Cosimini a Grosseto: la storia della fabbrica alla Vasca | MaremmaOggi Skip to content

Prima del palazzo Cosimini: la fabbrica, la luce e un pallone nella storia di Grosseto

Macchine agricole premiate a Vienna, ingranaggi per la prima centrale elettrica e un terreno per il calcio: dietro al nome Cosimini c’è oltre un secolo di storia cittadina
Le Officine Cosimini a Grosseto, in una foto storica (Da Grosseto, la città che diventa città tra ‘800 e ‘900, di Pietro Pettini)

GROSSETO. Prima del palazzo, c’era una fabbrica. Dietro la facciata elegante che si affacciava sulla piazza si aprivano capannoni, cortili, una fonderia e officine nelle quali si costruivano e si riparavano le macchine destinate alle campagne. Dove oggi Grosseto passa e si incontra, per oltre un secolo si è lavorato a cambiare il modo di coltivare la terra.

Il nome è rimasto: Cosimini. Lo pronunciamo pensando al palazzo di piazza della Vasca, quello progettato da Ludovico Quaroni, ma prima di diventare un riferimento urbano era il nome di un’impresa e di una famiglia, legate a una città che cercava di crescere oltre le mura e di trasformare la propria economia. 

Per ritrovare quella Grosseto bisogna guardare le fotografie, leggere i cataloghi, seguire le tracce lasciate nelle cronache e nei documenti. Si scopre così che la storia dei Cosimini attraversa luoghi e vicende che sembrano lontani fra loro: la centrale dalla quale arrivò la luce elettrica, un terreno vicino alla stazione dove si giocava a calcio, un forno del centro nel quale una macchina cominciò a impastare il pane.

A ricomporre questo percorso aiuta il volume Grosseto: la città che diventa città tra ’800 e ’900, curato da Pietro Pettini, con i contributi di Tamara Gigli e Vera Giommoni. Accanto al libro, gli studi sulla meccanizzazione agricola e le carte conservate negli archivi restituiscono la dimensione di un’impresa che, partendo dalla Maremma, arrivò a confrontarsi con un mercato nazionale e con produttori stranieri.

Una fabbrica prima dell’Unità d’Italia

La ditta nacque il 16 agosto 1856, quando la Toscana era ancora un granducato. A promuoverla fu un gruppo di proprietari terrieri nel quale spiccava Bettino Ricasoli, presidente dell’impresa, mentre Giovan Battista Cosimini ne era il gerente responsabile.

Lo scopo era concreto: costruire macchine agricole e riparare quelle già utilizzate nelle aziende. In un territorio che viveva soprattutto di agricoltura, avere un’officina significava poter intervenire sugli strumenti di lavoro, migliorarli, mantenerli in funzione.

La nascita della fabbrica si inseriva nel tentativo di modernizzare le campagne. Perché una macchina acquistata altrove potesse lavorare in Maremma servivano anche persone capaci di montarla, ripararla e adattarla alle esigenze delle aziende.

La Grosseto industriale cominciava a crescere attraverso il lavoro dei campi. Nel 1885, la statistica industriale cittadina registrava tre fabbriche, tutte legate all’agricoltura: l’officina dei Cosimini, quella di Nesti e Magni e lo stabilimento per l’estrazione dell’olio di sansa di Zamberletti e Rolero.

Lo stabilimento Cosimini in un'illustrazione del 1880 circa
Lo stabilimento Cosimini in un’illustrazione del 1880 circa

Gli inizi difficili e gli scontri con Ricasoli

L’avvio fu tutt’altro che semplice. Lo storico Danilo Barsanti, nello studio Ricasoli e il primo tentativo di meccanizzazione dell’agricoltura maremmana, ricostruisce problemi di capitali, materiali poco resistenti, difficoltà nel reperire operai specializzati e gli effetti della malaria e dell’estatatura sul lavoro.

Il retro delle Officine Cosimini
Il retro delle Officine Cosimini

Già nel gennaio 1857 mancavano liquidità per pagare gli operai. Ricasoli contestava inoltre a Giovan Battista Cosimini di dividere il proprio impegno fra Grosseto e Firenze, dove aveva un’altra officina. Il contrasto arrivò al diario del barone, che lo definì un «petulante e vanitoso bestione».

In quella fase assunse responsabilità direttive il fratello minore Archimede. Sono documenti che mostrano quanto fosse accidentato il tentativo di costruire un’industria meccanica nella Maremma dell’Ottocento.

Da Grosseto a Parigi e Vienna

L’officina cercava conoscenze anche fuori dall’Italia. Nel 1867 Archimede Cosimini visitò l’Esposizione universale di Parigi, per studiare le macchine agricole dell’industria internazionale. Ne ricavò un rapporto presentato al Consiglio provinciale di Grosseto e pubblicato nel 1868.

