Crisi del vino rosso, in Maremma cresce il Vermentino | MaremmaOggi Skip to content

Addio al dominio dei rossi, il vino cambia colore. E la Maremma anticipa la rivoluzione

I consumi mondiali scendono e i rossi soffrono più degli altri. In Francia si estirpano le vigne, mentre nella Doc Maremma Toscana i bianchi sono passati dal 28% a oltre il 43% dell’imbottigliato. Mazzei, Grassini e Bucci raccontano una rivoluzione già in corso
La rivoluzione del vino in Maremma ha il colore dei bianchi, ecco come cambiano le produzioni. E i consumi
La rivoluzione del vino in Maremma ha il colore dei bianchi, ecco come cambiano le produzioni. E i consumi

GROSSETO. Per capire quello che sta succedendo nelle vigne della Maremma bisogna partire da molto lontano. Bisogna guardare al mercato mondiale del vino, alle bottiglie che restano più a lungo nelle cantine, ai consumatori che hanno meno soldi da spendere, ai giovani che bevono diversamente dalle generazioni precedenti, ai ristoranti nei quali si ordinano meno bottiglie e magari si preferisce un calice, alla Francia che arriva a pagare i viticoltori per estirpare le vigne.

E bisogna soprattutto guardare al colore del vino.

Perché dentro una crisi mondiale dei consumi che ormai non può più essere considerata congiunturale, ce n’è un’altra ancora più evidente: quella del vino rosso. Il prodotto che per decenni ha rappresentato nell’immaginario collettivo il vino per eccellenza, soprattutto nei grandi Paesi produttori europei, perde terreno mentre crescono, o comunque resistono molto meglio, bianchi, rosati e bollicine.

È una rivoluzione lenta, cominciata da tempo, ma che adesso sta diventando visibile. E la Maremma, terra che ha costruito una parte importante della propria storia vitivinicola sui rossi, dal Morellino di Scansano ai grandi blend della costa, è uno dei luoghi nei quali questo cambiamento si può osservare meglio.

I numeri raccontano una trasformazione impressionante: nel 2014 il 69% della Doc Maremma Toscana era costituito da rossi e appena il 28% da bianchi. Dieci anni dopo i rossi erano scesi al 54%, mentre i bianchi avevano superato il 40%. Oggi hanno oltrepassato il 43% dell’imbottigliato e una sola varietà, il Vermentino, è diventata la prima tipologia della denominazione.

Ma per arrivare fin qui bisogna cominciare dal mondo.

Il mondo beve sempre meno vino

Il primo dato serve anche a sgombrare il campo da un equivoco. La crisi attuale non nasce semplicemente dal fatto che nel mondo si produca troppo vino.

Secondo l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino, nel 2025 la produzione mondiale si è attestata intorno ai 227 milioni di ettolitri, appena lo 0,6% in più rispetto alla scarsissima vendemmia 2024 e ancora su livelli storicamente bassi. È stato il terzo anno consecutivo di produzione contenuta, anche a causa degli eventi climatici e, in alcune aree, della deliberata riduzione della capacità produttiva.

Il consumo mondiale, però, è sceso a circa 208 milioni di ettolitri, il 2,7% in meno in un solo anno. E dietro quel numero l’Oiv individua due fenomeni che stanno lavorando insieme: le pressioni economiche sul potere d’acquisto e un cambiamento strutturale nelle abitudini dei consumatori dei mercati maturi.

Nemmeno la differenza fra 227 milioni prodotti e 208 consumati può essere considerata automaticamente un’eccedenza, perché circa 30 milioni di ettolitri di vino ogni anno sono destinati mediamente a distillazione, aceti, prodotti a base di vino e altri impieghi industriali. L’Oiv ritiene infatti che, grazie alle ultime tre vendemmie particolarmente contenute, il bilancio globale sia rimasto sostanzialmente equilibrato.

La vera questione è un’altra: il mercato si sta restringendo. Si beve meno e si beve diversamente. E proprio mentre diminuisce la quantità complessiva, sta cambiando anche quello che finisce nei bicchieri.

La grande crisi dei rossi

La fotografia più nitida arriva ancora dall’Oiv, che ha analizzato separatamente l’evoluzione mondiale di rossi, bianchi e rosati.

Il risultato è inequivocabile: domanda e offerta mondiale di vino rosso sono diminuite sensibilmente negli ultimi vent’anni. Nel 2021 la produzione mondiale di rosso era già inferiore del 25% rispetto al picco raggiunto nel 2004. All’inizio del secolo i rossi rappresentavano mediamente il 48% di tutto il vino prodotto. Il bianco ha percorso la strada opposta: dal 2013 la sua produzione mondiale ha superato quella del rosso e nel 2021 rappresentava circa il 50% del totale, contro il 42% dei rossi. Una parte importante del fenomeno è certamente legata all’esplosione degli spumanti, ma non basta da sola a spiegarlo.

