GROSSETO. Un campo di grano, un trattore che prepara il terreno per le semine autunnali, un peschereccio che lascia il porto di Castiglione della Pescaia prima dell’alba. Poi, qualche ora più tardi, una famiglia davanti agli scaffali del supermercato, alle prese con il prezzo della pasta, del pane, della verdura e del pesce. Sembrano mondi lontani. In realtà sono legati da un filo che negli ultimi anni è diventato sempre più costoso: l’energia necessaria per produrre, lavorare, trasportare e vendere il cibo.
Il gasolio agricolo ha raggiunto prezzi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili. I fertilizzanti costano molto di più, così come i ricambi dei macchinari, l’energia elettrica, gli imballaggi e la manodopera. Le imprese devono anticipare somme sempre maggiori per coltivare la terra, senza avere la certezza di recuperarle quando vendono il raccolto.
E il problema non si ferma ai campi. Anche la pesca professionale sta affrontando rincari che possono compromettere la convenienza economica delle uscite in mare.
Il risultato è un sistema alimentare sotto pressione da entrambe le parti: chi produce denuncia margini sempre più ridotti, mentre chi compra continua a fare i conti con prezzi elevati.
A documentare la situazione arriva uno studio elaborato dagli uffici della Cia di Grosseto attraverso rilevazioni dirette presso i produttori agricoli, che MaremmaOggi ha potuto esaminare. L’indagine confronta la situazione attuale con quella del triennio 2017-2019, precedente alla pandemia e alle successive crisi energetiche e racconta una trasformazione profonda dell’economia agricola toscana, con ricadute particolarmente importanti per la Maremma.
Il gasolio agricolo costa fino al 150% in più rispetto a prima della pandemia
Il primo dato riguarda il carburante, indispensabile per quasi tutte le lavorazioni agricole. Secondo le rilevazioni della Cia, nel periodo precedente al 2020 il gasolio agricolo costava mediamente fra 65 e 75 centesimi al litro. Oggi la fascia di prezzo considerata nello studio oscilla fra 1,30 e 1,70 euro al litro. L’aumento stimato dall’associazione è compreso fra il 100 e il 150%, a seconda dei periodi e delle condizioni di acquisto.
Ma non è soltanto una valutazione delle organizzazioni agricole. I listini della Camera di commercio della Maremma e del Tirreno, relativi alle province di Grosseto e Livorno, confermano un’impennata anche negli ultimi mesi.
Per una fornitura fino a 2.000 litri, il prezzo medio del gasolio agricolo era di 95,5 centesimi al litro il 15 gennaio 2026. A metà settembre aveva raggiunto 1,64 euro, un aumento di quasi il 72% in appena otto mesi. Le quotazioni camerali comprendono le accise ed escludono l’Iva. Sono prezzi medi orientativi, che possono differire da quelli delle singole fatture, ma consentono di misurare la dimensione del fenomeno.
Per una fornitura di 5.000 litri, il costo è passato da 4.725 euro a gennaio a 8.150 euro a settembre, considerando la relativa fascia di quantità. Significa 3.425 euro in più per acquistare lo stesso carburante. E il gasolio è soltanto una delle voci di spesa.
Concimi, elettricità, macchinari: tutti i costi che stanno mettendo in ginocchio le aziende
Lo studio della Cia ricostruisce l’aumento dei principali fattori produttivi rispetto al triennio 2017-2019. I concimi azotati, per esempio, sono passati da una fascia di 300-350 euro alla tonnellata a 550-680 euro, con un incremento stimato fra il 70 e il 90%. I concimi complessi sono aumentati del 60-75%.
L’energia elettrica, fondamentale per gli impianti di irrigazione, le stalle, i frantoi e le cantine, è passata da circa 15-18 centesimi al chilowattora a 24-30 centesimi. Anche i ricambi meccanici e gli pneumatici agricoli sono aumentati, secondo la Cia, del 35-45%. I materiali plastici utilizzati per le serre, le manichette dell’irrigazione e le pacciamature hanno registrato rincari del 40-50%.
A questo si aggiunge la manodopera. Il costo orario lordo di riferimento per un operaio agricolo, secondo le fasce considerate dall’associazione, è passato da 9,50-10,50 euro a 11,50-13 euro, ma la Cia segnala anche un problema ulteriore: trovare lavoratori specializzati e stagionali è diventato sempre più difficile, e le aziende devono sostenere spesso spese aggiuntive per trasporti, alloggi e organizzazione.