Barsanti documenta poi lo sviluppo di una fonderia propria e l’apertura di succursali a Roma e Siena.

Nel 1873, all’Esposizione universale di Vienna, l’azienda ottenne la Medaglia del Progresso. Quattro anni dopo, nel 1877, i miglioramenti apportati alla trebbiatrice le valsero un brevetto: allora si chiamava Attestato di Privativa Industriale.

Anche i documenti commerciali raccontano questa crescita. Nell’archivio dell’Accademia dei Georgofili è conservata una circolare della fonderia e officina Cosimini e Bertilacchi, datata dagli archivisti al 1871, accompagnata da due prospetti: uno con i prezzi delle macchine, l’altro con i clienti. 

Un elenco di prezzi e nomi può sembrare una testimonianza minuta. Eppure è proprio attraverso carte di questo genere che la fabbrica torna a essere un’attività concreta: prodotti da proporre, acquirenti da raggiungere, rapporti commerciali da mantenere.

Talete, Antonio e un’impresa che guardava all’estero

Alla morte di Archimede, nel 1891, subentrarono i figli Talete e Antonio. Nella ricostruzione della studiosa Tamara Gigli Sanesi, pubblicata su Maremma Magazine, la loro gestione contribuì a dare all’impresa una dimensione nazionale, con dieci filiali da Voghera a Taranto.

Antonio Cosimini
Antonio Cosimini

La produzione riguardava macchine per i cereali e per l’olivicoltura, ma nel tempo l’attività si estese alla commercializzazione di attrezzature più complesse. La ditta strinse contratti di esclusiva con importanti costruttori stranieri, fra i quali McCormick di Chicago e Ransomes, Sims & Jefferies di Ipswich.

Gigli Sanesi collega inoltre all’impresa l’introduzione sul mercato italiano della prima mietitrebbiatrice nel 1920. Alla morte di Talete, nel 1923, Antonio proseguì come presidente, affiancato dal fratello Alfredo, consigliere delegato. 

Il passaggio fra generazioni permette di seguire anche il cambiamento dell’azienda: dalla costruzione e riparazione delle macchine al ruolo di intermediaria fra i produttori internazionali e le aziende agricole italiane.

Un catalogo delle Officine Cosimini
Un catalogo delle Officine Cosimini

Dietro la facciata della Vasca, officine e fonderia

Le fotografie storiche restituiscono un paesaggio oggi scomparso: edifici bassi, cortili e spazi produttivi. Il complesso occupava l’isolato compreso fra le attuali vie Matteotti, Bonghi e Rattazzi, affacciandosi sulla piazza che conosciamo come piazza della Vasca. Anche se sarebbe intitolata ai Fratelli Rosselli, Carlo e Nello, due tra i più importanti politici, giornalisti e attivisti dell’antifascismo italiano, simboli della lotta per la libertà e la democrazia contro la dittatura di Benito Mussolini. E assassinati nel 1937.

E, allora, via Matteotti si chiamava via Pisani.

Nel 1927, su progetto di Renato Della Rocca, venne realizzata una nuova facciata in stile eclettico, destinata a ospitare uffici e sale espositive.

In una vecchia cartolina, la facciata del 1927 delle Officine Cosimini e viale Pisani
In una vecchia cartolina, la facciata del 1927 delle Officine Cosimini e viale Pisani

Era il volto cittadino della fabbrica, il punto nel quale l’impresa incontrava una Grosseto che si stava dando nuovi edifici e nuove ambizioni. Dietro continuavano a esserci i capannoni; davanti, la produzione si presentava attraverso un’architettura elegante.

Osservare quella facciata nelle cartoline significa ritrovare un rapporto diverso fra la piazza e il lavoro. In uno degli spazi più rappresentativi della città aveva sede un’attività industriale, con tutto ciò che serviva a costruire, riparare e vendere macchine.

Gli ingranaggi che contribuirono a illuminare Grosseto

Uno dei fili più interessanti della vicenda porta al 1892, l’anno in cui arrivò l’illuminazione elettrica.

La prima prova si svolse il 23 giugno; l’inaugurazione ufficiale avvenne il 30 luglio. L’impresa era della ditta Sellari Franceschini, che aveva trasformato il mulino di San Martino in una centrale idroelettrica, utilizzando le acque derivate dall’Ombrone.

Anche i Cosimini avevano lavorato a quel cambiamento. Secondo la ricostruzione riportata nel volume curato da Pettini, che richiama il giornale L’Ombrone del 7 agosto 1892, la ditta grossetana aveva fornito trasmissioni, alberi, pulegge, ingranaggi e supporti necessari all’impianto.

Le competenze maturate nella meccanica agricola contribuirono dunque a far funzionare la centrale dalla quale arrivava la luce.

