ALBINIA. «Arnaldo non c’è più, è andato alla casa del Padre». La voce di don Antonio, parroco di Albinia, è spezzata dal dolore. Sono poche parole, pronunciate con le lacrime agli occhi, quelle con cui conferma una notizia che nessuno avrebbe mai voluto ricevere. Don Arnaldo Combi è morto improvvisamente nella mattinata di domenica 25 ottobre, dopo essere stato colto da un malore.
Aveva 59 anni, era nato nel 1967, aveva origini milanesi ed era viceparroco di Albinia. Ma definirlo soltanto un sacerdote sarebbe riduttivo. Perché don Arnaldo, negli anni, era riuscito a diventare molto di più: un amico, un confidente, un punto di riferimento. Una persona capace di entrare nella vita delle famiglie, di ascoltare i ragazzi, di condividere le difficoltà della comunità.
La sua morte ha lasciato sotto choc Albinia e tutto il territorio nel quale aveva svolto la propria missione pastorale.
Il malore improvviso e la corsa in ospedale con Pegaso
Il dramma si è consumato nella mattinata di domenica. Don Arnaldo ha accusato un malore ed è stato immediatamente dato l’allarme.
Sul posto sono intervenuti i soccorritori e, vista la gravità della situazione, è stato attivato anche l’elisoccorso Pegaso, che ha trasportato il sacerdote all’ospedale di Grosseto. Nonostante i tentativi di salvarlo, don Arnaldo non ce l’ha fatta.
Secondo le prime informazioni potrebbe essere stato colpito da un infarto, ma le cause esatte della morte non sono ancora state confermate.
La notizia si è diffusa rapidamente, lasciando increduli quanti lo conoscevano. A confermarla è stato don Antonio, che con lui aveva condiviso non soltanto l’attività in parrocchia, ma anche tanti momenti della vita quotidiana della comunità.
«Arnaldo non c’è più, è andato alla casa del Padre».
Per don Antonio se ne va un confratello, un compagno di cammino, una presenza preziosa con la quale aveva condiviso l’impegno pastorale e la vicinanza alle persone.
Un sacerdote che amava stare fra la gente
Don Arnaldo non era un prete che si limitava a celebrare la messa o ad assolvere i compiti della parrocchia. Amava stare tra le persone, parlare con loro, ascoltarle, capire che cosa non andava e provare a trovare una soluzione. Era un uomo che cercava il contatto umano, che non voleva distanze tra sé e gli altri.
Don Arnaldo era stato ordinato sacerdote il 5 giugno 1999 a Sovana. La diocesi lo indica come vicario parrocchiale di Santa Maria delle Grazie ad Albinia e amministratore parrocchiale di San Donato.
Per lui Albinia era diventata una grande famiglia. Ne conosceva le difficoltà, i problemi, le ferite. Sapeva che dietro ogni porta c’erano storie diverse, persone che avevano bisogno anche soltanto di essere ascoltate.
Il suo modo di essere sacerdote era fatto soprattutto di presenza. Di incontri, di parole scambiate per strada, di disponibilità nei confronti di chi attraversava momenti difficili.
Una vicinanza che gli aveva fatto conquistare l’affetto di tante persone, credenti e non.
Il sogno dell’oratorio di San Filippo Neri e l’amore per i giovani
Tra i progetti ai quali teneva maggiormente c’era quello di realizzare ad Albinia un oratorio legato alla figura di San Filippo Neri.
Non era soltanto il desiderio di creare un nuovo spazio parrocchiale. Per don Arnaldo significava offrire ai ragazzi un luogo nel quale incontrarsi, crescere, confrontarsi e sentirsi accolti.
Voleva stare in mezzo ai giovani. Conoscere i loro problemi, comprenderne le difficoltà, aiutarli in ogni modo possibile.
Credeva che una comunità avesse il dovere di non lasciare soli i ragazzi, ma di costruire occasioni di incontro, di condivisione e di crescita.
Quella dell’oratorio era diventata una delle sue battaglie. Un progetto portato avanti con determinazione perché, prima ancora di pensare a una struttura, don Arnaldo pensava ai ragazzi che avrebbero potuto trovarvi una seconda casa. Era convinto che investire sui giovani significasse investire sul futuro di Albinia.
In prima linea durante l’alluvione, sempre accanto a chi aveva bisogno
C’è un altro capitolo della storia di don Arnaldo che racconta bene il suo rapporto con Albinia: quello dell’alluvione. Nei giorni drammatici in cui il territorio si trovò ad affrontare una delle sue prove più difficili, il sacerdote fu in prima linea per dare una mano.
Si mise a disposizione di chi aveva bisogno, condividendo le difficoltà delle famiglie e cercando di offrire un aiuto concreto.
Non era il momento delle parole, ma quello di rimboccarsi le maniche. E don Arnaldo non si tirò indietro.
Anche in quell’occasione dimostrò quanto fosse profondo il suo legame con la comunità. La sua idea di sacerdote non prevedeva di restare a guardare mentre gli altri soffrivano. Bisognava esserci. E lui c’era.
«Se ne va un amico fraterno, oggi Albinia non sarà più la stessa»
Ma c’è anche il dolore personale di chi don Arnaldo lo ha conosciuto da vicino. Di chi con lui ha condiviso esperienze, momenti di vita, confidenze e un’amicizia profonda.
«Scompare un amico fraterno, una persona alla quale ho voluto bene e che ha caratterizzato tanti momenti della mia vita, così come ha caratterizzato la vita della comunità di Albinia».
Sono parole che nascono da un legame vero, di quelli che si costruiscono negli anni e che non possono essere raccontati soltanto attraverso il ruolo pubblico di una persona.
Perché don Arnaldo era anche l’amico al quale rivolgersi, la persona con cui condividere un pensiero, una preoccupazione, un momento felice o una difficoltà.
«Oggi Albinia non sarà più la stessa. E forse non lo sarà neppure una parte di me, perché quando se ne va un amico fraterno non scompare soltanto una presenza: resta un vuoto fatto di ricordi, di momenti vissuti e di affetto sincero. Un vuoto che nessuna parola può davvero colmare».
Un dolore intimo che oggi diventa anche quello di un’intera comunità.
Un uomo, un prete, uno di noi
Con la morte di don Arnaldo Combi, Albinia perde una figura che aveva saputo lasciare un segno profondo nella vita delle persone.
Resta il ricordo di un sacerdote che amava il dialogo, che voleva costruire un oratorio per i giovani, che aveva saputo stare vicino alle famiglie nei momenti più difficili e che aveva scelto di vivere la propria missione anche fuori dalle mura della chiesa.
Resta soprattutto il ricordo di un uomo capace di farsi voler bene.
Ci sono persone che attraversano una comunità lasciando qualcosa di sé. Don Arnaldo lo aveva fatto attraverso i gesti quotidiani, gli incontri, la disponibilità e quella capacità di far sentire gli altri meno soli.
Oggi Albinia piange il suo viceparroco. Ma piange anche un amico, un volto familiare, una presenza che sembrava impossibile perdere così all’improvviso.
Un uomo, un prete, uno di noi. E per chi gli ha voluto bene, da oggi, un’assenza difficile da accettare.