L’effetto complessivo è pesantissimo.
Secondo lo studio, oggi la gestione dei fattori produttivi correnti richiede dal 30 al 50% di capitale circolante in più per ettaro rispetto al periodo precedente al 2020. In altre parole, per mettere in produzione la stessa superficie, un’azienda deve avere a disposizione molto più denaro e deve anticiparlo prima ancora di sapere quanto riuscirà a raccogliere e a quale prezzo venderà.
Grano, fino a 1.450 euro per coltivare un ettaro. Ma i conti non tornano
Uno dei settori maggiormente esposti è quello cerealicolo. Il grano duro è una coltura importante per l’agricoltura maremmana, soprattutto nelle aree collinari e nelle grandi superfici seminative della provincia. Prima del 2020, secondo lo studio della Cia, coltivare un ettaro di grano richiedeva mediamente fra 700 e 850 euro.
Oggi il costo stimato è salito a 1.300-1.450 euro per ettaro. Dentro questa cifra ci sono la preparazione del terreno, le sementi, i fertilizzanti, le lavorazioni meccaniche, i trattamenti e la raccolta.
Il problema è che il prezzo riconosciuto all’agricoltore non è cresciuto nella stessa proporzione. La Cia colloca le remunerazioni attuali considerate nella propria analisi fra 265 e 300 euro alla tonnellata, contro i 220-250 euro del periodo precedente al 2020. Dopo i picchi eccezionali del 2022, quando il grano aveva superato anche i 480 euro alla tonnellata, le quotazioni sono tornate su livelli molto più bassi. L’associazione segnala inoltre la pressione esercitata dalle importazioni estere.
La conseguenza, secondo le rilevazioni dei suoi uffici, è che la coltivazione del grano duro può registrare un deficit medio di 10-20 euro per tonnellata sul mercato d’origine, prima degli aiuti della Politica agricola comune.
Una situazione che pone un interrogativo sulle prossime semine. Se coltivare costa più di quanto si riesce a ricavare dalla vendita, quanto a lungo può continuare un’azienda? E quali conseguenze avrebbe un’eventuale riduzione delle superfici coltivate?
Il rischio è particolarmente concreto proprio in queste settimane, quando gli agricoltori devono decidere quanto investire nella nuova campagna cerealicola.
Il grano vale pochi centesimi, ma pasta e pane costano sempre di più
Il confronto diventa ancora più interessante quando si passa dal campo al supermercato. Le quotazioni Ismea della piazza di Grosseto del 1° ottobre 2026 indicavano per il grano duro valori compresi fra 246,50 e 284 euro alla tonnellata, a seconda della qualità. Significa fra 24,6 e 28,4 centesimi al chilogrammo.
Naturalmente un chilogrammo di grano non può essere confrontato direttamente con un chilogrammo di pasta. Fra i due prodotti ci sono la molitura, la produzione della semola, la lavorazione industriale, l’essiccazione, il confezionamento, il trasporto e la distribuzione. Ma lo studio della Cia mette in evidenza quanto sia cambiato il prezzo pagato dalle famiglie.
Prima del 2020, la pasta di grano duro italiano o toscano considerata nell’indagine costava indicativamente fra 1,30 e 1,60 euro al chilogrammo. Oggi la fascia riportata è compresa fra 2,10 e 2,60 euro. Per il pane comune e di tipo toscano, il confronto passa da 2,50-3,20 euro al chilogrammo a 3,80-4,80 euro.
Secondo la Cia, il prezzo del grano rappresenta soltanto una parte limitata del costo finale di pane e pasta, stimata nell’ordine del 10-15%. Il resto dipende dalle lavorazioni, dall’energia, dal personale, dagli imballaggi e dai passaggi commerciali.
Ecco il paradosso: il prezzo del grano è sceso rispetto ai massimi del 2022, ma quello di pasta e pane non è tornato ai livelli precedenti alla crisi.
Questo non dimostra automaticamente che qualcuno stia realizzando profitti eccessivi. Significa però che il costo della materia prima agricola è soltanto uno degli elementi che determinano il prezzo finale e che la riduzione del prezzo riconosciuto al produttore non si traduce necessariamente in un risparmio immediato per il consumatore.
Pomodori e zucchine, la forbice che penalizza chi coltiva
La situazione è particolarmente delicata anche nell’orticoltura, un settore importante per la piana di Grosseto, l’area di Albinia e la Val di Cornia. Pomodori, zucchine, insalate e altri ortaggi richiedono investimenti continui. Ci sono le lavorazioni dei terreni, l’irrigazione, le piantine da trapianto, i fertilizzanti, la difesa delle colture, la raccolta e la movimentazione dei prodotti.
