Otto anni per riportarlo a casa. Fulgencio abbraccia l’avvocata grossetana: «Grazie» | MaremmaOggi Skip to content

Otto anni per riportarlo a casa. Fulgencio abbraccia l’avvocata grossetana: «Grazie»

Francesca Carnicelli è andata a Roma ad accogliere l’ingegnere italiano liberato dopo quasi otto anni nelle carceri della Guinea Equatoriale. Quando la famiglia si rivolse a lei, non sapeva nemmeno se fosse ancora vivo. Da allora non ha mai smesso di sollecitare il Governo e la diplomazia italiana: «Non esisteva neppure uno strumento giuridico per trasferirlo in Italia»
L’avvocata grossetana Francesca Carnicelli con Fulgencio Obiang Esono, i suoi familiari e i volontari della onlus Prigionieri del silenzio

GROSSETO. L’ha guardata, l’ha stretta in un abbraccio e le ha detto una sola parola: «Grazie». Francesca Carnicelli gli ha risposto: «Bentornato a casa».

È finita così, giovedì 3 settembre, all’aeroporto di Roma, una battaglia cominciata quasi otto anni prima. Quando non c’era ancora un uomo da abbracciare, ma soltanto un nome, una famiglia disperata e una domanda alla quale nessuno riusciva a rispondere: Fulgencio Obiang Esono era ancora vivo?

L’avvocata grossetana è andata a Roma ad aspettare l’ingegnere italiano di origini equatoguineane, liberato grazie a un provvedimento di clemenza dopo aver trascorso quasi otto anni nelle carceri della Guinea Equatoriale.

Carnicelli lo aveva sentito parlare una prima volta mentre era ancora detenuto, attraverso l’ambasciatore italiano impegnato in una visita consolare. La seconda volta è stata dopo la sua liberazione. Poi l’incontro, finalmente senza telefoni, intermediari, cancelli e guardie carcerarie.

«Mi ha guardato, mi ha abbracciata e mi ha detto grazie – racconta – Io gli ho detto: bentornato a casa».

La famiglia non sapeva dove fosse e nemmeno se fosse vivo

Quando la famiglia di Fulgencio si rivolse a Francesca Carnicelli, legale della onlus grossetana Prigionieri del Silenzio, la situazione appariva quasi impossibile da affrontare.

«La famiglia si è rivolta a me perché non aveva certezza di dove fosse detenuto – racconta Carnicelli – se fosse ancora in vita e quale fosse effettivamente la sua situazione fisica».

L’avvocata Francesca Carnicelli

Non c’era soltanto il problema di ottenere la liberazione di un cittadino italiano detenuto all’estero. All’inizio bisognava perfino riuscire a sapere dove si trovasse, in quali condizioni fosse tenuto e se fosse sopravvissuto.

Fulgencio Obiang Esono, ingegnere italiano di origine equatoguineana residente da molti anni a Pisa, era partito da Roma insieme all’amico Francisco Micha per un viaggio di lavoro in Togo.

Il 18 settembre 2018, dopo il loro arrivo a Lomé, entrambi erano diventati improvvisamente irreperibili. Secondo la ricostruzione di Amnesty International, furono prelevati e trasferiti illegalmente nella Guinea Equatoriale, dove finirono nel carcere di Black Beach.

Per la famiglia cominciò un incubo. Fulgencio era scomparso in un Paese straniero e, per un lungo periodo, dall’altra parte non arrivò nemmeno la conferma che fosse ancora vivo.

La condanna a 58 anni e 10 mesi

Nel 2019 Fulgencio fu processato insieme a più di cento imputati per il presunto coinvolgimento in un tentativo di colpo di Stato contro il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

Il tribunale di Bata lo condannò a 58 anni e 10 mesi di reclusione.

Un’accusa che appariva difficilmente compatibile con la vita che Fulgencio conduceva in Italia: risiedeva a Pisa dal 1988 e, nell’anno del presunto tentativo di golpe, si trovava stabilmente nella città toscana.

Amnesty International denunciò la sparizione dei due uomini, la loro detenzione e le gravi irregolarità del procedimento. La condanna, nei fatti, rischiava di significare che Fulgencio non sarebbe mai più tornato a casa.

