GROSSETO. Trentacinque persone in un carcere che dovrebbe ospitarne quindici. Nove celle, alcune delle quali arrivano a contenere cinque detenuti. E una struttura di fine Ottocento che, nonostante condizioni edilizie considerate relativamente buone rispetto ad altri istituti toscani, continua a fare i conti con un problema che nessun intervento ordinario può risolvere: ci sono più del doppio dei detenuti rispetto ai posti disponibili.
È la situazione emersa a settembre nella casa circondariale di via Saffi a Grosseto, mentre il sistema penitenziario italiano raggiunge nuovi livelli di sovraffollamento e anche l’altro carcere della provincia, quello di Massa Marittima, resta al centro dell’attenzione di chi si occupa dei diritti delle persone detenute e delle condizioni di lavoro degli agenti.
A riportare il tema al centro del dibattito è il nuovo rapporto mensile sulle carceri italiane di Ottorighe, pubblicato il 9 ottobre e dedicato alla situazione di settembre 2026.
Un documento di 244 pagine che, attraverso i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e le schede di trasparenza del ministero della Giustizia, ricostruisce una situazione nazionale sempre più difficile.
In Italia ci sono 66.063 detenuti. I posti effettivamente disponibili sono 46.248. Il tasso reale di affollamento ha raggiunto il 142,8%.
Numeri che raccontano una crisi strutturale e che, osservando quanto accade a Grosseto, assumono un significato ancora più concreto.
Via Saffi, un carcere piccolo con più del doppio dei detenuti
Il caso grossetano è particolarmente delicato perché riguarda un istituto di dimensioni ridotte, inserito nel tessuto urbano del centro storico, dove ogni posto in più pesa sull’organizzazione quotidiana.
Durante una visita effettuata a metà settembre, Federico Eligi, vicepresidente della Commissione sanità del Consiglio regionale della Toscana, ha riferito di aver trovato 35 detenuti a fronte di una capienza di 15 posti.
Il rapporto tra presenze e capienza, sulla base di quei numeri, raggiunge il 233,3%.
Significa che per ogni dieci posti disponibili ci sono più di ventitré persone.
Il dato non è quello puntuale del rapporto Ottorighe al 30 settembre, ma proviene dalla visita istituzionale svolta nello stesso mese. È comunque sufficiente a descrivere la gravità della situazione.
Eligi ha segnalato anche che alcune delle nove celle dell’istituto ospitavano cinque detenuti, una condizione che inevitabilmente riduce gli spazi individuali e rende più complessa la gestione della vita quotidiana.
Il sovraffollamento non riguarda soltanto il numero dei letti. Incide sulla possibilità di svolgere attività formative, accedere ai servizi, ricevere assistenza sanitaria e costruire percorsi di reinserimento.
Ed è proprio su questi aspetti che si concentra una parte delle preoccupazioni espresse durante le visite.
Le condizioni del carcere e i problemi sanitari
La ricognizione di settembre ha evidenziato un quadro articolato.
Da una parte, secondo quanto riferito dal rappresentante regionale, la struttura grossetana non presentava alcune delle gravi criticità edilizie riscontrate in altri penitenziari toscani, come infiltrazioni diffuse, muffe o perdite d’acqua.
Dall’altra, però, restavano problemi importanti legati alla gestione delle persone detenute.
Durante la visita sono stati segnalati episodi di scabbia, indicati come contenuti, e la presenza di persone con dipendenze, comprese quelle legate al gioco d’azzardo.
Particolare preoccupazione è stata espressa anche per la presenza di un detenuto con una grave condizione psichiatrica, per il quale è stata contestata l’adeguatezza della collocazione nell’istituto.
Sono aspetti che riportano l’attenzione su una questione spesso trascurata: il carcere non è soltanto un luogo di custodia, ma anche un ambiente nel quale devono essere garantite cure, assistenza e condizioni di vita compatibili con la dignità delle persone.
Quando il numero dei detenuti supera ampiamente quello dei posti disponibili, garantire tutto questo diventa più difficile.
Il nodo del garante comunale dei detenuti
La visita di settembre ha sollevato anche un problema istituzionale.
Federico Eligi ha segnalato l’assenza del garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, una figura che può svolgere un ruolo importante nel collegamento tra il carcere, l’amministrazione cittadina e le persone detenute.
Il tema non riguarda soltanto la tutela dei diritti all’interno dell’istituto, ma anche questioni pratiche come la documentazione personale, l’anagrafe e i rapporti con gli uffici comunali.
Eligi ha annunciato l’intenzione di sollecitare il Comune affinché affronti questa mancanza.
La questione assume un peso particolare in un carcere come quello di Grosseto, dove le dimensioni ridotte della struttura e il sovraffollamento rendono ancora più importante il coordinamento tra le istituzioni.
Massa Marittima, un carcere diverso ma con criticità da affrontare
La situazione della casa circondariale di Massa Marittima presenta caratteristiche differenti.
L’istituto è molto più recente di quello grossetano: costruito nel 1990, è entrato in funzione nel 2001 e si trova in un contesto periferico, lungo il viale Martiri della Niccioleta.
