GROSSETO. Quando davanti a un uomo c’è una condanna all’ergastolo, il tempo cambia significato, perché non è più qualcosa che si attraversa aspettando una data, contando gli anni che mancano o immaginando il giorno in cui una porta si aprirà definitivamente: diventa invece un tempo che rischia di ripetersi uguale a se stesso, dentro il quale bisogna trovare qualcosa che dia un senso alle giornate, soprattutto quando ciò che è accaduto prima di entrare in carcere non può essere cancellato e quando, dall’altra parte di quella storia, c’è una famiglia alla quale è stato tolto per sempre un figlio, un marito e un padre.
È di questo, in fondo, che si è parlato mercoledì 30 settembre nell’aula della Corte d’Assise del tribunale di Grosseto, dove Klodjan Gjoni è tornato sei mesi dopo aver sentito pronunciare la propria condanna all’ergastolo per l’omicidio di Nicolas Matias Del Rio, il corriere quarantenne sequestrato dopo la rapina del carico di borse che trasportava, tenuto prigioniero a Case Sallustri e poi ucciso.
Gjoni è tornato davanti agli stessi giudici, ma questa volta qualcosa era cambiato, perché nel frattempo aveva fatto ciò che durante il processo non aveva mai fatto: aveva confessato il proprio coinvolgimento diretto nell’uccisione di Nicolas, aveva scritto ai suoi familiari e ai propri genitori, aveva chiesto perdono e, assistito dall’avvocata Federica Putignano, aveva presentato l’istanza per essere ammesso a un percorso di giustizia riparativa.
Non per cancellare l’ergastolo, né per ottenere dalla Corte una scorciatoia rispetto alla pena che gli è stata inflitta e che è stata impugnata, ma per provare, questo ha spiegato, a dare un significato al tempo che dovrà trascorrere in carcere, riempiendolo di lavoro, riflessione e soprattutto del confronto con il dolore enorme e irreversibile provocato dalle proprie azioni.
Dall’altra parte dell’aula, però, c’era Aldo Eduardo Aguero, il padre di Nicolas, tornato ancora una volta da Roma per assistere a un passaggio giudiziario che riguarda la morte di suo figlio. E lui, a quel percorso, ha detto no.
La stessa Corte, ma un’udienza completamente diversa
A guardare Gjoni c’era la stessa Corte d’Assise che il 30 marzo lo aveva condannato all’ergastolo insieme a Ozgur Bozkurt, mentre Emre Kaja era stato condannato a 21 anni, due mesi e venti giorni per concorso anomalo nell’omicidio: il presidente Sergio Compagnucci, la giudice Agnieska Karpinska e i giudici popolari.
Bozkurt era collegato dal carcere di Prato, mentre al banco dell’accusa non sedevano questa volta i sostituti procuratori Giovanni De Marco e Valeria Lazzarini, i magistrati che al termine del processo avevano chiesto la condanna all’ergastolo per entrambi e che, per questa udienza, hanno affidato la propria posizione a una memoria depositata.
Era un’udienza diversa anche nella forma, celebrata in camera di consiglio e quindi senza pubblico, ma soprattutto nella sostanza, perché non si trattava più di stabilire chi avesse ucciso Nicolas, questione sulla quale la Corte si è già pronunciata, ma di decidere se uno degli uomini condannati per quell’omicidio possa cominciare un percorso nel quale essere chiamato a confrontarsi con ciò che ha fatto e con le conseguenze che quelle azioni hanno prodotto.

Una domanda apparentemente giuridica che, in quell’aula, diventava inevitabilmente umana, perché metteva una accanto all’altra due esigenze che non necessariamente riescono a incontrarsi: quella di un condannato che sostiene di voler elaborare fino in fondo la responsabilità del proprio gesto e quella dei familiari della vittima, che non credono che il pentimento manifestato dopo la condanna sia autentico e completo.
Accanto al padre di Nicolas c’è l’uomo che intervistò Gjoni
Con Eduardo, mercoledì, c’era anche Giuseppe Pizzo, inviato di “Chi l’ha visto?”, e la sua presenza sembrava quasi riportare dentro il tribunale l’inizio di questa storia, quando ancora nessuno parlava di ergastolo, di confessioni o di giustizia riparativa, perché Nicolas era semplicemente un uomo scomparso e la sua famiglia continuava a sperare che da qualche parte fosse vivo.
Pizzo era arrivato sull’Amiata proprio in quei giorni, aveva seguito le ricerche insieme ai familiari, aveva percorso le strade lungo le quali si cercavano tracce del corriere e, insieme ai parenti, aveva individuato anche gli scatoloni abbandonati dopo essere stati svuotati delle borse che Nicolas stava trasportando.
Ma soprattutto aveva incontrato e intervistato Klodjan Gjoni prima del suo arresto.