Per l’Oiv il cambiamento è strutturale ed è legato soprattutto all’evoluzione delle preferenze dei consumatori. E sono proprio i grandi Paesi europei del vino a pagare il conto maggiore: Francia, Italia, Germania e Spagna hanno registrato tutti una contrazione della domanda di rosso.

Non è quindi una moda nata nell’ultima estate. È un processo lungo almeno vent’anni che adesso, con l’inflazione, la riduzione del potere d’acquisto e l’ingresso di nuove generazioni di consumatori, sembra accelerare.

Meno soldi e giovani più difficili da conquistare

Anche l’identikit di chi beve vino sta cambiando. Una ricerca Niq (la principale azienda al mondo di consumer intelligence) sul mercato italiano fuori casa ha rilevato che tre consumatori su cinque dichiarano di essere colpiti in maniera grave o moderata dalla crisi del costo della vita. Il 19% prevede di diminuire le proprie uscite in bar, ristoranti e locali.

Questo, però, non significa necessariamente cercare il vino più economico. Succede qualcosa di più complesso: quando il budget diminuisce, il 68% preferisce una o due bevande di qualità, mentre soltanto il 7% sceglierebbe quattro o cinque prodotti più economici. È la logica del “meno, ma meglio”.

Poi c’è la questione generazionale. Il 74% degli amanti del vino italiani ha almeno 35 anni e soltanto il 28% della Gen Z sceglie vino quando esce. I più giovani sono maggiormente attratti dall’aperitivo, da prodotti immediati, da occasioni di consumo meno formali e, in generale, mostrano un rapporto con l’alcol diverso da quello delle generazioni precedenti.

È in questo scenario che acquistano un significato diverso parole come freschezza, bevibilità, gradazione contenuta, bianco, rosato, bollicine. E mentre il mercato cambia, chi produce deve decidere se seguirlo, anticiparlo o difendere fino in fondo ciò che ha sempre fatto.

In Francia pagano per estirpare le vigne

Se esiste un’immagine capace di spiegare fisicamente la dimensione della crisi è quella delle vigne francesi che vengono estirpate. Non in un Paese marginale della viticoltura mondiale, ma in Francia.

Nel giugno 2026 il governo francese ha ottenuto dalla Commissione europea il via libera a una nuova misura di estirpazione definitiva delle vigne, dopo un primo intervento da 120 milioni di euro attuato nel 2024-2025.

E nella spiegazione ufficiale del ministero dell’Agricoltura francese c’è una precisazione che dice moltissimo: l’intervento serve a rispondere alle difficoltà strutturali di numerosi bacini vitivinicoli davanti alla diminuzione del consumo di vino, «dei rossi in particolare». La patria di Bordeaux e di alcuni dei vini rossi più famosi e costosi del pianeta è costretta, dunque, a ridimensionare una parte della propria capacità produttiva.

Non perché il rosso sia destinato a sparire, naturalmente. I grandi vini continueranno ad avere mercato, prestigio e valore. Ma si sta assottigliando quella enorme base di consumo sulla quale per decenni ha poggiato l’intera piramide.

Ed è qui che possiamo tornare in Toscana.

La Maremma cambia colore

In Maremma la trasformazione è già scritta nei numeri. Quando il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana nacque, nel 2014, la denominazione imbottigliava poco meno di 3,5 milioni di bottiglie. Dieci anni dopo aveva superato i 7 milioni, ma è cambiata soprattutto la composizione.

Nel 2014 i rossi rappresentavano il 69%, i bianchi il 28% e i rosati il 3%. Nel 2024 i rossi erano scesi al 54%, i bianchi avevano superato il 40% e i rosati erano sostanzialmente stabili al 4%.

Nel 2026 il passo successivo: oltre il 43% dell’imbottigliato della Doc Maremma Toscana è ormai bianco. La denominazione sfiora i 7,5 milioni di bottiglie e il Vermentino è diventato il leader assoluto.

In dodici anni, insomma, la Maremma vitivinicola ha cambiato colore. Non ha abbandonato i suoi rossi e non intende farlo. Ma accanto a loro sta costruendo qualcosa che fino a pochi anni fa non aveva queste dimensioni.

Mazzei: «Sul Vermentino la strada è completamente aperta»

Francesco Mazzei, presidente del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana, parte proprio da qui. E chiarisce subito che puntare sul Vermentino non significa soltanto correre dietro al vino che oggi vende meglio.

