GROSSETO. Sono ancora a Grosseto, a pochi chilometri dal luogo nel quale sono rimaste sepolte per circa 171mila anni, custodite al sicuro ma lontane dagli occhi di chi, vedendole, potrebbe rendersi conto immediatamente dell’eccezionalità di ciò che la terra maremmana ha restituito poco più di un decennio fa.
Le gigantesche zanne degli elefanti di Poggetti Vecchi si trovano oggi in un deposito del Comune affidato alla Soprintendenza, in via Inghilterra, insieme agli altri reperti recuperati durante uno degli scavi preistorici più importanti avvenuti in Maremma e diventato, negli anni successivi alla scoperta, un caso di studio internazionale.
Sono inevitabilmente le grandi difese a catturare l’immaginazione: appartenevano ad animali che potevano raggiungere circa quattro metri di altezza alla spalla e pesare diverse tonnellate, creature gigantesche che popolavano una pianura grossetana profondamente diversa da quella che conosciamo oggi. Ma accanto a quelle zanne, nello stesso deposito, sono conservati reperti molto meno spettacolari alla vista e probabilmente ancora più preziosi dal punto di vista scientifico.

Sono frammenti di legno lavorato dai Neanderthal, conservatisi in condizioni eccezionali per un tempo quasi inconcepibile e capaci di raccontare che gli uomini che vivevano in questa parte della Toscana circa 171mila anni fa possedevano conoscenze tecnologiche assai più raffinate di quanto un’immagine stereotipata dell’uomo preistorico potrebbe far immaginare.
Quei Neanderthal, infatti, erano capaci di utilizzare intenzionalmente anche il fuoco durante il processo di lavorazione del legno, carbonizzandone alcune parti per poterle poi raschiare e sagomare più facilmente.
È forse questo, ancora più delle enormi zanne che per qualche tempo i grossetani hanno potuto ammirare, il vero tesoro nascosto di Poggetti Vecchi: un luogo che ha portato Grosseto sulle più importanti riviste scientifiche internazionali e che, a quattordici anni dalla scoperta, non dispone ancora di una sede permanente nella quale poter raccontare al pubblico tutta la sua straordinaria storia.
Una prospettiva per il futuro, però, adesso esiste. Ed è legata a un edificio che apparentemente non potrebbe essere più lontano dalla preistoria: l’attuale carcere di via Saffi.
Quando gli elefanti giganti vivevano nella pianura di Grosseto
Per comprendere fino in fondo l’importanza di quello che oggi è custodito nelle stanze di via Inghilterra bisogna tornare indietro di circa 171mila anni, quando non esistevano Grosseto, le mura medicee e neppure la Roselle romana e ai piedi dei rilievi che delimitano la pianura si estendeva un ambiente caratterizzato da zone lacustri e palustri.
C’era però qualcosa che ancora oggi appartiene profondamente a questo territorio: l’acqua calda che risaliva dal sottosuolo.
È attorno alle sorgenti termali di Poggetti Vecchi che si svolse una storia rimasta sigillata nel terreno per migliaia di generazioni, fino a quando un cantiere del XXI secolo non aprì accidentalmente una finestra su quel mondo scomparso.
In quella pianura viveva il Palaeoloxodon antiquus, l’elefante europeo dalle zanne dritte, che non era dunque un mammut nonostante ancora oggi le grandi difese rinvenute alle porte di Grosseto vengano spesso chiamate impropriamente «zanne di mammuth».

Era uno dei più grandi mammiferi terrestri dell’Europa preistorica, capace di raggiungere dimensioni impressionanti e dotato di lunghe difese quasi dritte. A Poggetti Vecchi gli studi hanno permesso di riconoscere resti appartenenti ad almeno sette individui di età differenti, restituendo l’immagine di una presenza consistente di questi enormi animali nell’area. (fondazionegrossetocultura.it)
Ma in quella stessa pianura si muovevano anche gli uomini di Neanderthal e sarà proprio l’incontro, non necessariamente violento, tra questi uomini e i grandi elefanti a rendere Poggetti Vecchi un sito eccezionale.
Tutto comincia da una vasca termale
La porta sulla preistoria si apre nel 2012, quando a Poggetti Vecchi sono in corso lavori legati alla realizzazione di una vasca termale e, durante l’approfondimento di un piccolo invaso artificiale, dal terreno cominciano ad affiorare ossa di grandi dimensioni.
