Arrestato dopo 24 anni per omicidio, parla l'avvocato: «Non era in fuga, lavorava in Italia» | MaremmaOggi Skip to content

Arrestato dopo 24 anni per omicidio, parla l’avvocato: «Non era in fuga, lavorava in Italia»

L’avvocato Roberto Andrea Fivizzani chiarisce la vicenda dell’uomo arrestato in Maremma: due annullamenti della Cassazione e un processo durato quasi un quarto di secolo. La condanna è diventata definitiva soltanto con l’ultima pronuncia
L’avvocato Roberto Andrea Fivizzani e il tribunale di Napoli

GROSSETO. Ventiquattro anni trascorsi da un omicidio. Una condanna diventata definitiva soltanto al termine di un lunghissimo percorso giudiziario. E un arresto avvenuto in Maremma che, secondo la difesa, non deve essere confuso con la cattura di un uomo rimasto nascosto per quasi un quarto di secolo.

A chiarire la vicenda è l’avvocato Roberto Andrea Fivizzani, che assiste l’uomo al centro della notizia pubblicata il 14 ottobre, relativa a un omicidio commesso con un falcetto e alla successiva esecuzione della pena.

Il legale interviene su richiesta del proprio assistito per precisare alcuni aspetti della ricostruzione giornalistica. E soprattutto per chiarire una circostanza: l’uomo viveva e lavorava regolarmente in Italia, dove aveva stabilito il proprio domicilio.

Non si trattava, dunque, di una persona che aveva trascorso 24 anni sottraendosi all’esecuzione di una condanna già definitiva.

La spiegazione sta nella storia processuale del caso, molto più articolata di quanto possa suggerire il tempo trascorso tra il delitto e la carcerazione.

«Viveva e lavorava regolarmente in Italia»

È il primo punto sul quale l’avvocato Fivizzani vuole fare chiarezza. «Il mio assistito era regolarmente presente sul territorio italiano, dove svolgeva attività lavorativa e aveva stabilito il proprio domicilio», scrive il legale.

Una precisazione che riguarda sia la condizione personale dell’uomo sia la lettura della vicenda giudiziaria. La difesa vuole evitare che il riferimento ai 24 anni trascorsi dal delitto possa far pensare a un lungo periodo di clandestinità o di fuga dalla giustizia.

Il dato temporale, infatti, non racconta da solo ciò che è accaduto. Tra la commissione del reato e l’esecuzione della pena si è svolto un procedimento giudiziario durato quasi un quarto di secolo.

Ed è proprio questa la distinzione che il difensore considera essenziale per una corretta ricostruzione della vicenda.

Due annullamenti della Cassazione e nuovi processi a Napoli

Il secondo elemento della lettera riguarda il percorso della giustizia.

La vicenda, spiega l’avvocato, ha attraversato numerosi gradi di giudizio, senza arrivare rapidamente a una conclusione definitiva.

In particolare, la Corte di Cassazione ha disposto due annullamenti con rinvio, rendendo necessari nuovi giudizi davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli.

Non si è trattato, dunque, di una condanna pronunciata molti anni fa e rimasta semplicemente ineseguita. Il procedimento è proseguito attraverso le impugnazioni e i successivi giudizi previsti dall’ordinamento, fino all’ultima decisione della Suprema Corte.

È stata quest’ultima pronuncia, precisa la difesa, a rendere definitiva la condanna: soltanto a quel punto è intervenuta la carcerazione per l’esecuzione della pena.

«È dunque essenziale distinguere il tempo trascorso dalla commissione dei fatti dal momento in cui la condanna ha acquisito carattere definitivo», sottolinea Fivizzani.

La precisazione non modifica l’esito del processo, ma chiarisce perché l’arresto sia avvenuto a così grande distanza dai fatti.

Perché l’arresto è arrivato dopo 24 anni

È la domanda che inevitabilmente accompagna una vicenda giudiziaria di questo genere: com’è possibile che una persona venga incarcerata per un omicidio commesso quasi un quarto di secolo prima?

La risposta fornita dall’avvocato è legata alla durata e alla complessità del procedimento. 

Il processo ha conosciuto decisioni, impugnazioni, annullamenti e nuovi giudizi, fino alla pronuncia conclusiva della Cassazione.

Il tempo trascorso, quindi, non coincide con un periodo durante il quale l’uomo avrebbe evitato di scontare una pena già definitiva.

«Il lungo intervallo temporale è stato interessato dallo svolgimento del processo e dall’esercizio dei rimedi previsti dall’ordinamento», spiega il difensore.

La recente privazione della libertà personale costituisce, pertanto, l’esecuzione della condanna diventata definitiva soltanto al termine dell’ultimo giudizio.

È un chiarimento che riguarda anche il riferimento alla pena ancora da espiare: secondo la difesa, quella pena deve essere inquadrata nella successione delle decisioni giudiziarie, e non presentata come una condanna rimasta ineseguita per 24 anni.

La difesa attende le motivazioni dell’ultima sentenza

Ma nella lettera c’è anche un altro passaggio significativo: l‘attività difensiva non si è conclusa con la carcerazione.

L’avvocato Fivizzani spiega infatti di essere in attesa del deposito delle motivazioni dell’ultima pronuncia della Corte di Cassazione.

Una volta disponibili, saranno esaminate per verificare se esistano i presupposti giuridici per ulteriori iniziative. 

Tra le possibilità che la difesa intende valutare ci sono anche eventuali rimedi straordinari, strumenti previsti dall’ordinamento per situazioni specifiche e soggetti a rigorose condizioni.

«Si tratta di valutazioni che richiedono un approfondito esame tecnico – scrive l’avvocato Fivizzani – e sulle quali non sarebbe corretto anticipare conclusioni». 

La condanna, dunque, resta definitiva e viene eseguita. La difesa si riserva soltanto di verificare se, alla luce delle motivazioni, siano percorribili ulteriori strumenti giuridici.

Il richiamo al rispetto della dignità personale

La lettera si conclude con una considerazione che va oltre gli aspetti strettamente processuali. L’avvocato spiega di intervenire nell’interesse del proprio assistito, senza divulgarne le generalità e senza esprimere giudizi sulle altre persone coinvolte o sull’operato dell’autorità giudiziaria.

L’obiettivo dichiarato è garantire una rappresentazione completa della vicenda, rispettando contemporaneamente l’esito del processo, la dignità personale e il diritto di difesa.

Non viene contestato, in questa comunicazione, il fatto che sia intervenuta una condanna definitiva. Né vengono formulate accuse nei confronti dei magistrati che hanno seguito il procedimento.

La precisazione riguarda il significato dei 24 anni trascorsi. Perché c’è una differenza sostanziale tra un uomo che sfugge per decenni all’esecuzione di una pena definitiva e una persona nei cui confronti la condanna diventa definitiva soltanto dopo un lungo e complesso percorso processuale.

Ed è questa, prima di ogni altra considerazione, la distinzione che l’avvocato Roberto Andrea Fivizzani chiede di ristabilire.

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