Secondo lo studio della Cia, rispetto al periodo precedente al 2020 i costi di produzione degli ortaggi sono aumentati mediamente del 35-45%.
I prezzi riconosciuti ai produttori, invece, sono cresciuti in misura inferiore, fra il 15 e il 30%, con forti oscillazioni. La differenza è fondamentale. Un agricoltore può vendere i propri pomodori a un prezzo superiore rispetto a sei anni fa e, contemporaneamente, guadagnare meno perché coltivarli costa molto di più.
La Cia segnala inoltre che il mercato orticolo può cambiare rapidamente. Quando un prodotto scarseggia, le quotazioni possono risultare remunerative. Ma nei momenti di maggiore disponibilità, il prezzo può scendere fino a non coprire neppure i costi della raccolta.
Il problema è aggravato dalla deperibilità: pomodori e zucchine non possono essere conservati indefinitamente in attesa di condizioni commerciali migliori.
E al supermercato? Secondo le fasce di prezzo al consumo riportate nello studio, i pomodori da insalata e da cucina sono passati da circa 1,80-2,40 euro al chilogrammo prima del 2020 a 2,80-3,80 euro nello scenario attuale. Per zucchine e ortaggi a foglia, il confronto va da 1,50-2,20 euro a 2,40-3,40 euro al chilogrammo.
Sono valori indicativi ricavati dall’indagine della Cia, non prezzi uniformi in tutti i supermercati della provincia, ma descrivono bene la difficoltà che accomuna produttori e consumatori.
Chi coltiva sostiene costi molto più alti. Chi compra paga di più. E il prezzo finale non racconta, da solo, quanto guadagni davvero l’agricoltore.
A Castiglione della Pescaia una giornata in mare costa 414 euro in più di gasolio
Se nei campi il rincaro del carburante pesa su ogni lavorazione, in mare può determinare la convenienza stessa di uscire dal porto. A Castiglione della Pescaia, Adolfo Ciampoli, pescatore professionista, racconta una situazione che rende immediatamente comprensibile la dimensione della crisi. «In poco tempo siamo passati da 0,65 a 0,80, 1,34 al litro l’ultima fattura prima del fermo pesca. Le barche mediamente consumano 600 litri per una giornata di pesca. Il conto si fa alla svelta».
E il conto è davvero impressionante. Con il gasolio a 65 centesimi al litro, una giornata di pesca da 600 litri costava 390 euro di carburante. A 80 centesimi, la stessa quantità costava 480 euro. Con il prezzo di 1,34 euro al litro riportato nell’ultima fattura prima del fermo pesca, il costo sale a 804 euro. Significa 414 euro in più per ogni giornata di pesca, soltanto per alimentare i motori. Un aumento del 106%.
Su venti giornate di lavoro, ipotizzando consumi e prezzi invariati, la differenza arriverebbe a 8.280 euro per imbarcazione.
Si tratta di una simulazione costruita sui consumi medi indicati da Ciampoli: le quantità effettive possono cambiare secondo il tipo di barca, l’attività svolta e le condizioni del mare, ma il problema è evidente. Prima ancora di sapere quanto pesce finirà nelle reti, l’impresa deve sostenere centinaia di euro di carburante. E il gasolio non è l’unica spesa. Ci sono la manutenzione delle imbarcazioni, le attrezzature, gli adempimenti e il costo del lavoro degli equipaggi.
Il ricavo, invece, dipende dalle catture e dalle quotazioni del pescato. Il costo per uscire dal porto è certo. Il guadagno della giornata non lo è affatto. Una situazione che riguarda le marinerie di Castiglione della Pescaia, Porto Santo Stefano e Piombino, seppure con differenze fra le attività e le imbarcazioni.
Meno uscite in mare, quali conseguenze per il pesce fresco?
Le associazioni della pesca hanno denunciato ripetutamente il peso crescente del carburante sui bilanci delle imprese. Confcooperative Agroalimentare e Pesca segnala che, nelle condizioni più onerose, il gasolio può arrivare a rappresentare oltre il 60% dei costi di gestione. Se il prezzo continua a salire, alcune uscite possono diventare economicamente poco sostenibili.
