Francesca, l'avvocata che difende i diritti dei carcerati all'estero | MaremmaOggi Skip to content

Francesca, l’avvocata che difende i diritti dei carcerati all’estero

Carnicelli è la legale della onlus “Prigionieri del silenzio”: attualmente ci sono più di 2mila italiani detenuti in Paesi stranieri. «Ilaria Salis non è l’unica, nelle carceri Sudamericane e statunitensi le condizioni peggiori»
L’avvocata Francesca Carnicelli

GROSSETO. Ci sono più di duemila persone che, come Ilaria Salis, sono detenute all’estero. In carceri dove spesso le condizioni igieniche – si vedano quelle del Sudamerica o anche degli Stati Uniti – non sono nemmeno lontanamente vicine alla sufficienza. Persone che devono affrontare difficoltà maggiori rispetto a chi commette un reato e viene arrestato in Italia. A causa della barriera linguistica o dei differenti sistemi di politica carceraria. 

E c’è un’avvocata grossetana, che dal 2008 ha cominciato ad occuparsi proprio dei detenuti che vengono arrestati fuori dall’Italia. 

Francesca Carnicelli, grazie al lavoro che svolge per la onlus “Prigionieri del silenzio” è l’avvocata che si batte per la tutela dei diritti umani degli italiani prigionieri oltre confine. Non della loro difesa tecnica nei processo, ma solo del rispetto dei loro diritti.

Più di duemila detenuti all’estero

L’avvocata Carnicelli, dal 2008, si occupa delle persone detenute all’estero attraverso il lavoro che svolge per la onlus “Prigionieri del silenzio”, che ha sede a Grosseto. Un lavoro difficile. E gratuito: la onlus, infatti, chiede alle famiglie dei detenuti soltanto un contributo associativo di 15 euro. Un lavoro, quello che l’avvocata porta avanti, nato grazie a un incontro fortunato: quello con Katia Anedda, attuale presidente dell’associazione, che ben prima del 2008 aveva cominciato ad occuparsi dei casi degli italiani detenuti all’estero. «Avevo letto della sua attività sui giornali – spiega l’avvocata Carnicelli – Decisi di contattarla per offrirmi come volontaria. Per l’associazione lavoriamo tutti gratuitamente». 

Sono tanti gli italiani detenuti all’estero, la maggior parte dei quali – 713 – in Germania, stando al report del ministero della Giustizia. Che risale però, al 31 dicembre 2022. 

«Ma il numero totale – spiega Francesca Carnicelli – non è del tutto affidabile: spesso chi viene arrestato decide di non far avvisare l’ambasciata o il consolato italiano per timore di ulteriori procedimenti in Italia, oppure per paura che vengano avvisati i parenti anche senza il loro consenso».

La tabella con il numero dei detenuti all’estero

Detenuti che, una volta condannati, grazie all’adesione dell’Italia alla Convenzione del Consiglio d’Europa sul trasferimento delle persone condannate, possono essere trasferiti nel proprio Paese di origine per scontare la condanna. È questa la strada indicata anche nella vicenda che riguarda Ilaria Salis, l’insegnante di una scuola elementare di Monza arrestata in Ungheria, con l’accusa di aver partecipato agli scontri durante il corteo e di aver aggredito due manifestanti.

«Le Nazioni che hanno firmato la Convenzione – spiega Carnicelli – sono 68 e tra questi ci sono anche Stati extra Ue. La procedura, all’apparenza, è semplice
ma, nella pratica, diventa farraginosa per le modalità burocratiche prima che politiche. In ogni caso la procedura può essere bloccata anche per motivi politici, dal momento che gli Stati possono decidere se concedere o meno questa possibilità». 

Carceri-lager e famiglie disperate

Sono centinaia le storie passate dalle stanze della onlus della quale fa parte l’avvocata Carnicelli. Storie di famiglie piombate nella disperazione e nel dramma di non riuscire nemmeno ad andare in carcere a trovare i propri congiunti. 

