Quando Marina di Grosseto era la città dei bambini: un secolo di colonie, ricordi e vite cambiate | MaremmaOggi Skip to content

Quando Marina di Grosseto era la città dei bambini: un secolo di colonie, ricordi e vite cambiate

Dalle capanne di legno del 1918 ai grandi edifici della pineta, passando per Casa Gioiosa, il Cif, Villa Gaia, la Bodoni e la Saragat: la storia di un patrimonio che ha accompagnato generazioni di bambini e segnato la crescita della Maremma
Tre delle quattro colonie di Marina di Grosseto: Bodoni, Saragat e Casa Gioiosa (San Rocco)
Tre delle quattro colonie di Marina di Grosseto: Bodoni, Saragat e Casa Gioiosa (San Rocco) (credits foto Federico Occhionero)

MARINA DI GROSSETO. C’è stato un tempo in cui l’estate non significava villaggi turistici, ombrelloni colorati o seconde case. C’è stato un tempo in cui il mare era una medicina, la pineta un luogo di cura e Marina di Grosseto una destinazione capace di cambiare la vita di bambini poveri, orfani o semplicemente troppo gracili per affrontare gli inverni delle campagne maremmane.

Per quasi un secolo, generazioni di ragazzi hanno conosciuto il profumo della salsedine, il rumore delle cicale e l’ombra dei pini grazie alle colonie marine.

Molti di loro non avevano mai visto il mare.

Altri arrivavano da Grosseto, dalla campagna, dai piccoli paesi dell’entroterra. Alcuni erano figli di contadini, altri figli della guerra. Tutti, almeno per qualche settimana, trovavano qui un mondo diverso.

E se oggi restano quattro grandi edifici lungo via delle Colonie – Villa Gaia, San Rocco, Bodoni e Giuseppina Saragat – in realtà tutto cominciò molto prima.

Cominciò nel 1918.

Sulla mappa le 4 colonie di Marina di Grosseto
Sulla mappa le 4 colonie di Marina di Grosseto

Quando tutto iniziò: l’estate del 1918

La Grande Guerra non era ancora finita. L’Italia contava i morti, i mutilati, le famiglie spezzate. In Maremma c’erano bambini che avevano perso il padre e madri che cercavano di andare avanti come potevano.

Fu allora che il Fascio Grossetano di Difesa Nazionale, guidato dal dottor Giuseppe Mascagni, decise di fare qualcosa.

Tra il primo agosto e il 3 settembre del 1918 nacque la prima colonia marina grossetana. Niente grandi edifici. Niente architetture monumentali. Soltanto due capanne di legno costruite con materiale fornito dalla Società Miniere di Montecatini e due grandi tende donate dall’Ansaldo che ospitavano le mense. La colonia si trovava a circa centocinquanta metri a nord-ovest del forte di San Rocco.

Furono accolti cinquanta bambini. Ogni mattina partivano da Grosseto a bordo delle vetture della Rama, che allora non era ancora una compagnia di autobus ma una realtà molto diversa da quella che conosciamo oggi.

Arrivati a Marina venivano sottoposti alla profilassi contro la malaria, una malattia che in Maremma era ancora una presenza concreta e temuta. Poi iniziava la giornata. Bagni in mare. Giochi sulla spiaggia. Pranzi abbondanti. Il riposo sotto i pini e la sera il ritorno in città.

Erano figli dei caduti in guerra. Per loro il mare rappresentava molto più di una vacanza. Era una promessa di futuro.

La Vittorio Veneto e le prime estati sul mare

Dieci anni dopo, Marina di Grosseto era cambiata.

Anche la colonia era cresciuta. Nel 1928 la struttura venne trasferita dai pressi della Torre di San Rocco in una zona più adatta, poco più a nord. Non era più una semplice colonia giornaliera. I bambini potevano finalmente dormire al mare. Nasceva la colonia marina provinciale Vittorio Veneto.

Le baracche erano state rinnovate e l’organizzazione affidata alle Figlie della Carità dell’orfanotrofio di San Lorenzo. Quell’anno furono ospitati due turni. Sessanta maschi e ottanta femmine provenienti da tutta la provincia.

Erano bambini bisognosi di cure elioterapiche. Molti soffrivano di linfatismo, altri portavano i segni della tubercolosi ossea o delle malattie della povertà.

La relazione dell’epoca racconta che tutti tornarono a casa con uno stato di salute migliore e con un aumento di peso che arrivava anche a cinque chilogrammi. Ma non era soltanto una questione medica. Era una scuola di vita.

