GROSSETO. Ogni giorno migliaia di persone attraversano Barbanella e Gorarella. Ci abitano, ci lavorano, accompagnano i figli a scuola, fanno la spesa, percorrono le strade che disegnano due fra i quartieri più popolosi della città, nati nel dopoguerra, al di là della ferrovia che, come una lama, taglia in due la città.
Sono nomi familiari, pronunciati senza pensarci.
Eppure dietro a quei nomi si nasconde una storia che pochi conoscono davvero. Una storia che affonda le radici nel Risorgimento italiano, nelle grandi bonifiche maremmane, nelle battaglie contro la malaria e nella straordinaria avventura di due fratelli che decisero di investire il proprio futuro in una terra che molti consideravano ancora inospitale.
Quei fratelli si chiamavano Bettino Ricasoli (Firenze, 9 marzo 1809 – Brolio, Siena, 23 ottobre 1880) e Vincenzo Ricasoli (Firenze, 13 febbraio 1814 – Porto Ercole, 20 giugno 1891).
Il primo sarebbe diventato presidente del Consiglio del Regno d’Italia dopo la morte di Camillo Benso di Cavour e sarebbe passato alla storia come il celebre “Barone di ferro”.
Il secondo, meno noto al grande pubblico, fu generale, agricoltore, botanico e innovatore.
Insieme lasciarono un’impronta profonda nella Maremma. Così profonda che ancora oggi due quartieri di Grosseto portano il nome delle loro antiche tenute.
In questo articolo
I quartieri di Barbanella e Gorarella devono il loro nome alle antiche tenute acquistate a metà Ottocento dai fratelli Bettino e Vincenzo Ricasoli, protagonisti del Risorgimento e pionieri della modernizzazione agricola in Maremma.
Quando la Maremma era una frontiera
Per capire la portata della loro impresa bisogna fare un passo indietro. Perché la Maremma della metà dell’Ottocento era molto diversa da quella che conosciamo oggi.
Le grandi opere di bonifica volute dai Lorena avevano già iniziato a modificare il territorio, ma la malaria continuava a rappresentare una minaccia costante. Le campagne erano scarsamente popolate, l’agricoltura era arretrata e gran parte del lavoro veniva svolto da braccianti stagionali che arrivavano da altre zone della Toscana.
L’Ombrone dominava il paesaggio. I suoi argini, i canali, i fossi e le aree umide condizionavano ogni attività economica. La pianura grossetana appariva ancora come una terra difficile da abitare stabilmente.
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Fu proprio in questo contesto che i fratelli Ricasoli decisero di scommettere sulla Maremma.
L’arrivo dei Ricasoli a Grosseto
Fra il 1854 e il 1855 Vincenzo e Bettino acquistarono rispettivamente le tenute di Gorarella e Barbanella, un vasto complesso di circa 800 ettari che si estendeva alla periferia meridionale e occidentale di Grosseto.
Oggi è difficile immaginare cosa significasse possedere una porzione così vasta della pianura grossetana. Dove oggi sorgono case, scuole, supermercati, impianti sportivi e strade trafficate, allora c’erano campi, pascoli, canali e poderi.
L’Atlante storico di Barbanella e Gorarella, edito dal Comune nel 2011, ricorda che il primo nucleo storico dell’attuale quartiere di Barbanella coincide proprio con la fattoria acquistata da Bettino Ricasoli nel 1855, ancora oggi riconoscibile nella storica Villa Ricasoli.
In altre parole, prima di Barbanella c’era la fattoria Ricasoli. Il nome potrebbe derivare dal greco borboreos (dal greco antico βορβόρος, borbóros) che significa “pantano, acquitrinio”, stessa etimologia di Barbaruta. Che poi così lontana non è.
E da quella fattoria sarebbe nato uno dei quartieri più popolosi della città.
Bettino Ricasoli e la rivoluzione delle macchine
Bettino Ricasoli non era un semplice proprietario terriero. Era un uomo convinto che il progresso passasse attraverso la scienza, l’organizzazione e l’innovazione.
Quando arrivò in Maremma rimase colpito dall’arretratezza delle tecniche agricole utilizzate nelle campagne. La sua diagnosi fu durissima. Scrisse infatti:
«In Maremma non sono braccia, la terra langue inculta, per lavorarla occorre scienza e macchine».