È uno di quei frammenti che, riguardati dopo che una storia è arrivata alla sua verità giudiziaria, sembrano appartenere a un’altra epoca. Davanti alla telecamera di “Chi l’ha visto?” Gjoni aveva negato di conoscere Nicolas, si era dichiarato disponibile a fornire chiarimenti e aveva parlato della scomparsa del corriere come di qualcosa che riguardava altri, arrivando ad augurarsi che quel ragazzo, che aveva una moglie e un figlio, venisse ritrovato.
Due anni dopo, Pizzo era ancora accanto al padre di Nicolas, ma tutto era cambiato: il corriere che allora si cercava non era più uno scomparso, suo padre non aspettava più una telefonata e l’uomo che davanti alla telecamera aveva negato di conoscerlo sedeva ora davanti alla Corte dopo essere stato condannato all’ergastolo per il suo omicidio e dopo avere ammesso il proprio coinvolgimento diretto nella sua morte.
La confessione arrivata dopo l’ergastolo
È proprio il tempo della confessione uno degli elementi sui quali si misura la distanza tra Gjoni e la famiglia di Nicolas, perché durante il processo l’imputato aveva fornito una ricostruzione diversa, collocando Bozkurt sulla scena dell’omicidio e allontanando da sé la responsabilità materiale dell’uccisione, mentre la Corte, nella sentenza, ha ritenuto entrambi responsabili della morte del corriere.
Solo dopo la condanna all’ergastolo e dopo aver affidato la propria difesa all’avvocata Federica Putignano, Gjoni ha deciso di scrivere e di raccontare una versione diversa, ammettendo di aver messo le mani sulla bocca di Nicolas mentre l’uomo, ancora legato, cercava di gridare, pur continuando ad attribuire a Bozkurt l’azione di avergli stretto il filo intorno al collo.
A quella confessione sono seguite le lettere ai familiari di Nicolas e ai propri genitori, la richiesta di perdono e la decisione di mettere 10mila euro a disposizione della moglie e del figlio della vittima, fino all’ultimo passo, quello che mercoledì lo ha riportato davanti alla Corte: la richiesta di poter accedere alla giustizia riparativa.
«So che non posso tornare indietro»
Gjoni ha chiesto nuovamente scusa, sapendo che quelle scuse potevano non essere accettate e che nessun gesto compiuto oggi può modificare ciò che è successo nel maggio del 2024, perché Nicolas non tornerà da suo padre se lui lavorerà in carcere, non tornerà da sua moglie se parteciperà a un percorso di responsabilizzazione e non tornerà da suo figlio se un giorno riuscirà a raccontare tutto ciò che ancora non ha raccontato.
È proprio dentro questa impossibilità, però, che il condannato ha collocato il senso della propria richiesta: se davvero dovrà trascorrere il resto della vita in carcere, vuole che quel tempo non sia soltanto una successione di giorni chiusi dentro una cella, ma diventi un tempo nel quale confrontarsi con quello che ha fatto, con la morte di Nicolas e con le conseguenze che quell’omicidio ha avuto sulle persone rimaste.
Una posizione alla quale il padre della vittima oppone una considerazione altrettanto netta, ma costruita partendo da un punto completamente diverso.

«Non ho dato il consenso perché Gjoni ha sempre cambiato versione, non è mai stato attendibile», dice Eduardo.
E quando parla della giustizia riparativa non la respinge come principio, anzi riconosce che possa avere un’utilità, ma aggiunge subito che, secondo lui, non può averla in questo caso perché non vede ancora un pentimento reale.
La famiglia: «Ha detto soltanto quello che non poteva più tacere»
Anche Carolina Alejandra Allegri, moglie di Nicolas e madre del loro bambino, rappresentata dall’avvocata Valentina Chech, ha scelto di non partecipare al percorso, perché dal punto di vista dei familiari la confessione arrivata dal carcere resta tardiva e parziale, maturata soltanto dopo mesi di indagini, un intero processo e soprattutto dopo una sentenza che aveva già respinto la versione fornita da Gjoni.
Per loro, dunque, il detenuto avrebbe finora dato voce soprattutto al non detto, ammettendo ciò che la Corte aveva già ricostruito ma senza arrivare ancora fino in fondo a una storia nella quale esistono domande che, a distanza di oltre due anni, continuano a non avere risposta.

Sono domande che riguardano le borse trasportate da Nicolas, la destinazione di quella merce, l’organizzazione della rapina e l’eventuale presenza di altre persone dietro il colpo: dove sono finite le borse, chi doveva riceverle, chi sapeva dell’arrivo di quel carico, se ci fosse un mandante e chi eventualmente avesse commissionato il furto.
Domande che non modificano le responsabilità già accertate dalla Corte per l’omicidio, ma che per chi ha perso Nicolas rappresentano una parte essenziale della verità, perché conoscere soltanto il modo in cui un uomo è morto non significa necessariamente sapere tutto ciò che lo ha portato fino a quella stanza di Case Sallustri.