Le giornate erano scandite dalle preghiere, dai giochi, dalle attività fisiche, dal canto e dalla disciplina. E la sera, prima di dormire, ogni bambino riceveva un pensiero dedicato al padre caduto.

Marina di Grosseto, senza saperlo, stava diventando la città dei bambini.

Villa Gaia e la Snia Viscosa

Negli anni Trenta il piccolo centro di San Rocco cambiò volto. Le strade migliorarono. La pineta si popolò, la località balneare iniziò a prendere forma. Fu in quegli anni che nacque la prima delle quattro grandi colonie che ancora oggi caratterizzano Marina. La più vicina alla chiesa (prima dell’ampliamento, che è del 1954) e al centro del paese. Ma fece un percorso inverso, perché prima era albergo, poi diventò colonia, la futura Villa Gaia. E, adesso, è tornata ad essere albergo.

Diventò colonia nel primo dopoguerra, quando fu acquistata dalla Snia Viscosa (prima chiamata Cisa Viscosa) per diventare il luogo del welfare della società (Società di Navigazione Italo-Americana, poi Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa, colosso industriale e chimico italiano, attivo fino al 2003).

La colonia Villa Gaia (foto Maremma, un tuffo nel passato)

La colonia Villa Gaia (foto Maremma, un tuffo nel passato)

Era una struttura moderna, pensata per ospitare centinaia di bambini. Per chi arrivava a Marina in quegli anni, quelle costruzioni rappresentavano qualcosa di quasi monumentale.

Dietro la pineta, tra il profumo della resina e il rumore del mare, prendeva forma un mondo costruito intorno all’infanzia. Con le suore che si prendevano cura dei bambini, portati in spiaggia e riparati dal sole con grandi tendoni bianchi.

L’idea delle colonie marine non era soltanto sanitaria. Era sociale, educativa, perfino simbolica. Per molti bambini provenienti dalle campagne della Maremma quello era il primo viaggio della vita, il primo bagno, la prima notte lontano da casa, la prima amicizia nata davanti al mare.

Casa Gioiosa, la futura San Rocco

La guerra cambiò tutto. L’Italia uscì distrutta ma con una grande voglia di ricominciare e anche le colonie si trasformarono.

Negli anni Cinquanta una delle strutture più amate di Marina era conosciuta da tutti con un nome semplice e rassicurante: Casa Gioiosa. Era la futura San Rocco. Era in fondo a Marina, isolata dal paese, costruita all’inizio degli anni ’30. Un gigante in mezzo alla sabbia.

Durante la guerra la colonia, che fu requisita dagli americani, era intitolata a Ivo Saletti, lo squadrista fascista ucciso a Roccastrada il 24 luglio 1921. Fatto che portò alla strage di Roccastrada.

La colonia con la bandiera americana, ancora intitolata a Ivo Saletti
La colonia con la bandiera americana, ancora intitolata a Ivo Saletti (foto archivio 57th Fighter Group)

Le fotografie dell’epoca mostrano educatrici sorridenti, bambini in fila, giochi sulla spiaggia e giornate trascorse tra mare e pineta.

Per tanti grossetani quel nome è ancora oggi sinonimo di estate. Qui generazioni di ragazzi impararono a nuotare, conobbero i primi amici e trascorsero settimane che sarebbero rimaste per sempre nella memoria.

A differenza di altre colonie, la San Rocco avrebbe avuto un destino fortunato. Rimasta comunale, è riuscita a sopravvivere al declino del sistema delle colonie. È stata ristrutturata nel 2013, in occasione dei mondiali di vela. 

Oggi ospita la scuola media. E la scuola di vela di Alessandra Sensini, una che nella vela ha scritto pagine di storia.

E forse è proprio questo il suo destino naturale. Continuare ad accogliere giovani, anche se in modo diverso.

Casa Gioiosa e le donne del Cif: quando la solidarietà aveva il volto delle madri

Casa Gioiosa si lega anche ad un’altra storia. La guerra era finita da poco. Grosseto usciva dagli anni più difficili della sua storia. Le ferite erano ancora aperte, la povertà diffusa, molte famiglie vivevano nell’incertezza e l’infanzia rappresentava una delle emergenze più grandi.

Fu in quel clima che, nell’ottobre del 1944, nacque a Roma il Centro Italiano Femminile. E anche a Grosseto, già nel 1945, un gruppo di donne iniziò a costruire una rete di solidarietà destinata a lasciare un segno profondo nella vita della città.