Francesco Mazzei
Francesco Mazzei

«In realtà è una combinazione di cose – spiega –. Il Vermentino in Maremma è un ottimo marcatore del territorio e una buona occasione di sviluppo. Alla fine viene bene un po’ dappertutto, nonostante la Maremma sia un territorio ampio e molto articolato, perché si va dai terreni sabbiosi vicino al mare fino ai terreni vulcanici della montagna dell’Amiata».

Il mare, secondo Mazzei, è il filo che tiene insieme un territorio così diverso. «È un vitigno che sente il mare, e il mare lo si sente anche dall’Amiata, con espressioni molto diverse. Evidentemente funziona. Questo è il primo elemento. Il secondo è che, oltre a esserci un grosso potenziale qualitativo, c’è un’opportunità commerciale. Il mercato oggi sta andando nella direzione dei bianchi».

Ma c’è un’altra considerazione, forse ancora più importante. Per decenni la Toscana ha costruito la propria immagine mondiale soprattutto intorno ai grandi rossi. Entrare oggi in quel mercato significa confrontarsi con denominazioni che possiedono identità, storia e riconoscibilità enormi.

«Sotto l’ombrello del marchio Toscana possiamo prenderci uno spazio di mercato con un’identità forte e dare uno sviluppo alla Maremma – dice Mazzei –. Percorrere la strada che hanno percorso tutti gli altri è evidentemente molto più complicato, perché finisci per proporti sempre in subordine. Quando intorno hai situazioni talmente consolidate non è facile incalzare Bolgheri o i territori del Sangiovese, come Montalcino o il Chianti».

Poi la frase che racchiude tutta la strategia: «La strada del Vermentino, invece, è una strada completamente aperta».

Il rischio di inseguire il mercato fino a svalutare il vino

Ogni corsa, però, porta con sé un pericolo. Mazzei lo vede chiaramente proprio adesso che il Vermentino cresce.

«Le produzioni sono cresciute in modo esponenziale e ora si tratta di cercare di indirizzarle e di non cadere nel tranello nel quale finiscono alcune denominazioni: andare a cascare sui prezzacci, sulle eccessive esposizioni nei canali moderni o nei supermercati, che creano una pressione sul prezzo molto forte».

È forse la lezione più importante che arriva dalla crisi mondiale: produrre quello che il mercato chiede oggi senza creare l’eccedenza di domani. E significa anche evitare che il Vermentino diventi semplicemente sinonimo di vino bianco giovane, economico, da consumare velocemente.

Per questo una parte delle aziende sta lavorando sulla tipologia Superiore, costruendo quella che Mazzei definisce una «piramide verso l’alto». «Il Vermentino ha delle regole d’ingaggio simili a un rosso – dice – perché è un vitigno longevo che dà vini longevi, strutturati, complessi. L’altro giorno abbiamo assaggiato un 2011: era ancora buono».

Grassini: «Qui non è soltanto una moda, il Vermentino ha trovato casa»

Ed è proprio sulla qualità che arriva la seconda voce della nostra inchiesta. Graziana Grassini, follonichese, è una delle enologhe italiane più conosciute e lavora con aziende in diverse parti d’Italia. Il Vermentino maremmano lo conosce da molti anni. In Maremma lavora per Fattoria di Magliano, Tenuta 12 e Casteani e dà una mano anche a Cacciagrande.

L'enologa Graziana Grassini
L’enologa Graziana Grassini

«È un vitigno che si può definire autoctono – spiega –. Ormai è da tanti anni presente sulla costa e si adatta bene al nostro clima e ai nostri suoli. E questo è avvalorato dal fatto che ci sono espressioni di Vermentino veramente di grande valore».

Grassini insiste soprattutto su una caratteristica che il consumatore tende ancora ad associare più facilmente ai grandi rossi che ai bianchi: la capacità di invecchiare. «È un vitigno che dura nel tempo, anzi si esprime meglio già dall’anno dopo. Può dare vini longevi. Dico può perché dipende dai suoli, dall’esposizione, dal clone di Vermentino e da come viene vinificato, ma può dare vini longevi e molto interessanti».

Poi entra nella parte più strettamente enologica. «È un vino ricco. Già l’uva è ricca di Tdn, la molecola che sa di idrocarburo, come nel Riesling, e quindi nel tempo può sprigionare questi sentori. Ha uno spettro olfattivo variegato e molto interessante. Non si può dire che abbia un profumo intensissimo, ma è complesso e può dare vini complessi. Anche la struttura, sempre a seconda del suolo sul quale si trova, può essere molto interessante».