Fu allora che il lavoro cominciato per scoprire se fosse vivo si trasformò in una battaglia per restituirgli prima i diritti fondamentali e poi la libertà.

Il primo risultato: sapere che era ancora vivo

Francesca Carnicelli, con la onlus Prigionieri del silenzio, cominciò a lavorare con il ministero degli Esteri, tentando di aprire e mantenere aperti i canali diplomatici con la Guinea Equatoriale.

«Lavorando con il ministero e cercando di far aprire i canali diplomatici e i rapporti con la Guinea – spiega – siamo riusciti, con grande fatica, inizialmente soltanto a sapere che era vivo».

Quella conferma, che in una vicenda ordinaria sarebbe stata un punto di partenza scontato, rappresentò già un risultato enorme.

Poi cominciò un altro lavoro, altrettanto difficile: fare in modo che Fulgencio non restasse completamente isolato. «Successivamente siamo riusciti a fargli avere contatti telefonici e un contatto epistolare con la famiglia», racconta.

Telefonare, scrivere una lettera. Far sapere ai propri cari di essere ancora vivo, anche se detenuto nella cella di un carcere in un Paese straniero.

Diritti elementari che, in quel carcere e in quella situazione, dovevano essere conquistati uno alla volta attraverso richieste, solleciti e interventi diplomatici.

Un caso senza una strada giuridica percorribile

La difficoltà più grande emerse quando si cominciò a cercare una via per riportarlo in Italia. Non bastava sostenere che Fulgencio fosse un cittadino italiano. Non bastava nemmeno che il Governo italiano ne chiedesse il rientro.

Tra l’Italia e la Guinea Equatoriale non esisteva un accordo bilaterale per il trasferimento delle persone condannate e il Paese africano non aveva ratificato la Convenzione di Strasburgo che disciplina proprio la possibilità di far scontare a un detenuto la pena nel proprio Stato.

«La grande difficoltà – spiega Carnicelli – è stata riuscire a gestire il rientro di un connazionale da una nazione che non aveva né accordi bilaterali con l’Italia né aveva ratificato la Convenzione di Strasburgo sul trasferimento dei detenuti».

La Convenzione del Consiglio d’Europa, adottata nel 1983, permette in determinate condizioni il trasferimento di una persona condannata nel Paese di cittadinanza, ma può essere applicata soltanto nei rapporti tra Stati che ne sono parte.

Nel caso di Fulgencio quella strada era sbarrata. «Il problema era che non esisteva uno strumento giuridico attuabile per poter agire legalmente affinché rientrasse», dice l’avvocata Carnicelli.

Un passaggio, questo, che racconta meglio di ogni altro la complessità del lavoro svolto.  

Non c’era un ricorso risolutivo da presentare a un tribunale italiano. Non c’era una procedura internazionale già pronta da attivare. Non esisteva un trattato che obbligasse la Guinea Equatoriale a trasferire Fulgencio. Restavano la diplomazia, la pressione istituzionale e la capacità di non lasciare mai cadere il dossier.

Sollecitare, chiedere, ricominciare

Per anni il lavoro dell’avvocata grossetana è stato scandito da richieste ripetute. Bisognava capire se Fulgencio avesse bisogno di cure mediche, bisognava verificare le sue condizioni fisiche. Chiedere visite consolari, ottenere un contatto con la famiglia e anche mantenere viva l’attenzione sul caso e impedire che la sua storia venisse dimenticata.

Un lavoro intenso. Ma l’attività principale è stata un’altra. «Sollecitare e agire sempre con il ministero e con tutto il canale diplomatico – dice – affinché si continuasse a operare».

Sempre.

Anche quando non arrivavano risposte. Anche quando ogni tentativo sembrava destinato a fermarsi davanti alla mancanza di accordi giuridici. Anche durante gli anni della pandemia, quando le distanze, le restrizioni e la difficoltà di viaggiare resero tutto ancora più complicato.

«Certamente gli anni del Covid sono stati molto più difficili», dice.

Il suo racconto non ha nulla di trionfalistico. Descrive un lavoro quasi quotidiano, fatto soprattutto della capacità di tornare sul caso e riproporlo ogni volta che si apriva uno spiraglio.

La battaglia di Prigionieri del Silenzio

Francesca Carnicelli si occupa da molti anni degli italiani detenuti fuori dai confini nazionali attraverso l’associazione Prigionieri del Silenzio, costituita nel 2008 e con sede a Grosseto, presso il suo studio.

