel Medioevo. La particolarità, infatti, non risiede soltanto nella possibile provenienza dell’individuo, ma nel luogo in cui venne sepolto: all’interno del cimitero cristiano e insieme al resto della comunità.
«È un elemento che ci porta a riflettere su un dibattito storico molto più ampio – spiega Sebastiani – Siamo abituati a immaginare una separazione netta fra mondo cristiano e islamico, ma dati come questo possono raccontarci un Mediterraneo meno chiuso di quanto pensiamo e forme di integrazione all’interno delle comunità».
Le ricerche potrebbero contribuire anche allo studio della presenza e della tratta di schiavi nel Medioevo, permettendo di comprendere quale posizione avessero queste persone all’interno delle comunità in cui vivevano.
La malaria e le nuove domande sull’abbandono di Roselle
Sotto la lente degli studiosi c’è anche la malaria e il ruolo che la malattia potrebbe aver avuto nel progressivo declino della città. Lo studio degli oltre 200 scheletri ha permesso di individuare tracce compatibili con la presenza della malattia nella popolazione. Ma i risultati ottenuti finora stanno ridimensionando una delle interpretazioni tradizionali sull’abbandono di Roselle.
«La malaria c’era, ma non era la prima causa di morte – dice Sebastiani – I dati che abbiamo raccolto ci permettono quindi di mettere in discussione l’idea che sia stata la causa determinante dell’abbandono della città».
Il processo di declino di Roselle fu molto più lungo e complesso, nel quale potrebbero aver avuto un peso anche decisioni di carattere politico e amministrativo e il progressivo spostamento del centro verso Grosseto.
La città, infatti, non scomparve da un giorno all’altro. Ancora tra Cinquecento e Seicento alcune aree erano ancora usate, come l’anfiteatro usato da pastori e come luogo di bivacco.
Le università americane al lavoro nella necropoli
La ricerca ha assunto ormai una dimensione internazionale. Sebastiani dirige scientificamente il progetto che coinvolge l’Università di Buffalo, i cui studenti partecipano direttamente alle campagne di scavo.
L’interesse è alto: per 24 posti sono arrivate circa 60 richieste, tanto da rendere necessaria una selezione degli studenti che possono prendere parte al progetto.
Alle analisi antropologiche collaborano inoltre la Michigan State University, con il professor Todd Fenton, The College of New Jersey, con il professor Jared Beatrice, e la Texas Tech University, con la professoressa Mari Isa.
Le diverse competenze permetteranno di incrociare i risultati delle analisi antropologiche con quelli del Dna antico, degli isotopi e delle datazioni, cercando di ottenere un quadro sempre più preciso della popolazione che abitava Roselle.
Gli scavi si allargheranno oltre il cimitero
Le dieci tombe rappresentano soltanto una parte di un progetto destinato a proseguire. Dal prossimo anno gli archeologi prevedono di allargare gli scavi oltre l’area del cimitero, per comprendere come si sia sviluppato e trasformato nel tempo l’intero quartiere.
Per Sebastiani, tornare a scavare dentro Roselle rappresenta anche il punto di arrivo di circa 15 anni di ricerche nella media valle dell’Ombrone. L’archeologo, che proprio a Roselle ha dedicato la tesi di laurea e il dottorato in archeologia medievale, ha lavorato negli anni anche a Civitella Paganico e in altri siti del territorio insieme a Elena Chirico e Matteo Colombini.
«Entrare finalmente dentro Roselle è stato molto emozionante – dice Sebastiani – Qui le possibilità sono infinite e c’è ancora tantissimo da scoprire».
L’obiettivo è andare sempre più in profondità nella storia della città: nell’area della cattedrale gli archeologi sperano di raggiungere i livelli del II secolo avanti Cristo e, successivamente, quelli ancora più antichi, ricostruendo non soltanto la monumentalità degli edifici, ma l’intera evoluzione del quartiere.
Una nuova stagione di ricerche nei siti della Maremma
La campagna di Roselle si inserisce in una nuova stagione di ricerche che interessa diversi siti archeologici della Maremma.
«Gli scavi sono ancora in corso e la campagna è stata organizzata in due momenti, prima in estate e ora a settembre – dice Leonardo Bochicchio, direttore del Parco Archeologici della Maremma – È stato ripreso lo studio di una zona importante della necropoli vicina alla cattedrale, tornando su un filone di ricerca che non veniva approfondito dagli anni Novanta».
Le tombe si trovano anche nella parte più alta della collina nord e la loro stratificazione si intreccia con i muri medievali e con l’urbanistica delle diverse epoche. L’obiettivo è ricostruire un arco temporale vastissimo, dalla prima romanizzazione del III secolo avanti Cristo fino all’abbandono della sede vescovile.
«Siamo molto contenti e soddisfatti – continua Bochicchio – Stiamo riprendendo la ricerca nei parchi archeologici della Maremma e sono diversi i centri di ricerca che ci chiedono di poter scavare sul territorio».
Le attività non riguardano soltanto Roselle. A Vetulonia una campagna condotta con l’Università di Perugia ha interessato la Domus Pretoria, con nuove indagini previste in autunno per approfondire le caratteristiche e la cronologia dell’abitazione ellenistica.
Nel corso di questo ottobre sono previsti scavi anche a Cosa. La ripresa delle ricerche è stata possibile anche grazie ai finanziamenti del ministero arrivati ad aprile e alle collaborazioni con le università, che trasformano i siti archeologici maremmani anche in luoghi di formazione sul campo per gli studenti.