Non è, quindi, soltanto la risposta maremma al consumatore che d’estate vuole un bicchiere fresco sulla spiaggia. Può essere anche un vino sul quale costruire identità, valore e tempo.

«Non dobbiamo inflazionarlo»

Grassini ha vissuto direttamente anche la crescita del fenomeno. «Sono stata ventitré anni alla cantina sociale Vini di Maremma e lì ci credevano già. Poi sono arrivate altre aziende. Adesso ne produce parecchio anche la Cantina del Morellino di Scansano. È un vitigno in crescita importante».

Ma anche lei, senza bisogno di confrontarsi con Mazzei, arriva allo stesso avvertimento. «L’importante è che la produzione non venga inflazionata. A mio avviso per il nostro territorio è una grande occasione per caratterizzarsi, non solo per andare dietro al mercato che, da qualche tempo, sembra apprezzare maggiormente i bianchi. E non solo il Vermentino».

È una distinzione sottile, ma fondamentale. Inseguire il bianco perché oggi vende sarebbe una scelta commerciale. Costruire intorno al Vermentino un’identità della Maremma sarebbe una strategia territoriale.

A Scansano da 80mila a 350mila bottiglie

Poi ci sono i numeri di una cantina, che raccontano forse meglio di qualsiasi statistica ciò che è accaduto. La Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano nasce e vive nel cuore di una delle più importanti denominazioni rosse della Maremma.

Eppure, quando Sergio Bucci, direttore della cooperativa, arrivò nel 2011, c’era un solo Vermentino. Oggi le etichette sono quattro e una quinta è in fase di sperimentazione.

Sergio Bucci
Sergio Bucci

«Ritengo che una cantina, soprattutto una cooperativa, debba tenere fede alle tradizioni, ai marchi e ai vini storici – spiega Bucci – ma questo non significa che non debba strizzare l’occhio ai trend del momento, a quello che sta funzionando fuori».

L’obiettivo è prima di tutto remunerare i soci. «Il Roggiano rimane Roggiano, il Sicomoro rimane Sicomoro. Non abbiamo toccato i marchi storici e i vini più tradizionali, ma abbiamo proposto in alternativa prodotti che dieci o quindici anni fa nel portafoglio della cantina non esistevano. Questo ti permette anche di aprirti a mercati e clienti diversi, che magari il Morellino ce l’hanno già e hanno bisogno di qualcos’altro».

Il risultato è impressionante. Nel 2010 la cantina commercializzava circa 80mila bottiglie di Vermentino. Nell’ultimo anno mobile, dal 15 settembre 2025 al 14 settembre 2026, sono diventate 350mila. Più di quattro volte tanto.

Dal Vermentino importante a quello da bere sulla spiaggia

Ma ancora più interessante del numero è quello che è successo dentro quelle 350mila bottiglie. «Siamo partiti con il Vigna Fiorini – racconta Bucci –, un Vermentino vinificato in maniera tradizionale, tenuto in vigna più a lungo, che ha avuto e continua ad avere un ottimo successo. Poi abbiamo cominciato a spumantizzare il Vermentino».

E quindi è arrivata la scoperta della longevità. «Eravamo abituati a pensare ai bianchi di Maremma come qualcosa di pronta beva, buono per il vino dell’anno e poi finisce lì. Invece, assaggiando il Vigna Fiorini nel tempo, ci siamo accorti che questi vini sono buoni anche dopo sette, otto anni senza problemi».

Da quell’esperienza è nato il Vermentino Superiore, immesso sul mercato un anno più tardi rispetto alla normale annata. «Volevamo far vedere ai clienti che si può bere un Vermentino più evoluto e avere un grande piacere lo stesso. Pubblico e critica lo hanno accolto molto bene».

E adesso arriva l’esperimento che forse racconta meglio di ogni altro il nuovo mercato del vino. Un Vermentino frizzante da 11 gradi.

«Una pronta beva, una beva estiva – dice Bucci –. Non uno spumante e nemmeno qualcosa di importante: una cosa leggera, spiritosa, estiva, dedicata a bersi un calicino davanti alla spiaggia o sotto l’ombrellone in piscina, che non sia troppo impegnativo». Per ora sono poche bottiglie sperimentali. Probabilmente arriverà sul mercato nel 2027.

«Intorno al Vermentino abbiamo ricamato e trovato sfaccettature diverse da quel Vermentino monocromatico che avevamo fino al 2010».