Questo può avere conseguenze anche sulla disponibilità di pesce fresco locale. Non significa che il pesce debba necessariamente aumentare di prezzo nella stessa proporzione del gasolio. Le quotazioni dipendono infatti dalla quantità pescata, dalla stagione, dalle condizioni del mare, dalla domanda e dalla presenza sul mercato di prodotti provenienti da altre zone o dall’estero.
Per comprenderlo basta considerare due prodotti molto diffusi sulle tavole italiane.
Le alici sono un pesce di cattura, il cui prezzo è influenzato dalla disponibilità del pescato e dai costi delle attività di pesca.
Le orate, invece, arrivano sul mercato anche attraverso l’acquacoltura e le importazioni, che seguono dinamiche produttive differenti.
Il rincaro del carburante può incidere direttamente sui costi del pesce pescato, mentre per quello allevato assumono un peso importante anche mangimi, energia e gestione degli impianti. Resta una questione concreta: se pescare diventa meno conveniente, il rischio è che la pesca locale perda capacità produttiva e competitività. E per un territorio che ha nella propria marineria un’importante risorsa economica e identitaria, il problema va ben oltre il prezzo di un chilo di pesce.
Il latte ovino: prezzi più alti, ma margini ancora incerti
La crisi attraversa anche gli allevamenti. La Maremma è uno dei territori di riferimento per la produzione di latte ovino destinato alla trasformazione casearia. Secondo lo studio della Cia, prima del 2020 produrre un litro di latte ovino costava mediamente fra 85 e 95 centesimi. Oggi il costo è salito a 1,35-1,45 euro al litro. Anche il prezzo riconosciuto agli allevatori è aumentato, passando da 80-90 centesimi a 1,45-1,52 euro.
A prima vista potrebbe sembrare una situazione migliore rispetto a quella dei cerealicoltori, ma la Cia avverte che i margini rimangono fortemente incerti. I mangimi costano di più, così come i foraggi, il carburante e l’energia necessaria per mungitura e refrigerazione.
Si aggiungono la riduzione del numero dei capi allevati e, in molte aree, il problema delle predazioni. Il risultato è che l’aumento del prezzo del latte non garantisce automaticamente un reddito adeguato agli allevatori.
E anche il formaggio costa di più. Per il Pecorino Toscano Dop stagionato, lo studio indica un passaggio da circa 16-19 euro al chilogrammo prima del 2020 a 23-27 euro nello scenario attuale.
Il Pecorino fresco o misto è passato da 11-13,50 euro a 16,50-19,50 euro. Ancora una volta, il rincaro attraversa tutta la filiera, dalla stalla fino al banco dei formaggi. Quindi pesa sulle famiglie.
Olio extravergine, produrlo costa fino a 11,50 euro al chilo
Un altro settore fondamentale per l’economia maremmana è l’olivicoltura. Secondo la Cia, il costo di produzione dell’olio extravergine IGP Toscano è passato da circa 6,50-8 euro al chilogrammo prima del 2020 a 9,50-11,50 euro. Pesano soprattutto la raccolta, spesso effettuata su terreni collinari, la manodopera, l’energia necessaria ai frantoi e i trattamenti contro i parassiti.
In questo caso, però, l’andamento dei prezzi all’origine è stato diverso rispetto a quello del grano.
La riduzione delle produzioni in alcune annate e la reputazione dell’olio toscano hanno sostenuto le quotazioni, permettendo a una parte delle imprese di recuperare i maggiori costi. Il problema si trasferisce anche sul prezzo al consumo. Lo studio indica per l’olio extravergine IGP Toscano una fascia attuale di 18-25 euro al litro, contro gli 11-14 euro del periodo precedente al 2020.
Per l’extravergine italiano generico, il confronto passa da 6-8 euro a 10,50-14 euro al litro. Si tratta di valori indicativi che possono variare sensibilmente secondo annata, produttore, canale commerciale e qualità, ma mostrano quanto uno degli alimenti simbolo della dieta mediterranea sia diventato più costoso per le famiglie.
Anche il vino è in difficoltà: aumentano i costi, ma non tutte le uve valgono di più
La viticoltura presenta una situazione particolarmente differenziata. Secondo lo studio della Cia, coltivare un ettaro di vigneto costava fra 4.500 e 6.000 euro prima del 2020. Oggi la spesa stimata è compresa fra 6.500 e 8.500 euro. Pesano la manodopera, i trattamenti fitosanitari, le lavorazioni meccaniche e i materiali di confezionamento.
Il prezzo delle uve, però, non segue necessariamente la stessa direzione.