La Soprintendenza comprende immediatamente l’importanza della scoperta e avvia uno scavo d’urgenza, in condizioni tutt’altro che semplici perché proprio l’acqua termale che aveva caratterizzato quell’ambiente preistorico continuava a risalire durante le operazioni, rendendo necessario lavorare con un’idrovora e ricorrere a restauratori, tecnici specializzati e mezzi meccanici per recuperare senza danneggiarle le enormi difese e le ossa più grandi.
Man mano che lo scavo procede, quello che inizialmente poteva sembrare soprattutto un eccezionale ritrovamento paleontologico comincia però a raccontare una storia molto più complessa, perché insieme alle ossa degli elefanti vengono recuperati strumenti di pietra e soprattutto qualcosa che difficilmente riesce ad attraversare un arco temporale così lungo: il legno.
Ed è proprio quel legno a cambiare la dimensione scientifica della scoperta.
Il vero tesoro di Poggetti Vecchi è fatto di legno
Il paradosso è affascinante: se oggi fosse possibile entrare nel deposito di via Inghilterra, lo sguardo di quasi chiunque sarebbe immediatamente attirato dalle gigantesche zanne, mentre uno studioso potrebbe trovare ancora più interessante fermarsi davanti a frammenti scuri che, a un occhio inesperto, apparirebbero infinitamente meno spettacolari.
Il legno, infatti, normalmente marcisce, si decompone e scompare e proprio per questo trovare utensili lignei costruiti da esseri umani vissuti quasi duecentomila anni fa rappresenta un evento eccezionale.
A Poggetti Vecchi sono stati recuperati numerosi frammenti che hanno consentito agli studiosi di ricostruire strumenti originariamente lunghi oltre un metro, realizzati prevalentemente in bosso, un legno molto duro e resistente, con estremità lavorate in maniera differente.
Alcune superfici presentavano però un’altra caratteristica: erano state intenzionalmente bruciate.
Le analisi hanno mostrato che non si trattava delle conseguenze casuali di un incendio, perché sopra le superfici carbonizzate erano presenti successive tracce di lavorazione. Il fuoco era dunque entrato nella catena produttiva dell’utensile: i Neanderthal sottoponevano determinate parti del legno a una carbonizzazione controllata e successivamente intervenivano raschiandole e modellandole.
Quegli oggetti sono stati interpretati come “digging sticks”, bastoni da scavo e strumenti multiuso che potevano essere utilizzati per diverse attività quotidiane.
Quando nel 2018 lo studio viene pubblicato su PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, Poggetti Vecchi acquista una notorietà che supera largamente i confini della Maremma.
Il titolo della ricerca, Wooden tools and fire technology in the early Neanderthal site of Poggetti Vecchi, riassume la portata della scoperta: quei reperti rappresentano la più antica testimonianza allora documentata dell’impiego del fuoco come tecnologia nella fabbricazione di utensili lignei.
Non siamo dunque soltanto davanti alle tracce lasciate da uomini capaci di accendere e utilizzare un fuoco, ma alla testimonianza di una mente che aveva compreso come sfruttarne gli effetti per trasformare un materiale naturale particolarmente resistente e ottenere uno strumento adatto alle proprie necessità.
Quegli elefanti probabilmente non furono cacciati
Anche la presenza nello stesso luogo dei Neanderthal e di almeno sette elefanti potrebbe suggerire una scena spettacolare di caccia preistorica, ma gli studi raccontano qualcosa di diverso e probabilmente ancora più interessante perché restituiscono l’immagine di uomini capaci di comprendere e sfruttare rapidamente le opportunità offerte dall’ambiente.
Le analisi paleontologiche e tafonomiche pubblicate nel 2019 sul Journal of Human Evolution hanno infatti portato gli studiosi a ritenere che gli elefanti siano morti per cause naturali e che le loro carcasse siano state sfruttate poco dopo dai Neanderthal.
In un ambiente che stava attraversando importanti cambiamenti climatici, un gruppo umano avrebbe quindi trovato una straordinaria quantità di carne e materie prime e avrebbe saputo approfittarne utilizzando gli strumenti e le conoscenze a propria disposizione.