Per lui il problema non era la fertilità dei terreni. Il problema era il sistema produttivo. L’agricoltura maremmana si basava ancora su strumenti rudimentali, su una manodopera stagionale costosa e poco affidabile e su metodi che appartenevano più al passato che al futuro.

Il viaggio in Inghilterra
Nel 1855 Bettino fece qualcosa di straordinario per l’epoca. Partì per Francia e Inghilterra con un obiettivo preciso: studiare le tecnologie agricole più avanzate d’Europa. Visitò aziende agricole, fabbriche, esposizioni e scuole agrarie. Quando tornò in Italia portò con sé una vera rivoluzione.
Arrivarono a Barbanella mietitrici, seminatrici, trebbiatrici, falciatrici, coltivatori meccanici, ventilatori per il grano, trinciatrici e decine di altri strumenti praticamente sconosciuti nelle campagne maremmane.
Per la prima volta la Maremma vide all’opera le grandi macchine dell’agricoltura moderna. Gli storici definiscono quell’esperienza il primo tentativo organico di meccanizzazione dell’agricoltura maremmana.
L’officina Cosimini che cambiò Grosseto
Ma Bettino non si fermò all’acquisto delle macchine. Capì immediatamente che per trasformare davvero la Maremma serviva qualcosa di più. Serviva una struttura capace di costruire, riparare e diffondere quei nuovi strumenti.
Così nel 1856 promosse la nascita a Grosseto di una società per la costruzione di macchine agricole, affidata alla direzione del meccanico Giovan Battista Cosimini, pistoiese, che aveva un’officina anche a Firenze.
Il giorno stesso della prima mietitura meccanica eseguita a Barbanella davanti a due commissari dei Georgofili, il 3 luglio 1856, proprio su iniziativa di Bettino Ricasoli «si formava una società per la istituzione in Grosseto di una officina per le macchine ed istrumenti agrari e le si costituiva intanto un capitale di lire 60000 diviso in 200 azioni, che venivano sottoscritte per la maggior parte dai possidenti grossetani».
Una fabbrica che era ospitata nell’area dell’attuale palazzo Cosimini, progettato da quel visionario di Ludovico Quaroni, in piazza Rosselli (della Vasca), a fianco a via Matteotti, che prima si chiamava via Pisani. Nel 1927 venne realizzato il vecchio e bellissimo palazzo, poi demolito nel 1970, per far spazio all’attuale. La fabbrica per oltre 115 anni, fu gestita da Giovan Battista, poi dal fratello Archimede, e poi dai figli di quest’ultimo, prima Antonio e Talete e poi Alfredo.

L’iniziativa suscitò entusiasmo. L’officina iniziò a produrre coltri, erpici, seminatrici, trebbiatrici e numerosi altri attrezzi destinati alle aziende agricole maremmane. Per qualche anno Grosseto divenne uno dei luoghi più avanzati della Toscana nel campo della meccanizzazione agricola.
Riferimenti
- Bettino Ricasoli fra High farming e mezzadria: La tenuta sperimentale di Barbanella in Maremma (1855-1859) – Zeffiro Ciuffoletti, 1975
- Ricasoli e i primi tentativi di meccanizzazione dell’agricoltura maremmana – Danilo Barsanti – Rivista di Storia dell’agricoltura – Accademia dei Georgofili, 2010
Vincenzo Ricasoli e la battaglia contro la malaria
Se Bettino fu l’uomo delle macchine, Vincenzo fu l’uomo delle persone. La sua grande intuizione fu comprendere che la bonifica e l’innovazione tecnica da sole non bastavano. Per far crescere la Maremma servivano famiglie. Servivano contadini residenti. Serviva una comunità.
Quando acquistò Gorarella trovò una tenuta poco produttiva, coltivata con sistemi tradizionali e affidata a lavoratori stagionali. Il nome, in questo caso, fa riferimento alla piccola gora (o più gore) che attraversava la tenuta.
Decise di cambiare tutto. Anche lui introdusse macchine moderne provenienti dall’Inghilterra, ma soprattutto avviò un processo destinato a cambiare la storia della pianura grossetana.