La Cia segnala una forte differenza fra le denominazioni di maggiore prestigio, che riescono più facilmente a trasferire gli aumenti sul prezzo del vino, e le produzioni generiche o IGT meno remunerative. In queste ultime, la riduzione dei consumi di vino rosso e la pressione del mercato possono rendere difficile recuperare i costi di coltivazione.
Per un territorio come la Maremma, dove convivono produzioni di alta qualità e aziende orientate a mercati più ampi, il problema riguarda soprattutto la tenuta economica delle imprese meno strutturate.
Il vero problema: i costi aumentano per tutti, i ricavi no
Il confronto fra le diverse filiere mette in evidenza una differenza fondamentale. Non tutte le produzioni agricole riescono a difendersi allo stesso modo dai rincari. Le produzioni legate a marchi di qualità, denominazioni riconosciute o mercati particolarmente favorevoli possono avere maggiori possibilità di recuperare gli aumenti attraverso il prezzo di vendita.
Per le produzioni meno differenziate, invece, il margine è spesso molto più limitato. Grano, ortaggi standard e alcune tipologie di uva sono particolarmente esposti alle oscillazioni del mercato.
Secondo la Cia, proprio queste produzioni stanno affrontando una crisi di marginalità che può mettere a rischio la sostenibilità economica delle aziende. Il problema non è soltanto quanto costa un litro di gasolio, è il rapporto fra tutte le spese necessarie per produrre e il prezzo che il mercato riconosce al produttore.
Se i costi crescono più velocemente dei ricavi, anche un’azienda che continua a lavorare e a vendere può ritrovarsi con margini insufficienti. E quando i margini si riducono, diminuisce anche la capacità di investire, rinnovare i macchinari, migliorare le coltivazioni e affrontare annate difficili.
Al supermercato il conto continua a salire
Il quadro delle imprese agricole si intreccia con quello delle famiglie. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, a settembre 2026 l’inflazione generale ha raggiunto il 4,2% su base annua. I prezzi alimentari sono aumentati dell’1,7% rispetto a settembre 2025, mentre quelli degli alimentari non lavorati hanno registrato un incremento del 5,5%.
Il cosiddetto carrello della spesa, che comprende alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, è aumentato dell’1,5%.
Sono variazioni annuali, diverse dal confronto pluriennale effettuato dalla Cia, ma confermano che il costo della spesa resta una questione attuale e l’impatto è particolarmente pesante per le famiglie con minori possibilità economiche.
Nel terzo trimestre del 2026, secondo l’Istat, l’inflazione è stata del 4,4% per le famiglie con livelli di spesa più bassi, contro il 2,9% per quelle con livelli più elevati. Chi deve destinare una parte consistente del proprio reddito a cibo, bollette e trasporti dispone di meno risorse per assorbire nuovi aumenti. Il rischio è che la crisi dei costi di produzione finisca per accentuare difficoltà già presenti nei bilanci familiari.
Dal campo alla cassa: chi paga davvero i rincari?
È questa la domanda centrale che emerge dall’indagine. Il gasolio aumenta, i fertilizzanti costano di più, i ricambi e gli imballaggi diventano più cari. L’agricoltore sostiene una parte di questi rincari, ma non sempre riesce a trasferirli sul prezzo di vendita. Le imprese di trasformazione devono affrontare a loro volta costi energetici, industriali e logistici. La distribuzione sostiene spese di trasporto, conservazione, personale e gestione dei punti vendita.
Alla fine della filiera c’è il consumatore, ma non esiste un rapporto automatico fra l’aumento del costo del gasolio e quello dei prodotti alimentari. Un carburante rincarato del 70% non significa che pane, pasta o pomodori debbano aumentare della stessa percentuale. Dipende da quanto carburante viene utilizzato per produrre ogni chilogrammo, dal peso degli altri costi e da come gli aumenti vengono distribuiti fra i diversi operatori.
La differenza fra il prezzo riconosciuto all’agricoltore e quello pagato al supermercato non rappresenta automaticamente un guadagno della grande distribuzione. Comprende anche trasformazione, selezione, scarti, confezionamento, trasporto, refrigerazione e costi commerciali.
Tuttavia, proprio questa differenza merita attenzione, perché la crisi mette in evidenza un problema che le associazioni agricole denunciano da tempo: chi produce il cibo può non riuscire a coprire adeguatamente i propri costi, mentre il consumatore continua a pagare prezzi elevati.