Pietra, ossa, legno e fuoco diventavano parti di uno stesso sistema tecnologico e di sopravvivenza, ed è proprio la possibilità di ricostruire contemporaneamente tanti aspetti della vita di questi uomini a rendere Poggetti Vecchi un contesto di eccezionale rarità.
Le grandi zanne che Grosseto ha potuto vedere
Dopo il recupero comincia un lavoro lungo e delicato di consolidamento e restauro, indispensabile soprattutto per reperti rimasti per decine di migliaia di anni in condizioni ambientali completamente diverse da quelle che avrebbero trovato una volta estratti dal terreno.
Grosseto riesce infine a vedere una parte di quel patrimonio con la mostra “Uomini ed elefanti nella Maremma preistorica”, allestita alle Casette cinquecentesche del Cassero senese, dove le enormi difese del Palaeoloxodon antiquus diventano inevitabilmente il simbolo della scoperta e permettono al pubblico di intuire le dimensioni degli animali che un tempo popolavano la pianura.
Quell’esposizione, però, non diventa permanente e, conclusa l’esperienza della mostra, comincia per i reperti una lunga attesa durante la quale vengono custoditi, studiati e occasionalmente mostrati, senza riuscire a trovare uno spazio definitivo.
Oggi sappiamo esattamente dove si trovano: le zanne e gli altri materiali di Poggetti Vecchi sono conservati nel deposito comunale affidato alla Soprintendenza in via Inghilterra.
Non sono dunque reperti dimenticati e neppure abbandonati, ma patrimonio tutelato che presenta un problema molto concreto: esporre materiali di queste dimensioni, importanza e delicatezza richiede ambienti con caratteristiche precise, condizioni adeguate di conservazione e sicurezza, allestimenti progettati appositamente e risorse economiche importanti.
Ed è soprattutto questo che, fino a oggi, ha impedito a Grosseto di trasformare una scoperta scientifica internazionale in un’esposizione permanente.
L’ipotesi più suggestiva: riportare tutto vicino a Poggetti Vecchi
Tra le possibilità prese in considerazione ce n’è stata anche una dal fascino difficilmente eguagliabile: riportare le grandi zanne e gli altri reperti nell’area delle terme in costruzione a Roselle, dunque a poca distanza dal luogo nel quale erano rimasti sepolti per circa 171mila anni.
Dal punto di vista narrativo sarebbe stato quasi perfetto, perché avrebbe ricongiunto la scoperta al paesaggio che l’aveva generata e avrebbe permesso di raccontare la preistoria grossetana proprio in un luogo nel quale l’acqua termale continua ancora oggi a risalire dal sottosuolo, esattamente come accadeva quando gli elefanti e i Neanderthal frequentavano quell’area.
La suggestione, tuttavia, si è dovuta confrontare con le esigenze di una vera esposizione permanente, molto diverse da quelle di un semplice spazio nel quale collocare alcuni oggetti: servono superfici sufficientemente grandi, impianti e condizioni ambientali adeguati, sistemi di sicurezza e conservazione e un’organizzazione capace di garantire nel tempo la tutela di reperti unici.
Costi e complessità hanno reso quindi impraticabile, almeno fino a oggi, la possibilità di riportare il patrimonio di Poggetti Vecchi vicino al luogo della scoperta.
La lunga ricerca di una casa
Negli anni sono state valutate diverse possibilità per dare finalmente ai reperti una sede definitiva e una delle ipotesi prevedeva di legarne l’esposizione al sistema museale cittadino attraverso un ampliamento degli spazi disponibili.

Il problema delle dimensioni del Museo di storia naturale della Maremma non è nuovo e proprio la necessità di trovare una collocazione adeguata a Poggetti Vecchi è comparsa più volte nei programmi e nelle dichiarazioni degli ultimi anni, mentre in assenza di una soluzione definitiva il museo ha continuato a valorizzare il sito attraverso iniziative scientifiche e una mostra virtuale.
Ora, però, l’assessore alla Cultura del Comune di Grosseto Luca Agresti indica una prospettiva molto più precisa per il futuro e lega la soluzione a una delle più grandi trasformazioni urbanistiche attese nel centro storico.
