MAREMMA. Una castagna può creare lavoro. Un olivo secolare può impedire che un pezzo di campagna venga abbandonato. E un’osteria può diventare molto più di un ristorante, fino a trasformarsi in un punto di riferimento per un intero paese.
È la Maremma interna che prova a combattere lo spopolamento partendo dalla propria terra e dalle proprie tradizioni. Esperienze diverse, dall’Amiata a Semproniano fino a San Giovanni delle Contee, arrivate a Terra Madre, a Torino, dove lo stand di Slow Food Toscana e Vetrina Toscana ha ospitato i racconti dei territori.
Il filo conduttore è uno: per evitare che i piccoli centri si svuotino non basta conservarne il paesaggio. Bisogna far sì che quel paesaggio continui a produrre reddito, lavoro, servizi e occasioni per restare.
La castagna dell’Amiata diventa una risorsa per il futuro
Una delle esperienze presentate a Torino riguarda la Castagna del Monte Amiata Igp.
L’incontro “Il bello e il buono della montagna” ha messo al centro la necessità di superare un modello legato esclusivamente alla vendita delle castagne fresche e della farina, sviluppando invece nuovi prodotti capaci di allungare la filiera e superare i limiti della stagionalità.
Un esempio arriva dalla Castagna Leopoldina di Sorano, raccontata da Francesca Gioacchini. La trasformazione del prodotto, a cominciare dal marron glacé, permette di raggiungere mercati differenti e può creare nuove opportunità imprenditoriali, anche per i giovani.

Ma le possibilità non finiscono qui.
Roberto Ulivieri, presidente dell’Associazione Castagna del Monte Amiata Igp, ha indicato anche la strada del castaneoturismo, mettendo insieme produzione, ospitalità, ristorazione e scoperta del territorio.
Persino ciò che normalmente viene considerato uno scarto può diventare una risorsa: i ricci delle castagne possono essere riutilizzati per realizzare bioplastiche, imballaggi e prodotti cosmetici, inserendo una coltivazione antichissima nei nuovi processi dell’economia circolare.
Gli olivi secolari di Semproniano tornano a vivere
Un’altra risposta all’abbandono delle campagne arriva da Semproniano, dove il progetto “Adotta un Olivone”, promosso da Slow Food Grosseto, punta al recupero degli olivi secolari.
L’obiettivo non è soltanto salvaguardare alberi che rappresentano una parte importante del paesaggio maremmano.
Recuperare gli oliveti significa anche sostenere gli agricoltori, mantenere produttivi i terreni e impedire che le campagne vengano progressivamente abbandonate.
Gli olivi monumentali diventano così custodi della biodiversità e della cultura agricola del territorio, ma allo stesso tempo possono tornare a essere parte di un’attività economica.
A Terra Madre ne hanno parlato Francesco Monzeglio dell’Aps La Piazzoletta e l’agronomo Lamberto Tosi.
L’osteria che ha rimesso in moto un paese
Forse l’esempio che racconta più direttamente cosa significhi provare a tenere vivo un piccolo borgo arriva però da San Giovanni delle Contee.
Qui la cooperativa di comunità ha dato vita all’osteria Maccalè, trasformandola in qualcosa che va ben oltre un semplice locale.
La cooperativa unisce infatti ristorazione e socialità ad alcuni servizi per gli abitanti, come la spesa a domicilio e la consegna dei medicinali.

A Terra Madre l’esperienza è stata raccontata da una delegazione di nove persone e dalla presidente della cooperativa, Tiziana Peruzzi.
La nascita dell’osteria ha contribuito a creare un nuovo indotto e, secondo quanto raccontato dalla cooperativa, ha favorito l’apertura di altre attività, portando nuove occasioni in un paese che deve fare quotidianamente i conti con le difficoltà tipiche delle aree interne.
Tornano anche i ceciarelli, la pasta che si mangia soltanto qui
Il progetto ha recuperato anche le vecchie ricette tramandate dagli anziani del paese, in linea con lo spirito di Vetrina Toscana.
Tra queste ce n’è una particolarmente legata a San Giovanni delle Contee: i ceciarelli.
Si tratta di una pasta fresca preparata con acqua, uova e farina e lavorata in pezzi talmente piccoli da ricordare la forma dei ceci, da cui deriva il nome.

Una ricetta della tradizione contadina che viene proposta soprattutto all’interno di una saporita zuppa o minestra di fagioli e che rappresenta ormai uno degli elementi distintivi dell’osteria.
Il recupero della cucina tradizionale diventa così un altro modo per costruire un’identità riconoscibile e trasformarla in attrazione.
La sfida contro lo spopolamento
Nel racconto delle esperienze delle aree interne trova spazio anche la Cantina del Rospo, presentata da Tommaso Ciuffoletti, come esempio di un modo differente di raccontare prodotti e territorio.
Castanicoltura, recupero degli olivi storici e cooperative di comunità seguono percorsi differenti, ma convergono sullo stesso obiettivo: mantenere produttivo il paesaggio e creare le condizioni perché le persone possano continuare a vivere nei piccoli centri.
«L’Amiata ci mostra che il cibo può diventare uno strumento di politica territoriale: una castanicoltura che innova, un oliveto storico recuperato, un’osteria che si fa anche servizio per gli abitanti sono modi diversi di tenere vivo un territorio – dice Massimo Rovai, presidente di Slow Food Toscana –. Ma servono persone capaci di restare, di assumere responsabilità e di coinvolgere gli altri».
Ed è probabilmente questa la sfida più difficile per la Maremma interna: innovare senza cancellare la propria identità.
Perché dietro una castagna, un vecchio olivo o una ricetta recuperata non c’è soltanto la tutela di una tradizione. C’è la possibilità di creare lavoro, mantenere servizi e dare a qualcuno un motivo in più per restare a vivere in questi paesi.