Non cresce solo il Vermentino: crescono i bianchi

E qui la fotografia diventa ancora più interessante, perché il fenomeno non riguarda soltanto un vitigno diventato di moda. «C’è stata contemporaneamente una crescita un po’ di tutti i bianchi – spiega Bucci –. Non soltanto del Vermentino, anche se il Vermentino l’ha fatta da padrone».

Alla Cantina Vignaioli del Morellino vengono commercializzate ogni anno anche circa 150mila bottiglie di Bianco di Pitigliano, mentre si sono ritagliati un proprio spazio Trebbiano, Chardonnay e Viognier.

E la vendemmia 2026 offre un altro piccolo ma significativo indicatore. A causa della siccità e del caldo, Bucci stima per la cantina un calo produttivo fra il 20 e il 25%: grappoli meno pesanti e minore resa in succo. Ma la scarsità non pesa nello stesso modo su tutti i vini.

«Se il calo di produzione che stiamo registrando quest’anno non dà più di tanto fastidio sui rossi – dice –, sui bianchi fa girare le scatole, perché lì avremmo spazio di crescita ulteriore».

Forse nessun numero racconta meglio la rivoluzione.

Il Vermentino è già il primo vino della Doc Maremma

La storia di Scansano non è un’eccezione. Nel 2025, mentre l’imbottigliato complessivo delle denominazioni toscane perdeva il 2,4%, la Doc Maremma Toscana ha chiuso ancora con un piccolo +0,5%. Rispetto al 2019 la crescita è stata del 22,3%, il risultato migliore tra le denominazioni toscane secondo i dati Avito diffusi dal Consorzio.

La produzione è arrivata a quasi 7,5 milioni di bottiglie e il Vermentino è ormai la tipologia più importante della denominazione; i bianchi nel loro complesso superano il 43% dell’imbottigliato.

Il passaggio dal 28% del 2014 a oltre il 43% di oggi significa che in poco più di un decennio il peso dei bianchi nella Doc è cresciuto di oltre quindici punti percentuali.

Nel frattempo il rosso è passato dal 69% al 54% già nel 2024. La rivoluzione, dunque, non deve ancora arrivare. È già cominciata.

Il rosso non muore, ma cambia il mondo intorno

Sarebbe però sbagliato trasformare tutto questo nel funerale del vino rosso. Non lo dicono i produttori e non lo dicono nemmeno i numeri. Il rosso rimane un pilastro dell’identità vitivinicola italiana e maremmana, e i grandi vini continuano ad avere un mercato nel quale storia, denominazione, territorio, qualità e capacità di invecchiamento rappresentano valori difficilmente sostituibili.

Ciò che sembra essersi incrinato è piuttosto il modello nel quale il rosso era automaticamente il centro del consumo quotidiano del vino.

Il mondo beve meno. Le famiglie devono fare i conti con un potere d’acquisto più debole. I giovani entrano nel mondo del vino con maggiore difficoltà. Cambiano le occasioni di consumo. Si beve meno a tavola, cresce l’aperitivo, si cerca freschezza, si presta maggiore attenzione alla gradazione alcolica.

E nel frattempo i bianchi hanno smesso di essere necessariamente i fratelli minori dei grandi rossi.

La sfida: non ripetere domani gli errori di oggi

Ed è forse proprio qui che la Maremma si trova davanti alla scelta più delicata. Ha trovato nel Vermentino un vino che il mercato chiede, che cresce bene nel territorio, che può essere fresco e immediato ma anche complesso e longevo, che può diventare spumante, Superiore e perfino un leggero frizzante da spiaggia.

Ha trovato, soprattutto, uno spazio nel quale non deve necessariamente inseguire qualcun altro, ma adesso deve evitare che il successo diventi il problema di domani.

Mazzei teme i prezzi spinti verso il basso da un’offerta eccessiva. Grassini avverte che la produzione non deve essere inflazionata. Bucci racconta una domanda di bianco che oggi avrebbe ancora spazio per crescere.

Tre osservatori diversi, tre punti di vista diversi, la stessa conclusione. La grande crisi mondiale del vino insegna che non basta produrre bene e non basta nemmeno produrre ciò che oggi vende. Bisogna riuscire a costruire valore, identità e un equilibrio tra ciò che esce dalle vigne e ciò che il mercato può realmente assorbire.

È la lezione che arriva dalla Francia che estirpa i vigneti, dal consumo mondiale che continua a diminuire e dai rossi che hanno perso terreno in tutti i grandi mercati europei. Ed è la sfida che oggi arriva fino alle vigne della provincia di Grosseto.

Perché mentre il mondo del vino cambia, la Maremma sta cambiando insieme a lui. E, questa volta, il colore della rivoluzione è bianco.

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