Ed è su questo punto che le due posizioni, almeno per ora, sembrano allontanarsi ancora di più: per i familiari la verità completa dovrebbe precedere qualsiasi percorso riparativo, mentre per la difesa quel percorso potrebbe essere proprio lo strumento attraverso il quale arrivare finalmente a quella verità.
La difesa: il percorso può servire proprio a chi deve scontare una pena così
Quando l’avvocata Putignano ha ripreso la parola, ha chiesto alla Corte di non leggere la gravità del reato come una ragione per considerare meno utile la giustizia riparativa, ma semmai di interrogarsi sulla possibilità opposta, cioè che proprio una pena destinata potenzialmente a durare quanto la vita di una persona renda ancora più importante costruire un percorso nel quale il condannato sia costretto a confrontarsi con ciò che ha provocato.

La difesa ha richiamato l’articolo 27 della Costituzione, secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, sostenendo in sostanza che la giustizia riparativa non debba essere immaginata come uno strumento riservato a chi ha commesso reati meno gravi o a chi vede già davanti a sé la fine della pena, perché può assumere un significato ancora maggiore per chi, come Gjoni, deve fare i conti con una condanna all’ergastolo.
E qui il ragionamento della difesa tocca il punto più delicato dell’intera udienza: la confessione completa che oggi la famiglia reclama come condizione potrebbe diventare, secondo Putignano, uno dei risultati del percorso stesso, perché il lavoro sulla responsabilità potrebbe spingere Gjoni a superare le reticenze, a chiarire ciò che ancora non ha chiarito e a raccontare non soltanto gli ultimi minuti della vita di Nicolas, ma l’intera vicenda che ha portato alla rapina, al sequestro e infine all’omicidio.
Il no dei familiari non può essere forzato
Resta, naturalmente, il no della famiglia, che nessun percorso di giustizia riparativa può trasformare nell’obbligo di incontrare Gjoni, perché nessuno può chiedere a un padre di sedersi davanti all’uomo condannato per avergli ucciso il figlio e nessuno può imporre a una moglie di ascoltare parole che non vuole ascoltare.
Per questo, qualora la Corte dovesse accogliere l’istanza, esiste la possibilità che il percorso venga svolto attraverso una vittima surrogata, una persona che non sostituisce Nicolas né pretende di prendere il posto dei suoi familiari, ma che consente al condannato di lavorare sulle conseguenze del reato senza coinvolgere direttamente chi ha scelto di non partecipare.
È una distinzione fondamentale, perché la giustizia riparativa non consiste nel chiedere alla vittima di perdonare e nemmeno nel costruire necessariamente una riconciliazione: mette al centro, piuttosto, il riconoscimento delle conseguenze del reato e la responsabilità di chi lo ha commesso, lasciando a chi ne ha subito gli effetti la libertà di partecipare oppure no.
L’uomo davanti alla telecamera e quello davanti ai giudici
Alla fine, mentre la Corte si riservava la decisione, restava nell’aria anche l’immagine di Giuseppe Pizzo accanto a Eduardo, perché in qualche modo raccontava meglio di molte parole la distanza percorsa da questa storia.
Nel 2024 l’inviato di “Chi l’ha visto?” cercava insieme a un padre un figlio scomparso e faceva domande a un uomo che, davanti alla sua telecamera, diceva di non conoscere Nicolas e si augurava che venisse ritrovato; nel settembre del 2026 quello stesso giornalista era ancora accanto allo stesso padre, ma Nicolas era stato trovato morto da tempo e quell’uomo era diventato un condannato all’ergastolo che ammetteva il proprio coinvolgimento nella sua uccisione e chiedeva ai giudici di poter trascorrere gli anni che gli restano provando a comprendere fino in fondo il dolore che aveva provocato.
È questo il tempo trascorso tra quelle due immagini.
In mezzo ci sono stati il ritrovamento del corpo di Nicolas, le indagini, le versioni contraddittorie, il processo, due ergastoli, una sentenza, una confessione arrivata soltanto dopo la condanna e una famiglia che continua a chiedere che vengano illuminate anche le zone rimaste nell’ombra.
Adesso la Corte dovrà decidere se quel cammino possa cominciare anche senza il consenso dei familiari, attraverso una vittima surrogata, e se la giustizia riparativa possa diventare per Gjoni il luogo nel quale provare a raggiungere quella consapevolezza e forse quella verità completa che, secondo il padre e la moglie di Nicolas, oggi ancora non ci sono.
Qualunque sarà la decisione, nessuno in quell’aula poteva confondere il significato della parola “riparativa” con la possibilità di riparare davvero ciò che è accaduto, perché Nicolas Matias Del Rio aveva quarant’anni e non tornerà da suo padre, da Carolina e da suo figlio.
La domanda alla quale i giudici dovranno rispondere è un’altra, molto più difficile: se ciò che non può più essere riparato possa almeno diventare, per chi ne è stato riconosciuto responsabile, qualcosa da guardare senza più voltarsi dall’altra parte per tutto il tempo che gli resta da vivere.