La casa del futuro potrebbe essere l’attuale carcere di via Saffi
Secondo Agresti, le possibilità considerate per una sistemazione dei reperti erano sostanzialmente due e una prevedeva un ampliamento legato al Museo archeologico, ipotesi che l’attuale amministrazione non aveva però inserito nel proprio programma.
La soluzione ritenuta ideale guarda invece all’edificio che oggi ospita la casa circondariale di via Saffi, la cui futura disponibilità dipende dal trasferimento del carcere nella nuova struttura prevista nell’area dell’ex Barbetti.

Solo quando quel trasferimento sarà avvenuto sarà possibile affrontare concretamente il riutilizzo dell’immobile, ma l’obiettivo indicato dall’amministrazione è che una parte dell’attuale carcere venga destinata all’ampliamento del Museo di storia naturale della Maremma, creando finalmente gli spazi nei quali poter raccontare in maniera permanente anche Poggetti Vecchi.
«L’obiettivo è quello di non perdere l’occasione dell’utilizzo parziale dell’immobile – spiega Agresti – perché una parte deve servire a quello».
Non si tratta di un progetto destinato a essere realizzato in tempi brevi e lo stesso assessore riconosce che, considerando quelli necessari al trasferimento della casa circondariale, l’attuale amministrazione difficilmente potrà vederne il completamento durante questo mandato.
Il messaggio che Agresti consegna alle amministrazioni future è però molto chiaro: quando l’edificio di via Saffi diventerà disponibile, quella possibilità dovrà essere tenuta presente e una parte della struttura dovrà diventare l’occasione per dare al Museo di storia naturale gli spazi che oggi gli mancano.
Non serve soltanto una stanza per le zanne
Ridurre tutto alla necessità di trovare un luogo sufficientemente grande per ospitare due spettacolari difese significherebbe però perdere il senso più profondo della scoperta, perché Poggetti Vecchi possiede le caratteristiche per diventare il cuore di un racconto permanente sulle origini più remote del territorio grossetano, capace di mettere insieme il paesaggio, il clima, gli animali e soprattutto gli uomini che lo abitavano.
Le zanne avrebbero inevitabilmente la forza di attirare il visitatore, ma potrebbero diventare la porta attraverso la quale entrare in un mondo molto più complesso, quello di una pianura attraversata da elefanti giganteschi, segnata dalle acque termali e frequentata da gruppi di Neanderthal capaci di costruire strumenti, lavorare materiali differenti e utilizzare consapevolmente il fuoco all’interno di un processo tecnologico.
Sono trascorsi circa 171mila anni dal momento in cui uno di quegli uomini prese un pezzo di bosso, ne sottopose una parte al calore e cominciò a lavorarne la superficie, lasciando inconsapevolmente una traccia che sarebbe sopravvissuta fino a noi, e ne sono trascorsi quattordici da quando un cantiere per una vasca termale ha restituito quella storia alla città.
Da allora la ricerca ha fatto passi enormi: gli studiosi hanno datato il sito, ricostruito l’ambiente, analizzato gli elefanti e gli utensili, studiato le tracce lasciate dal fuoco e portato il nome di Poggetti Vecchi nella letteratura scientifica internazionale. Quello che ancora manca è la possibilità di trasformare tutto questo sapere in un luogo nel quale chi vive a Grosseto, uno studente o un turista possa trovarsi davanti a quei reperti e comprendere che una parte fondamentale della storia umana di questo territorio comincia molto prima degli Etruschi e dei Romani.
Per adesso le grandi zanne e i fragilissimi legni dei Neanderthal continuano a essere custoditi nel deposito di via Inghilterra, mentre la possibilità di mostrarli stabilmente al pubblico è affidata a un progetto che guarda necessariamente avanti nel tempo, fino al giorno in cui il carcere lascerà via Saffi e una parte di quell’edificio potrà diventare l’ampliamento del Museo di storia naturale.
Sarebbe un passaggio singolare ma anche profondamente coerente con la storia di questi reperti: dopo essere rimasti nascosti nel terreno per circa 171mila anni e aver trascorso gli ultimi quattordici tra laboratori, mostre temporanee e depositi, Poggetti Vecchi potrebbe finalmente trovare nel cuore di Grosseto lo spazio necessario per raccontare a tutti una storia che, molto prima della nascita della città, era già cominciata qui.