Amelia Cinelli Sartori, Isabella Guidi Santini, Ernesta Bocelli, Giovanna Giovani Romani, Gemma Testa Vivarelli, Lia Benesperi e molte altre furono tra le protagoniste di quella stagione. Donne che, in anni difficili, si dedicarono all’assistenza all’infanzia, alla distribuzione di viveri e vestiti, al sostegno delle famiglie, degli sfollati e dei reduci.


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E proprio ai bambini venne riservata un’attenzione speciale.

Già dal 1946 il Cif grossetano organizzò una colonia temporanea e una colonia diurna a Marina di Grosseto, alle quali si aggiunsero successivamente le colonie montane di Santa Fiora, Monticello Amiata, Castel del Piano e Torniella.

Ma il cuore delle estati grossetane era la colonia di Marina. Quella che tutti impararono a chiamare Casa Gioiosa.

Un’estate che sapeva di libertà

Per centinaia di bambini grossetani, Casa Gioiosa significava una cosa semplice e meravigliosa: estate.

Le fotografie dei Fratelli Gori restituiscono ancora oggi un mondo fatto di file ordinate sotto i pini, giochi in acqua, preghiere, canti e sorrisi.

Un mondo che rivive anche nei quaderni di Lia Benesperi, una delle protagoniste del Cif grossetano. Nelle sue annotazioni emergono i volti dei bambini arrivati spesso senza scarpe, con un appetito che raccontava ancora le privazioni della guerra.

Bambini che costruivano castelli di cartone, giocavano, pregavano, ridevano e, soprattutto, tornavano a casa più forti.

«Ancora vicine sentiamo le voci dei bimbi che hanno popolato le nostre colonie», scriveva il Bollettino nazionale del Cif.

Quelle voci, in fondo, non si sono mai spente.

Le suore del Sacro Cuore e la crescita degli anni Cinquanta

Con il progressivo superamento dell’emergenza post-bellica, l’opera del Cif si ampliò. Negli anni Cinquanta la gestione della colonia di Marina passò dalle giovani di Azione cattolica alle Suore dell’Ordine Piccole Ancelle del Sacro Cuore.

Accanto alle colonie nacquero doposcuola, corsi di orientamento professionale, laboratori di taglio e cucito, corsi di puericultura e attività ricreative. Il Cif divenne una presenza costante nella vita quotidiana di Grosseto.

Nel 1967 le associazioni federate erano novantatré e le colonie riuscivano a ospitare circa 1.200 bambini e 360 adolescenti.

Una rete che si estendeva in tutta la provincia, da Massa Marittima a Pitigliano, da Scansano a Monte Argentario, da Castel del Piano a Capalbio.

Ma il mare di Marina rimaneva il luogo più amato.

La Bodoni e la riforma agraria

Gli anni ’50 segnano un nuovo periodo. La guerra era finita da poco e la Maremma stava cambiando volto. Le paludi venivano bonificate, le campagne si popolavano di nuovi poderi e migliaia di famiglie iniziavano una vita diversa grazie alla riforma agraria.

Era una Maremma che guardava al futuro e anche le colonie marine si adattarono ai tempi nuovi.

Non erano più soltanto un luogo di cura per bambini gracili o figli dei caduti. Erano diventate uno strumento di welfare, una possibilità di vacanza per i figli delle famiglie contadine che stavano costruendo la nuova Maremma.

Fu in questo clima che nacque, nel 1958, la colonia dell’Ente Maremma. Fu intitolata al celebre tipografo Giambattista Bodoni (1740-1813), inventore dei caratteri che ancora oggi portano il suo nome.

L’edificio, progettato dall’ingegnere Ernesto Ganelli (Alessandria, 24 febbraio 1901 – Grosseto, 9 settembre 1985), appartiene a quella stagione di grandi trasformazioni che segnò profondamente il territorio.

La colonia Bodoni in una foto d'epoca
La colonia Bodoni in una foto d’epoca

Ganelli conosceva bene la Maremma. Vi lavorava da oltre trent’anni. Era stato direttore tecnico del Comune di Follonica negli anni Venti e aveva già progettato la colonia Luigi Pierazzi, una delle opere più importanti del litorale grossetano, sulla spiaggia affacciata sul golfo follonichese.

Fra le decine e decine di progetti di Ganelli da ricordare la chiesa di San Giuseppe a Barbanella, quella di San Rocco a Marina, ma anche la basilica del Sacro Cuore in via della Pace a Grosseto.