La protesta degli agricoltori e la richiesta di interventi
È in questo contesto che si inserisce la mobilitazione di Coldiretti Toscana di lunedì mattina, 19 ottobre, a Firenze. L’associazione chiede risorse straordinarie per affrontare l’aumento dei costi di produzione, con particolare attenzione al carburante, ai fertilizzanti e all’energia. Anche la Cia ha avviato iniziative di protesta a livello nazionale, denunciando il progressivo deterioramento della redditività delle imprese agricole.
Le organizzazioni chiedono misure capaci di garantire liquidità, sostenere le aziende e contenere l’impatto dei rincari. Negli ultimi mesi sono stati introdotti crediti d’imposta e alcune agevolazioni per gli acquisti di carburante destinato all’agricoltura e alla pesca, ma la questione, secondo le associazioni, non si risolve soltanto con un sostegno temporaneo.
Lo studio della Cia Grosseto mostra infatti che l’aumento dei costi non nasce nelle ultime settimane, è il risultato di una trasformazione iniziata negli anni della pandemia e aggravata dalle successive crisi energetiche e geopolitiche.
I prezzi di molti fattori produttivi non sono più tornati ai livelli precedenti al 2020, e questo ha modificato in profondità l’equilibrio economico delle aziende agricole.
Caro gasolio, Marras annuncia 12 milioni di aiuti agli agricoltori
Alla manifestazione di Coldiretti a Firenze, l’assessore regionale all’agricoltura Leonardo Marras ha annunciato un primo pacchetto di 12 milioni di euro per sostenere le aziende agricole toscane colpite dall’aumento dei costi di carburanti, fertilizzanti ed energia. Secondo Coldiretti, il solo rincaro del gasolio agricolo comporterà nel 2026 circa 30 milioni di euro di costi aggiuntivi rispetto al 2025.
Le risorse regionali saranno attivate attraverso il Complemento di Sviluppo Rurale. È previsto inoltre un intervento straordinario per contribuire al pagamento dei premi assicurativi contro le calamità naturali nei prossimi anni.
L’erogazione dei rimborsi resta subordinata al via libera europeo, atteso in occasione dell’Agrifish del 26 ottobre. «Se produrre non conviene più, l’agricoltura si ferma», ha avvertito Marras, sottolineando che la crisi riguarda la sopravvivenza economica delle imprese, non soltanto il prezzo del carburante.
L’assessore ha infine precisato che i 12 milioni rappresentano una prima risposta, ma che per affrontare una crisi di queste dimensioni saranno necessari interventi coordinati anche a livello nazionale.
Il futuro dell’agricoltura maremmana passa anche dal prezzo del cibo
Il problema riguarda il presente, ma soprattutto i prossimi anni. Se coltivare grano diventa poco conveniente, alcune aziende potrebbero decidere di ridurre le superfici seminate. Se produrre ortaggi richiede investimenti sempre maggiori, le imprese più fragili potrebbero incontrare difficoltà a proseguire l’attività. Se il costo del carburante rende meno sostenibili le uscite dei pescherecci, la pesca locale potrebbe perdere competitività.
E se il prezzo degli alimenti continua a pesare sui bilanci familiari, anche i consumatori potrebbero modificare le proprie abitudini, riducendo gli acquisti o scegliendo prodotti meno costosi.
Sono conseguenze possibili, non risultati già misurati per tutte le aziende della provincia, ma i dati raccolti dalla Cia e la testimonianza della marineria di Castiglione della Pescaia mostrano che le difficoltà economiche sono concrete.
Un ettaro di grano può costare fino a 1.450 euro da coltivare. Una giornata di pesca può richiedere 804 euro soltanto di gasolio. Un litro di olio extravergine IGP Toscano può arrivare a costare 25 euro al consumatore.
Tre numeri, tre passaggi della stessa filiera alimentare.
La Maremma è una terra che produce cibo, con un’agricoltura diffusa, allevamenti, vigneti, oliveti e marinerie storiche, ma la capacità di continuare a produrre non può essere data per scontata, perché dietro ogni pacco di pasta, ogni bottiglia d’olio, ogni cassetta di pomodori e ogni chilo di pesce ci sono imprese che devono sostenere costi crescenti e dall’altra parte ci sono famiglie che, davanti allo scaffale del supermercato, devono fare i conti con il proprio potere d’acquisto.
La crisi del gasolio è soltanto la parte più visibile di un problema molto più grande: quanto costa produrre il cibo, quanto viene riconosciuto a chi lo produce e quanto devono pagarlo le famiglie.
È su questo equilibrio che si gioca una parte importante del futuro economico della Maremma.






