GROSSETO. Un campo di grano può essere coltivato, curato e raccolto senza che il prezzo ottenuto dalla vendita riesca a ripagare tutte le spese sostenute. È uno dei rischi con cui devono confrontarsi gli agricoltori maremmani, stretti fra costi di produzione cresciuti sensibilmente e quotazioni che non sempre consentono di recuperare quanto investito.
Non è soltanto una questione di gasolio, fertilizzanti o prezzi del frumento. Dietro i conti delle aziende agricole c’è una trasformazione che va avanti da anni e che riguarda direttamente l’economia della provincia di Grosseto.
In vent’anni la Maremma ha perso il 43% delle superfici coltivate a grano duro. Nello stesso periodo, secondo una ricostruzione basata sui dati agricoli territoriali, la produzione è diminuita del 35%. E il quadro economico più recente non è incoraggiante. Nel 2025 il valore aggiunto reale dell’agricoltura grossetana è sceso del 5,1%, mentre nella vicina provincia di Livorno è cresciuto del 9%.
Sono numeri che raccontano due fenomeni differenti, ma collegati: il ridimensionamento di una coltura storica della Maremma e le difficoltà economiche di un comparto che continua a rappresentare una parte importante della ricchezza prodotta sul territorio.
Il grano duro scompare dai campi: il 43% di superfici in meno
Il primo dato da cui partire non riguarda i prezzi, ma la terra. Negli ultimi vent’anni, secondo una ricostruzione pubblicata nel giugno 2026 su dati agricoli territoriali, la superficie destinata al grano duro in provincia di Grosseto si è ridotta del 43%. Anche la produzione complessiva è diminuita, sebbene in misura inferiore: il calo stimato è del 35%.
Nel 2023 il raccolto provinciale era stato indicato in circa 400mila quintali, saliti a circa 450mila nel 2024. Un recupero tra le due annate che, però, non cancella il ridimensionamento di lungo periodo.
Il fenomeno non riguarda soltanto Grosseto.
L’Irpet, l’Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, ha documentato che tra il 2010 e il 2020 nella regione sono scomparse oltre tremila aziende coltivatrici di grano duro, mentre le superfici destinate alla coltura sono diminuite di oltre 40mila ettari.
Non significa che tutti i terreni sottratti al grano siano stati abbandonati. Una parte può essere stata destinata ad altre coltivazioni o ad attività differenti, ma il risultato è evidente: il frumento duro occupa uno spazio sempre più ridotto nell’agricoltura toscana e maremmana. E tra le ragioni da approfondire c’è proprio la sua redditività.
Quanto vale oggi il grano duro a Grosseto
Per capire il problema bisogna partire da quanto viene riconosciuto al produttore. Le quotazioni rilevate da Ismea sulla piazza di Grosseto il 1° ottobre 2026 indicano prezzi differenti in base alla qualità commerciale del frumento duro.
| Qualità del grano duro | Prezzo alla tonnellata |
|---|---|
| Mercantile | 246,50 euro |
| Buono mercantile | 252,50 euro |
| Fino | 284 euro |
Fonte: Ismea, rilevazione del 1° ottobre 2026, prezzi franco azienda.
Si tratta di quotazioni di riferimento del mercato, non necessariamente dei prezzi effettivamente incassati da ogni agricoltore. Il valore riconosciuto dipende dalla qualità del raccolto, dagli accordi commerciali e dal momento della vendita. Ma queste quotazioni permettono di comprendere quanto possa incidere la produttività di un campo sul risultato economico.
Un ettaro che produca quattro tonnellate di grano duro buono mercantile, al prezzo indicato da Ismea, genererebbe un ricavo lordo di circa 1.010 euro.
Se la produzione salisse a cinque tonnellate, il ricavo diventerebbe di 1.262,50 euro. La differenza è significativa. Eppure, anche cinque tonnellate potrebbero non bastare a coprire tutte le spese sostenute.
Quanto costa coltivare un ettaro: i numeri della Cia
Secondo le stime diffuse dalla Cia Grosseto, il costo di produzione di un ettaro di grano è passato dai 700-850 euro del periodo precedente al 2020 agli attuali 1.300-1.450 euro.
Sono valori indicativi forniti dall’associazione agricola. Non disponiamo di un bilancio analitico che consenta di verificare quali voci siano comprese e come siano state calcolate. Non possono quindi essere considerati un costo identico per tutte le aziende.
