GROSSETO. L’accusa per lui e la moglie è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato. La vicenda è iniziata lo scorso 25 settembre con l’arresto di Vito Gangi e della moglie Fatima Khayat. Le indagini dei carabinieri e della guardia di finanza hanno ricostruito una distorsione del Decreto Flussi: la coppia, secondo gli investigatori, avrebbe fatto arrivare in Italia alcuni lavoratori dietro il pagamento di circa 10mila euro.
Ma una volta arrivati in Italia, il lavoro non c’era. Secondo quanto ricostruito dagli uomini delle fiamme gialle e dei carabinieri, sarebbero 31 i cittadini extracomunitari entrati illegalmente in Italia attraverso il sistema contestato alla coppia, mentre altri 22 visti d’ingresso sarebbero stati rilasciati sulla base di procedure irregolari.
Gangi e Khayat, entrambi difesi dall’avvocato Simone Borghetti, sono stati interrogati: la donna il 29 settembre e l’uomo il 30 settembre. L’imprenditore 64enne in aula ha risposto alle domande del giudice Giuseppe Coniglio e del pubblico ministero Giovanni De Marco.
Gli interrogatori davanti al giudice
Secondo le indagini, la coppia avrebbe anche affittato agli immigrati delle stanze per circa 250 euro al mese. Per ottenere la documentazione necessaria a dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro, agli stranieri sarebbero stati chiesti ulteriori pagamenti in contanti, fino a mille euro, in cambio di buste paga ritenute fittizie dagli investigatori. Alcuni di loro sarebbero stati così costretti a cercare lavori occasionali in nero, sia per sopravvivere sia per riuscire a pagare le somme richieste.
Un quadro che ha condotto la coppia in carcere, perché, secondo il giudice Coniglio, sussiste il rischio che i due possano condizionare i testimoni.
Il 29 e il 30 settembre si sono svolti gli interrogatori di Khayat e Gangi. La donna, detenuta nel carcere femminile di Pisa, ha deciso di avvalersi, momentaneamente, della facoltà di non rispondere, per capire cosa sia scritto nel fascicolo a suo carico. Ma l’avvocato sostiene che a breve chiederanno un nuovo interrogatorio, per far sì che anche Khayat possa spiegare la sua versione. E secondo le indagini, sarebbe lei ad aver reclutato i lavoratori in Marocco.
Diversa, invece, la scelta di Gangi, che ha deciso di parlare in aula. «Ha risposto a tutte le domande del giudice Coniglio e del pm De Marco – dice Borghetti – Il mio assistito ha chiarito e ridimensionato la situazione in cui si è trovato. Gangi ha una serie di aziende che lavorano e ha avuto alcune problematiche sui contratti di lavoro. Non era nella sua volontà lasciarli senza lavoro, frodare né trafficare clandestini».
Chiesti i domiciliari
Il nodo della questione è che Cangi e Khayat avevano sì delle aziende, ma, secondo gli investigatori, queste non avrebbero avuto la capacità di assumere i lavoratori.
Borghetti ha chiesto al giudice Coniglio di attenuare la misura cautelare e di disporre per Gangi gli arresti domiciliari. Una richiesta che il giudice non ha accolto, lasciando al momento, il 64enne in carcere.