È uno di quei particolari che aiutano a capire quanto una fabbrica potesse incidere sulla vita cittadina anche oltre i propri prodotti. Il lavoro delle officine entrava nella trasformazione di Grosseto, fino alle lampade che illuminavano strade e piazze.

La copertina di un catalogo delle Officine Cosimini
La copertina di un catalogo delle Officine Cosimini

Un impiegato svizzero e i primi passi del calcio

Poi c’è il calcio. Il libro collega lo sviluppo delle prime esperienze calcistiche grossetane a uno svizzero, Jandron, impiegato delle Officine Cosimini. L’Audace Football Club Grosseto, ricordato anche come la “banda di Jandron”, si allenava e giocava su un campo vicino alla stazione ferroviaria, in un terreno dei Cosimini.

Siamo nei primi passi del calcio in città, prima della nascita dell’attuale Unione Sportiva Grosseto. La fabbrica entra in questa vicenda attraverso un dipendente e uno spazio nel quale quel gioco nuovo poteva trovare casa.

Rispetto ai brevetti, alle filiali e alle macchine agricole, può sembrare un episodio laterale. Ma racconta come attorno a un’impresa circolassero anche persone, abitudini e passioni destinate a lasciare un segno.

Il futuro entrò anche nel forno Fanelli

La spinta a innovare attraversava pure le attività di famiglia.

Talete Cosimini, che aveva sposato Fernanda, figlia di Renieri Fanelli, volle modernizzare l’Antico forno Fanelli, nell’allora corso Carlo Alberto, oggi corso Carducci.

Nel 1909 vi fu installata un’impastatrice azionata da un motore a benzina, della ditta Meschini, insieme al rinnovamento dei locali.

Anche il pane, nel cuore della città, entrava nell’età delle macchine. L’innovazione arrivava così dentro un’attività quotidiana, vicina alle famiglie e alle loro abitudini, attraverso la stessa fiducia nella meccanica che aveva accompagnato lo sviluppo delle officine.

Gli operai, l’istruzione e la fine della fabbrica

Accanto agli impianti e ai prodotti, le pagine del volume raccontano la presenza dei Cosimini nell’associazionismo cittadino.

Archimede Cosimini era iscritto alla Società Operaia dal 1º novembre 1865, insieme al socio Giorgio Bertilacchi. Partecipava alle raccolte di fondi per gli operai in difficoltà e incoraggiava i propri lavoranti a frequentare conferenze e letture popolari. Dal 1866 al 1869 fece parte del consiglio direttivo.

Sono tracce di una vicenda che riguarda anche la formazione e il rapporto fra l’impresa e le persone che vi lavoravano. Accanto alle macchine c’erano competenze da costruire, conoscenze da trasmettere e bisogni ai quali cercare una risposta.

Il volume indica nel 3 gennaio 1971 la conclusione dell’attività commerciale e industriale, con la cessione delle azioni a una società immobiliare. La trasformazione dell’area, attraverso il complesso progettato da Ludovico Quaroni fra il 1970 e il 1978, avrebbe dato alla piazza il volto che conosciamo.

L'attuale palazzo Cosimini, progettato da Quaroni
L’attuale palazzo Cosimini, progettato da Quaroni

Il nome Cosimini è rimasto sul posto. Le fotografie e i documenti consentono di restituirgli ciò che il paesaggio di oggi non mostra più: una fabbrica, i suoi lavoratori e una lunga stagione nella quale Grosseto cercava il proprio futuro anche fra una fonderia e un’officina.

Le carte dei Cosimini all’Archivio di Stato: oggi visite gratuite

Questa storia si può incontrare anche attraverso i documenti originali. L’Archivio di Stato di Grosseto ospita la mostra “Tra vita privata e imprenditoria: le carte della famiglia Cosimini”, inaugurata il 22 giugno e visitabile fino al 31 dicembre 2026.

Il percorso presenta una selezione del materiale donato dagli eredi, affiancando le testimonianze dell’attività imprenditoriale alle carte personali e familiari. 

Oggi, domenica 11 ottobre, dalle 10 alle 12, l’istituto effettua un’apertura straordinaria con visite guidate, ad accesso libero e gratuito. L’appuntamento dedica attenzione anche ai progetti di digitalizzazione e restauro del materiale grafico del fondo.

È un’occasione per avvicinarsi alle dinamiche commerciali dell’azienda e alle relazioni personali della famiglia, ritrovando dietro il nome rimasto sulla piazza i volti e le vicende di chi ne costruì la storia. Per informazioni: as-gr@cultura.gov.it.  

  • (grazie a Pietro Pettini per la consultazione del suo splendido libro e l’utilizzo di alcune delle foto usate in questo articolo)






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