La spesa effettiva cambia in funzione delle caratteristiche del terreno, delle lavorazioni, della fertilizzazione, della disponibilità di macchinari, della manodopera e delle rese. Ma il confronto tra le stime della Cia e le quotazioni Ismea permette di costruire alcuni scenari.
Quanto può incassare un ettaro di grano
| Produzione per ettaro | Grano mercantile | Buono mercantile | Grano fino |
|---|---|---|---|
| 3 tonnellate | 739,50 € | 757,50 € | 852 € |
| 4 tonnellate | 986 € | 1.010 € | 1.136 € |
| 5 tonnellate | 1.232,50 € | 1.262,50 € | 1.420 € |
Elaborazione MaremmaOggi sulle quotazioni Ismea del 1° ottobre 2026. Le rese sono scenari di calcolo, non medie provinciali certificate. Gli importi rappresentano i ricavi teorici dalla vendita, prima dei costi e degli eventuali contributi.
Prendiamo come riferimento un costo di produzione di 1.375 euro per ettaro, valore intermedio dell’intervallo indicato dalla Cia. Con quattro tonnellate di grano buono mercantile vendute al prezzo Ismea, il ricavo sarebbe di 1.010 euro.
La differenza tra ricavo e costo sarebbe negativa per 365 euro a ettaro, prima degli eventuali contributi pubblici.
È un esempio, non il bilancio di un’azienda reale. Non dimostra che tutti i cerealicoltori maremmani lavorino in perdita. Mostra però quanto il risultato economico possa diventare fragile quando il raccolto non è particolarmente abbondante oppure il prodotto viene venduto a una quotazione contenuta.
Per coprire le spese servono fino a cinque tonnellate e mezzo
Un altro modo per comprendere il problema è calcolare quanta produzione sarebbe necessaria per coprire il costo ipotizzato di 1.375 euro a ettaro.
| Qualità del grano | Produzione necessaria per il pareggio |
|---|---|
| Mercantile | 5,58 tonnellate per ettaro |
| Buono mercantile | 5,45 tonnellate per ettaro |
| Fino | 4,84 tonnellate per ettaro |
Calcoli teorici MaremmaOggi sui prezzi Ismea e sul costo indicativo di 1.375 euro per ettaro. Non comprendono contributi Pac, ricavi accessori o eventuali differenze nei costi aziendali.
Il risultato non può essere applicato automaticamente a tutte le aziende. Non abbiamo infatti una resa media provinciale 2025-2026 sufficientemente verificata da utilizzare come riferimento unico, e i bilanci agricoli possono essere molto diversi.
Il dato aiuta però a spiegare perché una coltura tradizionale come il grano duro possa diventare economicamente difficile da sostenere.
Quando il prezzo del prodotto rimane contenuto, l’agricoltore ha bisogno di rese elevate oppure di costi particolarmente efficienti per difendere il proprio margine. E non sempre le condizioni climatiche, la qualità dei terreni e l’andamento dell’annata consentono di ottenere quei risultati.
Gasolio, concimi ed energia: perché produrre costa di più
Il prezzo del grano è soltanto una parte del problema. Secondo la Cia Grosseto, prima del 2020 il gasolio agricolo aveva un costo indicativo compreso tra 65 e 75 centesimi al litro. Nei valori riportati dall’associazione per il 2026, l’intervallo è salito a 1,30-1,70 euro.
Non si tratta di una quotazione giornaliera valida per tutti i fornitori, ma di un confronto indicativo tra periodi diversi. Il rincaro incide sulle lavorazioni del terreno, sulle semine, sui trattamenti e sulla raccolta.
Anche i fertilizzanti hanno registrato aumenti consistenti. Sempre secondo la Cia, l’urea è passata da 300-350 euro alla tonnellata a 550-680 euro, mentre i concimi complessi sono saliti da 400-450 a 650-780 euro.
A questo si aggiungono energia, manutenzioni, macchinari, manodopera e servizi. Per un’impresa agricola non conta soltanto il prezzo di una singola voce, ma il costo complessivo sostenuto per portare il raccolto fino alla vendita. Ed è proprio qui che si crea lo squilibrio: le spese possono crescere anche quando il valore del prodotto agricolo non aumenta nella stessa misura.
L’agricoltura maremmana ha perso il 5,1% del valore aggiunto
Le difficoltà della cerealicoltura si inseriscono in un quadro economico più ampio. Il rapporto Navigare l’incertezza, pubblicato il 6 ottobre dalla Camera di commercio della Maremma e del Tirreno, indica per il 2025 una diminuzione del 5,1% del valore aggiunto reale del settore agricolo grossetano.