La onlus tutela i diritti fondamentali dei cittadini italiani nelle carceri straniere: non sostituisce il difensore nel processo celebrato all’estero, ma segue le condizioni detentive, i rapporti con le famiglie, l’assistenza sanitaria e le procedure per gli eventuali trasferimenti.

Carnicelli e la presidente dell’associazione, Katia Anedda, hanno portato più volte davanti al Senato i problemi dei connazionali detenuti all’estero. Il 9 aprile 2019 furono ascoltate dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, proprio nell’ambito di un’indagine sui sistemi di protezione dei diritti.

Fulgencio è diventato uno dei casi più difficili seguiti dall’associazione. Un cittadino italiano detenuto in uno Stato con il quale non esistevano gli strumenti necessari per ottenere il trasferimento. Un uomo che, per lunghi periodi, non aveva avuto contatti regolari con la famiglia. Una condanna di quasi sessant’anni da superare senza avere una procedura giudiziaria internazionale immediatamente utilizzabile.

Il caso portato ogni anno davanti alle istituzioni

Mentre Carnicelli lavorava con la Farnesina, il caso di Fulgencio continuava a essere ricordato pubblicamente. L’assessore del Comune di Pisa Riccardo Buscemi invitò più volte l’avvocata grossetana alla Festa della Toscana per parlare della situazione dell’ingegnere e chiedere aggiornamenti.

Nella seduta del primo dicembre 2023, il Consiglio comunale di Pisa dedicò una parte specifica della giornata alla vicenda di Fulgencio, con gli interventi di Buscemi, di Amnesty International e di Francesca Carnicelli.

Anche Amnesty contribuì a mantenere alta l’attenzione, raccontando la sua sparizione, denunciando le condizioni dei prigionieri in Guinea Equatoriale e chiedendo che i familiari potessero avere notizie.

Tutto serviva a impedire che il tempo producesse il risultato più pericoloso: trasformare un uomo ancora vivo in un prigioniero dimenticato.

L’indulto dopo quasi otto anni

La svolta è arrivata alla fine di agosto del 2026. Con il decreto numero 96, firmato il 24 agosto, il presidente della Guinea Equatoriale ha concesso a Fulgencio Obiang Esono il provvedimento di clemenza che ha permesso la sua liberazione.

Tre giorni dopo, il Governo equatoguineano ha comunicato formalmente la decisione all’Italia e alla Santa Sede. Dopo quasi otto anni, Fulgencio poteva tornare in Italia.

«Sono stati anni faticosi, sofferti, a tratti interminabili – dice Carnicelli – ma non ci siamo mai arresi».

L’avvocata rivolge un ringraziamento al ministro degli Esteri Antonio Tajani, al sottosegretario Giorgio Silli e a tutto lo staff della Farnesina.

«Non hanno smesso un giorno di lavorare per Fulgencio – dice – Lo staff del ministero degli Esteri non ha mai mollato e, con convinzione, siamo andati tutti avanti».

Un ringraziamento va anche a Riccardo Buscemi, che ha continuato a portare il caso davanti al Consiglio comunale di Pisa, e ad Amnesty International Italia.

L’incontro a Roma

Giovedì 3 settembre Francesca Carnicelli è partita da Grosseto ed è andata a Roma. Questa volta non doveva incontrare funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Non doveva chiedere una visita consolare, una telefonata, una lettera o informazioni sulle condizioni di salute del suo assistito.

Doveva aspettare Fulgencio all’aeroporto. L’uomo del quale, otto anni prima, non si sapeva nemmeno se fosse ancora vivo è sceso dall’aereo da uomo libero.

«Ci avevo parlato due volte – racconta Carnicelli – Una mentre era detenuto, tramite l’ambasciatore che si trovava in visita consolare. L’altra quando lo hanno liberato».

Poi si sono trovati uno davanti all’altra. Fulgencio l’ha guardata, l’ha abbracciata e le ha detto «grazie». Lei gli ha risposto «bentornato a casa».

Sono bastate cinque parole per chiudere una battaglia durata quasi otto anni. Tutto il resto, come ha scritto l’avvocata, sono soltanto chiacchiere.

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