La capienza regolamentare indicata nelle schede del Garante regionale è di 48 posti.
All’inizio del 2025 l’istituto ospitava 48 detenuti, mentre una successiva rilevazione del 4 aprile 2025 registrava 40 presenze, con un tasso di occupazione dell’83,3%.
Sono dati storici, che non descrivono necessariamente la situazione attuale.
Anche Massa Marittima, tuttavia, è stata interessata dall’attività di osservazione svolta a settembre dalla Camera Penale di Grosseto, nell’ambito dell’iniziativa nazionale Ristretti in agosto, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane.
Le visite hanno riportato l’attenzione sul sovraffollamento, sull’assistenza sanitaria, sui rapporti con i familiari e sulle opportunità di reinserimento.
Il confronto tra i due istituti maremmani è importante proprio perché mostra come le criticità penitenziarie possano manifestarsi in strutture molto diverse per dimensioni, storia e organizzazione.
Il nuovo rapporto: quasi tutti i detenuti vivono in istituti sovraffollati
Il quadro nazionale ricostruito da Ottorighe rende ancora più evidente la dimensione del problema.
A settembre 2026 nelle carceri italiane erano presenti 66.063 persone, 402 in più rispetto ad agosto.
La capienza regolamentare complessiva risultava pari a 51.295 posti, ma il rapporto sottrae dal conteggio 5.047 posti dichiarati inagibili.
I posti realmente utilizzabili scendono così a 46.248.
Su questa base, il tasso di affollamento effettivo raggiunge il 142,8%, contro il 128,8% calcolato utilizzando la sola capienza regolamentare.
È una distinzione fondamentale: un posto previsto sulla carta non è necessariamente un posto nel quale una persona possa essere effettivamente ospitata.
Il rapporto rileva inoltre che 62.776 detenuti, pari al 95% del totale nazionale, si trovano in istituti che hanno superato la propria capienza effettiva.
Gli istituti oltre la soglia sono 163 su 189.
Non significa che ogni singola cella sia sovraffollata, ma che la quasi totalità della popolazione detenuta vive in strutture nelle quali il numero complessivo delle presenze supera i posti effettivamente disponibili.
Anche la polizia penitenziaria paga il prezzo dell’emergenza
Il sovraffollamento non riguarda soltanto chi sconta una pena o si trova in custodia cautelare.
A subirne le conseguenze è anche il personale che lavora negli istituti, chiamato a garantire sicurezza, vigilanza e gestione delle attività quotidiane.
Secondo il rapporto Ottorighe, la scopertura nazionale degli organici della polizia penitenziaria è del 15,9%, equivalente a 6.031 posti mancanti rispetto alle dotazioni previste.
Il dato sul personale è aggiornato al 31 agosto 2026.
Quando alla carenza di agenti si aggiunge un numero di detenuti superiore alla capienza, l’organizzazione dei turni, degli accompagnamenti, delle attività trattamentali e delle emergenze diventa inevitabilmente più complessa.
È un problema che investe la sicurezza degli istituti e le condizioni di lavoro degli operatori, oltre ai diritti delle persone detenute.
Il futuro del carcere di Grosseto e il progetto dell’ex caserma Barbetti
Per Grosseto la discussione sul sovraffollamento si intreccia con un progetto destinato a cambiare profondamente il sistema penitenziario cittadino.
Da tempo è prevista la riconversione di una parte dell’ex caserma Rotilio Barbetti in una nuova struttura carceraria.
Il passaggio formale della porzione dell’immobile al ministero della Giustizia risale al gennaio 2024.
Il progetto prospettato prevede circa 200 posti detentivi e una nuova caserma per la polizia penitenziaria.
Una prospettiva che, se realizzata, potrebbe superare i limiti strutturali dell’attuale istituto di via Saffi.
Resta però da distinguere il progetto dalla sua effettiva realizzazione: i documenti consultati non consentono di confermare una data certa di apertura della nuova struttura.
Nel frattempo, il carcere del centro storico continua a funzionare con una capienza estremamente ridotta rispetto alle presenze segnalate a settembre.
Due carceri, una questione che riguarda tutta la Maremma
Grosseto e Massa Marittima raccontano due realtà differenti, ma pongono una questione comune.
Come garantire sicurezza, diritti, assistenza sanitaria e possibilità di reinserimento quando il sistema penitenziario nazionale continua a registrare numeri superiori alla propria capacità effettiva?
Il nuovo rapporto Ottorighe dimostra che il problema non riguarda soltanto i grandi penitenziari delle città metropolitane.
Può assumere dimensioni particolarmente pesanti anche negli istituti più piccoli, come quello di Grosseto, dove poche decine di presenze aggiuntive bastano a far salire enormemente il tasso di affollamento.
E mentre si discute di nuovi posti, trasferimenti e interventi strutturali, resta la necessità di affrontare i problemi quotidiani delle persone che vivono e lavorano dietro le mura.
Perché il sovraffollamento non è soltanto una percentuale: significa meno spazio, maggiori difficoltà organizzative e condizioni più complesse per garantire i diritti e la sicurezza di tutti.