Storie di uomini e donne incarcerati in condizioni degradanti: in Sudamerica, per esempio, dove le condizioni igieniche sono terribili, dove c’è assenza quasi totale di assistenza sanitaria, dove la corruzione interna al carcere e la violenza tra detenuti sono all’ordine del giorno. «O come in alcune carceri statunitensi – aggiunge – dove,
ad esempio, i bagni e i servizi igienici non hanno porte e chi li usa è alla vista di chiunque passi».

L’avvocata Francesca Carnicelli

Difficoltà che si sommano a quelle dei familiari, che spesso non riescono nemmeno ad avere un contatto con il proprio congiunto, soprattutto se non sono stati attivati i canali consolari. «È molto difficile, ad esempio, andare a colloquio in carcere, per la distanza e per l’organizzazione che occorre. Abbiamo avuto casi di persone che
sono arrivate fin negli Usa per poi vedersi negato l’accesso all’istituto penitenziario a causa di questioni burocratiche, che non erano state comprese o, peggio, che non erano state comunicate al momento della richiesta di autorizzazione».

Ilaria Salis e gli altri detenuti in Ungheria

Oltre alla maestra elementare di Monza, nelle carceri ungheresi al 31 dicembre 2022, erano detenute altre 13 persone. La donna, accusata di aver aggredito due manifestanti neonazisti, è diventata il simbolo, suo malgrado, della battaglia per i diritti dei detenuti: portata in tribunale, legata mani e piedi, da giorni i media si stanno occupando di lei. 

Ma perché succede questo, mentre di altri casi di detenuti all’estero, non si parla mai? «Dopo tanti anni di questo lavoro – spiega l’avvocata grossetana – ancora non riesco a dare una risposta. Spesso i familiari dei detenuti all’estero spingono per far conoscere quello che stanno vivendo i loro cari. Spesso però, restano nell’ombra situazioni gravissime mentre emergono situazioni che invece non sono altrettanto gravi». 

Detenuti di serie A e di serie B

Sono soprattutto le condizioni economiche e sociali dei detenuti, a fare la differenza in questi casi. Perché il gratuito patrocinio a spese dello Stato, non è previsto quando si viene arrestati all’estero. È per questo che è nata l’associazione “Prigionieri del silenzio”, che non si occupa della difesa tecnica nei processi, ma che lavora solo per garantire i diritti dei detenuti all’estero. 

«Anche gli aiuti che possono essere concessi dai Consolati italiani ai familiari dei detenuti per la loro assistenza legale sono solo facoltativi – aggiunge l’avvocata -Tutto ciò causa condizioni di detenzione inique e una tutela legale debole o inesistente che comporta in taluni casi, condanne ingiuste». 

È a questo che cerca di fornire risposte la onlus, che fin dalla sua costituzione ha attirato attorno a sé l’attenzione sia dei diretti interessati che delle istituzioni.

Dalla Guinea all’India per il rispetto dei diritti

Sono 15 anni che la onlus Prigionieri del silenzio si occupa di detenuti all’estero. I casi trattati sono stati tantissimi. Ma ce ne sono stati alcuni più complessi di altri. «Penso a Roberto Berardi, arrestato in Guinea Equatoriale e a Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni in India. Roberto ha subìto condizioni detentive orribili e torture gravissime, più volte abbiamo temuto per la sua vita. Tomaso ed Elisabetta si trovavano detenuti in India nel periodo della vicenda dei Marò: da innocenti sono stati condannati all’ergastolo in due gradi di giudizio, e il processo innanzi alla Corte suprema si è tenuto in un momento in cui la tensione con l’Italia era altissima. Fortunatamente sono stati assolti e rimpatriati». 

In questo momento, l’avvocata grossetana sta seguendo, come legale della famiglia, il caso di Fulgencio Obiang Esono, anche lui detenuto in Guinea Equatoriale. «Fulgencio ha ottenuto la cittadinanza italiana quando è venuto a studiare nel nostro Paese – spiega l’avvocata – Ora è detenuto in Guinea Equatoriale con l’accusa di aver partecipato a un tentativo di colpo di Stato». 

Fulgencio è diventato Ingegnere in Italia. Nel suo Paese è stato condannato a 60 anni di carcere

 

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