La nuova colonia di Marina aveva un compito diverso. Doveva accogliere i figli dei mezzadri, dei coloni, delle famiglie nate dalla riforma agraria. Per molti bambini significava vedere il mare per la prima volta.


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Arrivavano dalle campagne di Alberese, da Ribolla, da Rispescia, da Braccagni, dalle nuove case costruite nei poderi dell’Ente Maremma.

Bambini in spiaggia davanti alla colonia Bodoni (foto archivio ProLoco)
Bambini in spiaggia davanti alla colonia Bodoni (foto archivio ProLoco)

Erano gli anni in cui la Maremma stava finalmente lasciandosi alle spalle secoli di povertà. Ancora oggi quella struttura è conosciuta come colonia Bodoni.

Silenziosa, nascosta dalla vegetazione e chiusa da anni, continua a osservare il passare delle stagioni. Come una grande nave ferma in mezzo alla pineta.

La Giuseppina Saragat e il boom economico

All’inizio degli anni Sessanta l’Italia era ormai entrata nel boom economico. Le automobili aumentavano. Le famiglie iniziavano a permettersi le vacanze. Le televisioni entravano nelle case.

Eppure le colonie continuavano ad avere un ruolo importante.

Fu allora che sorse quella che sarebbe diventata l’ultima grande colonia di Marina di Grosseto.

La Giuseppina Saragat.

Voluta dal Centro Italiano di Solidarietà Sociale e progettata dall’ingegner Teseo Cutini, venne inaugurata nel 1961 e dedicata a Giuseppina Bollani, moglie di Giuseppe Saragat, futuro presidente della Repubblica.

Era la colonia più moderna. Le linee architettoniche erano diverse da quelle delle strutture precedenti. C’erano dormitori, refettori, infermeria, spazi per lo studio e per il gioco. Un piccolo mondo autosufficiente immerso nella pineta.

La colonia Saragat in una foto d'epoca
La colonia Saragat in una foto d’epoca

Chi l’ha vissuta ricorda ancora il profumo della minestra servita a mezzogiorno, le file ordinate prima dei pasti, il sonnellino pomeridiano, i giochi all’ombra dei pini e le corse sulla sabbia al tramonto.

Per centinaia di bambini quelle settimane erano una festa. Per i genitori una tranquillità. Per la società italiana una conquista, l’idea che anche chi aveva poco potesse trascorrere un periodo di vacanza e di crescita.

Forse nessuno immaginava che proprio mentre la Saragat nasceva, il mondo delle colonie aveva già iniziato lentamente il proprio tramonto.

Il tramonto delle colonie marine

Non ci fu una data precisa. Le colonie non chiusero da un giorno all’altro, semplicemente il mondo cambiò.

L’Italia diventava più ricca. Sempre più famiglie acquistavano un’utilitaria. Le ferie si allungavano. Le vacanze non erano più un privilegio di pochi. Padri, madri e figli iniziarono a partire insieme.

Il modello delle colonie, che per mezzo secolo aveva rappresentato una forma di assistenza e solidarietà, divenne progressivamente superato.

Molte strutture continuarono a lavorare ancora per qualche anno. Poi arrivarono le prime chiusure, il silenzio sostituì le voci dei bambini, le camerate si svuotarono, le finestre si chiusero e le cucine smisero di funzionare.

L’odore del mare e della resina continuò a entrare dalle persiane, ma ormai nessuno correva più nei corridoi. La grande stagione delle colonie era finita.

Destini diversi

Con il passare degli anni, ognuna delle quattro colonie imboccò una strada diversa.

Villa Gaia riuscì a reinventarsi. L’antica colonia divenne un albergo e continuò ad accogliere persone, seppure con una funzione diversa.

La San Rocco, conosciuta da generazioni di grossetani come Casa Gioiosa, rimase comunale. Fu salvata dal degrado e trasformata nella scuola media che ancora oggi ospita ragazzi e ragazze di Marina. I lavori sono terminati nel 2013, in occasione dei mondiali di vela.

La Bodoni, invece, si fermò. Chiusa. Silenziosa. Abbandonata.

Lo stesso destino toccò alla Saragat. Per un periodo accolse anche famiglie sfrattate e situazioni di emergenza abitativa. Poi arrivò il vuoto, arrivarono le finestre murate, le infiltrazioni, la vegetazione, le recinzioni e il tempo.