È un dato che riguarda l’intero comparto, non soltanto il grano duro. Nello stesso periodo, la provincia di Livorno ha registrato una crescita del 9%.
La differenza è legata anche alla diversa composizione delle produzioni. Nel Grossetano hanno un peso importante le colture estensive, maggiormente esposte all’andamento delle quotazioni delle materie prime agricole. Nel Livornese incidono produzioni a più elevato valore, tra cui quelle vitivinicole.
Non significa che la viticoltura sia immune dalle difficoltà o che tutte le aziende agricole grossetane abbiano registrato un peggioramento. Significa che la struttura produttiva della Maremma la rende particolarmente sensibile alle oscillazioni dei prezzi agricoli e all’aumento dei costi.
L’agricoltura vale il 7,3% dell’economia provinciale
Il peso dell’agricoltura in provincia di Grosseto è tutt’altro che marginale. Secondo i dati riportati dalla Camera di commercio, il settore rappresenta circa il 7,3% del valore aggiunto provinciale. Ma la sua importanza non si esaurisce in questa percentuale.
Attorno alle aziende agricole operano imprese di trasformazione, frantoi, cantine, caseifici, trasportatori e fornitori di servizi. La continuità delle attività agricole contribuisce inoltre alla gestione del territorio rurale e alla conservazione di un paesaggio che rappresenta una parte importante dell’identità e dell’attrattività della Maremma.
Per questo il progressivo ridimensionamento delle coltivazioni non riguarda soltanto gli agricoltori.
Quando un’azienda riduce gli investimenti, cambia produzione o interrompe l’attività, le conseguenze possono coinvolgere anche altre imprese e il tessuto economico delle comunità rurali.
Il prezzo del grano sale leggermente, ma non basta
Le quotazioni del frumento duro sulla piazza di Grosseto hanno mostrato piccoli aumenti nella rilevazione Ismea del 1° ottobre. Rispetto alla settimana precedente, il grano fino è cresciuto dello 0,9%, il buono mercantile dello 0,8% e il mercantile dell’1,6%.
Sono variazioni positive, ma limitate.
Il problema delle aziende agricole non si misura infatti sulla singola settimana. Dipende dal rapporto tra il prezzo effettivamente ottenuto alla vendita e il costo sostenuto nell’intera annata produttiva. E quando questo rapporto rimane sfavorevole per più campagne, la conseguenza può essere una progressiva riduzione delle superfici coltivate o degli investimenti.
Il calo di lungo periodo del grano duro in Maremma rende questa questione particolarmente concreta.
La Cia incontra gli agricoltori: sei assemblee in provincia
Proprio mentre emergono questi dati, la Cia Grosseto avvia un ciclo di sei assemblee territoriali per raccogliere le difficoltà e le proposte delle imprese agricole. Il primo incontro è previsto oggi, giovedì 8 ottobre, alle 21, nella Sala Grosseto Sviluppo di via Giordania 227, a Grosseto.
Gli appuntamenti proseguiranno a Manciano il 12 ottobre, a Pitigliano e Scansano il 13, a Scarlino il 14 e a Paganico il 19 ottobre.
Al centro degli incontri ci saranno l’aumento dei costi, la redditività delle produzioni, la disponibilità di acqua e le prospettive delle imprese. La Confederazione punta a raccogliere direttamente le indicazioni degli agricoltori in vista delle iniziative nazionali del settore.
Il futuro del grano è una questione che riguarda tutta la Maremma
Il grano duro non rappresenta l’intera agricoltura maremmana. La provincia ha filiere importanti anche nell’allevamento, nell’olivicoltura, nella viticoltura e nelle produzioni ortofrutticole, con modelli economici molto diversi. Ma la cerealicoltura è un indicatore significativo di una difficoltà più generale: riuscire a mantenere sostenibile un’attività produttiva quando i costi aumentano e il prezzo finale dipende in larga misura dal mercato.
I dati sulle superfici coltivate raccontano che il ridimensionamento del grano duro è già in corso da tempo. Le quotazioni attuali e le stime dei costi mostrano quanto possa essere difficile difendere i margini.
La sfida, adesso, non è soltanto produrre di più. È riuscire a ottenere dalla produzione un reddito sufficiente per continuare a lavorare, investire e mantenere attive le aziende.
Perché il rischio, per la Maremma, non è soltanto raccogliere meno grano. È perdere progressivamente una parte della propria economia agricola.