La colonia agraria
Secondo una testimonianza dell’epoca, Vincenzo comprese che il futuro della Maremma passava dalla creazione di una popolazione agricola stabile. La sua fu una sfida enorme perché le difficoltà erano ovunque e la malaria continuava a mietere vittime. I pregiudizi scoraggiavano chiunque volesse trasferirsi stabilmente nella pianura grossetana.
Eppure Vincenzo insistette. L’autore che ne ricordò la figura dopo la morte utilizzò parole straordinarie:
«Fu una vera battaglia combattuta corpo a corpo colla malaria». Alla fine vinse. Nella tenuta di Gorarella nacquero nuove case coloniche, si insediarono famiglie e prese forma un modello agricolo destinato a influenzare tutta la Maremma.
Vincenzo aveva anche una grande passione per la botanica. A lui si deve la realizzazione dell’orto botanico di Porto Ercole, ora Orto Botanico Corsini.
“La Casa Bianca, nei pressi di Porto Ercole, acquistata da Vincenzo diventò il regno di un grande esperimento di acclimatazione ufficialmente riconosciuto come il secondo giardino botanico più importante d’Europa, con 2000 specie vegetali provenienti da tutto il mondo”. (Zeffiro Ciuffoletti)

Riferimenti
- Vincenzo Ricasoli (1814-1891) – Patriota, soldato e agricoltore in Maremma (Premio Firenze 2014 – Fiorino d’oro) – Daniele Bronzuoli, Polistampa, 2014
Le terre oltre l’Ombrone
Le proprietà dei Ricasoli non si limitavano alle aree che oggi conosciamo come Barbanella e Gorarella. Le loro tenute si sviluppavano in una vasta porzione della pianura grossetana e si estendevano anche nelle campagne poste a sud e a ovest della città, verso le aree che oggi si trovano oltre l’attuale Aurelia Sud e oltre il corso dell’Ombrone.
Qui il rapporto con il fiume era continuo. L’Ombrone rappresentava una risorsa indispensabile per l’agricoltura, ma allo stesso tempo una minaccia costante.
I terreni dei Ricasoli vivevano immersi nel grande sistema delle bonifiche, dei fossi e dei canali che stavano progressivamente trasformando il volto della Maremma. E la leggenda vuole che proprio perché c’erano i possedimenti Ricasoli, non sia stato modificato il corso all’altezza dell’attuale ponte di Spadino.
Ancora oggi osservando il territorio dall’alto è possibile intuire quanto il paesaggio attuale sia figlio di quelle opere ottocentesche.
Dal Risorgimento alla Grosseto moderna
La storia ha poi compiuto uno dei suoi paradossi più affascinanti. Le grandi fattorie che nell’Ottocento rappresentavano il simbolo della modernizzazione agricola della Maremma sono diventate nel Novecento quartieri urbani. La campagna ha lasciato spazio alla città.
Le strade hanno sostituito le poderali. I condomini hanno preso il posto delle stalle e dei fienili. Ma i nomi sono rimasti.
Barbanella continua a chiamarsi Barbanella.
Gorarella continua a chiamarsi Gorarella.
L’Atlante storico del Comune di Grosseto sottolinea come persino la geometria del quartiere moderno derivi in parte dall’antica struttura agricola e dalla trama dei campi organizzati attorno ai canali di bonifica.
In qualche modo, la città contemporanea continua ancora a camminare sulle tracce lasciate dai Ricasoli.

Una storia che Grosseto ha quasi dimenticato
Forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente.
Bettino Ricasoli è ricordato nei libri di storia come uno dei protagonisti dell’Unità d’Italia.
Vincenzo Ricasoli viene ricordato come patriota, generale, agricoltore e persino botanico di fama internazionale.
Eppure il loro legame con Grosseto è quasi scomparso dalla memoria collettiva. Al massimo richiamato da qualche nuova lottizzazione nata nelle zone dei loro possedimenti.
Ogni giorno migliaia di persone attraversano Barbanella e Gorarella senza sapere che quei quartieri nascono da una storia fatta di bonifiche, macchine agricole arrivate dall’Inghilterra, lotte contro la malaria, case coloniche e grandi visioni.
Una storia che racconta come due fratelli del Risorgimento decisero di scommettere sulla Maremma quando ancora pochi credevano nel suo futuro. E forse è proprio per questo che, a distanza di oltre centosettant’anni, il loro nome continua a vivere nel cuore della città.