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I palazzi che raccontano il ‘900

Chi passa oggi lungo via delle Colonie Marine (dalle Collacchie a Rosmarina, ndr) forse non ci fa più caso. Eppure quei grandi edifici raccontano ancora qualcosa. Raccontano il Novecento. Raccontano la Grande Guerra, la malaria, la povertà, il fascismo, la ricostruzione, la riforma agraria e il boom economico. Raccontano una Maremma che imparava lentamente a stare meglio.

Ma soprattutto raccontano migliaia di bambini. Quelli che arrivavano con le valigie di cartone. Quelli che piangevano la prima sera lontani da casa. Quelli che imparavano a nuotare. Quelli che facevano amicizia. Quelli che, tornati adulti, ancora oggi quando sentono l’odore dei pini di Marina di Grosseto ricordano un’estate lontana.

E forse è proprio questo il valore più grande delle colonie. Non tanto gli edifici, ma i ricordi. Perché, anche quando il cemento si sgretola e le finestre si chiudono, la memoria continua a vivere. Non per nulla la strada che separa le due colonie e che porta in spiaggia si chiama, ancora oggi, via dell’Infanzia.

Bluserena, Azora e il futuro sospeso

Per molti anni sembrava che il destino della Bodoni e della Saragat fosse già scritto. Eppure, all’inizio del 2020, qualcosa sembrò cambiare.

Le due ex colonie vennero acquistate all’asta dal gruppo alberghiero Bluserena, una delle realtà più importanti del turismo italiano. L’operazione fece nascere nuove speranze a Marina di Grosseto. Si parlò di recupero, di alberghi, di nuovi posti di lavoro e di una seconda vita per quei due giganti addormentati della pineta.

Pochi mesi dopo, però, anche Bluserena cambiò proprietario.

Nel 2021 la famiglia Maresca cedette infatti la società al fondo immobiliare spagnolo Azora, specializzato nel settore alberghiero europeo e già proprietario di decine di strutture turistiche in vari Paesi. L’operazione comprendeva l’intera piattaforma Bluserena e i suoi tredici hotel italiani, con un piano di investimenti da circa 30 milioni di euro per il rafforzamento del marchio.

Anche le ex colonie di Marina di Grosseto entrarono così, indirettamente, nel portafoglio del fondo madrileno.

Il progetto per una nuova vita

Nel 2021 vennero presentate le pratiche per la trasformazione della Bodoni e della Saragat in una struttura alberghiera di livello superiore. L’idea era quella di restituire una funzione turistica ai due edifici.

Non più colonie per bambini. Non più luoghi abbandonati, ma un nuovo albergo capace di riportare persone, lavoro e vita all’interno di quelle mura.

Sembrava l’inizio di una nuova storia e invece il tempo continuò a scorrere. I cantieri non sono ancora partiti. E chissà se partiranno mai, visto che le due strutture sono così in degrado che per recuperarle servirebbero investimenti importanti.

I giganti addormentati della pineta

Oggi Villa Gaia continua ad accogliere turisti.

Casa Gioiosa-San Rocco continua a ospitare studenti.

La Bodoni e la Giuseppina Saragat, invece, attendono ancora.


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Sono passati oltre cento anni da quando cinquanta figli dei caduti della Grande Guerra arrivarono nelle prime capanne costruite vicino al forte di San Rocco. Da allora sono passate generazioni di bambini, educatrici, maestre, suore, medici, cuochi, bagnini.

Sono cambiate le guerre, le ideologie, le mode e perfino il modo di andare in vacanza. Ma quei due grandi edifici, nascosti fra i pini e il profumo della salsedine, continuano a essere lì.

Come due vecchi bastimenti arenati sulla sabbia. In silenzio. Ad aspettare che qualcuno scriva il prossimo capitolo della loro storia.





Riferimenti bibliografici

  • Le colonie marine della Toscana – Valerio Cutini e Roberto Pierini – Edizioni Ets Pisa – 1993

  • Marina di Grosseto – Il litorale maremmano da Bocca d’Ombrone al canale San Leopoldo dalle origini alla fine della seconda guerra mondiale – Mario e Stefano Innocenti – Editrice Innocenti – 1999

  • Il Centro Italiano Femminile – Maria Enrica Monaco Gorni, Maria Grazia Lenni, Rita Terzoni Fierli – Effigi – 2020

(grazie all’Archivio Foto Gori e alla Fototeca della Maremma per le foto utilizzate in questo articolo e ad Anna Bonelli per la preziosa ricerca fra gli scaffali della Biblioteca Chelliana)

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