Migliaia di persone, nessuna contestazione: il giorno in cui Grosseto ha mostrato il suo volto migliore | MaremmaOggi Skip to content

Migliaia di persone, nessuna contestazione: il giorno in cui Grosseto ha mostrato il suo volto migliore

Il Toscana Pride ha riportato in città migliaia di persone e una riflessione che va oltre i diritti e le appartenenze: quella sulla capacità di Grosseto di accogliere, confrontarsi e immaginare il proprio futuro
Il Toscana Pride 2026 a Grosseto (foto Aldo Giuliani)

GROSSETO. Ci sono giornate che finiscono e giornate che restano. Il Toscana Pride di sabato, comunque la si pensi, appartiene alla seconda categoria. Non perché abbia portato a Grosseto migliaia di persone, non perché abbia riempito le strade di bandiere, musica e colori, non perché abbia acceso il dibattito politico che inevitabilmente accompagna eventi come questo.

 

 
 
 
 
 
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Resterà perché ha mostrato una fotografia della città che raramente si vede con altrettanta chiarezza.

Una città attraversata da migliaia di storie

A un certo punto del pomeriggio, mentre il corteo scorreva lungo le Mura medicee e il serpentone di persone sembrava non finire mai, la sensazione era quella di assistere a qualcosa che andava oltre la manifestazione stessa.

C’erano ragazzi arrivati da tutta la Toscana, famiglie con bambini, coppie, volontari, amministratori, cittadini che avevano deciso di esserci e cittadini che si erano semplicemente fermati a guardare.

C’erano storie diverse, età diverse, sensibilità diverse.

Eppure, osservando quella lunga onda che attraversava la città, le differenze sembravano perdere importanza.

Il Pride visto da vicino

Forse è proprio questo che sfugge a chi guarda il Pride da lontano, o a chi continua a cercare in giornate come questa qualcosa di scandaloso, provocatorio o divisivo.

La realtà, sabato, era molto più semplice.

(fotogallery di Aldo Giuliani)

La realtà era una città che si era riempita di persone e che, almeno per qualche ora, aveva scelto di mettere al centro il rispetto invece della diffidenza, la curiosità invece del pregiudizio, l’incontro invece della distanza.

Ventidue anni dopo il primo Pride della Toscana

Ventidue anni fa Grosseto aveva già compiuto una scelta simile.

Quando ospitò il primo Pride della Toscana, molti si stupirono che fosse proprio questa città, così lontana dai grandi centri regionali e spesso raccontata come una provincia appartata, a raccogliere una sfida che allora appariva persino più coraggiosa di oggi. Una città governata dal centrodestra allora come ora

Eppure accadde.

Accadde perché Grosseto, al di là dei luoghi comuni che la accompagnano, ha sempre avuto dentro di sé due anime: una che guarda con nostalgia al passato e una che invece prova ad affacciarsi sul futuro.

Sabato quelle due anime erano entrambe presenti.

Le due anime della città

Da una parte c’era la città che camminava lungo le Mura, che sorrideva, che ballava, che parlava di diritti senza togliere nulla ai diritti degli altri.

Dall’altra c’era una parte di città che ha scelto di non esserci, che è rimasta dentro il perimetro rassicurante delle proprie convinzioni, mentre il centro storico, complice anche il caldo, appariva insolitamente vuoto rispetto a ciò che stava accadendo poche centinaia di metri più in là.

Naturalmente ognuno è libero di scegliere dove stare.

Nessuno è obbligato a partecipare a una manifestazione e nessuno è tenuto a condividere ogni battaglia o ogni rivendicazione. Ma la sensazione provata da chi c’era, è stata quella che chi ha scelto di restare confinato nel suo perimetro, abbia perso una grande occasione. 

Il racconto di una città che accoglie

Ma sarebbe un errore non riconoscere ciò che è accaduto. Perché il Pride non ha raccontato soltanto la comunità Lgbtqia+.

Ha raccontato una città.

Ha raccontato la sua capacità di accogliere, di confrontarsi, di non avere paura delle differenze.

E forse il punto è proprio questo: le differenze. Perché sabato, guardando quelle migliaia di persone, era difficile trovarle davvero.

Certo, ognuno portava con sé la propria storia, il proprio vissuto, le proprie convinzioni. Ma ciò che emergeva era molto più forte di tutto il resto: l’idea che il rispetto non abbia bisogno di categorie e che la dignità delle persone non possa essere misurata attraverso etichette.

Il vero vincitore della giornata

Alla fine, quando il corteo è arrivato al parco di via Giotto e la festa si è trasformata in un grande momento collettivo, è rimasta soprattutto una sensazione.

Quella di una città che, nonostante i suoi limiti, nonostante le sue contraddizioni, nonostante la fatica che spesso fa a immaginarsi diversa da come è sempre stata, abbia ancora la capacità di crescere.

Per questo il vero vincitore della giornata non è stato solo il Pride, non sono stati solo gli organizzatori, i partiti o le associazioni.

È stata Grosseto.

Le Mura che proteggono, non che dividono

La Grosseto che non ha avuto paura di mostrarsi per quello che può essere: una città aperta, civile, capace di guardare avanti senza rinnegare se stessa.

Lungo il percorso del corteo non c’è stata alcuna contestazione. Nessuno di coloro che, nei mesi e nelle settimane precedenti, avevano riempito i social di insulti e commenti offensivi contro il Pride si è presentato lungo le strade della città. Nessuno ha trasformato quelle parole in presenza.

Le offese sono tornate più tardi, quando il corteo era già finito. Quando sono state pubblicate le immagini della giornata, quando è apparso evidente il successo della manifestazione e la partecipazione di migliaia di persone. Allora, dietro uno schermo, sono ricomparsi gli stessi insulti: «pervertiti», «schifosi» e altre parole che raccontano più chi le scrive che chi ne è destinatario.

Forse perché è più facile rifugiarsi nei social che confrontarsi con la realtà. Più semplice restare al riparo dentro quelle mura invisibili che ciascuno può costruirsi attorno, trasformandole in una fortezza impermeabile non soltanto alle idee diverse, ma perfino a un principio elementare: la libertà di essere se stessi.

Non le Mura medicee, che rappresentano il simbolo più bello della città.

Perché le Mura servono a proteggere Grosseto, non a chiuderla.

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