GROSSETO. Si era vaccinata contro il Covid quando l’Italia era ancora nel pieno dell’emergenza sanitaria. Una scelta legata al suo lavoro: ogni giorno operava a stretto contatto con utenti particolarmente vulnerabili e, proprio per questo, rientrava tra le categorie che avevano accesso prioritario alla campagna vaccinale.
Dopo la seconda somministrazione, però, la sua vita è cambiata. Sono comparsi problemi di salute importanti che, dopo un lungo percorso giudiziario, il tribunale del lavoro di Grosseto ha riconosciuto come conseguenza di un infortunio sul lavoro. Una decisione che condanna l’Inail a corrispondere alla lavoratrice una rendita calcolata su un danno biologico permanente pari al 20%.
La vaccinazione durante il servizio
La vicenda comincia nella primavera del 2021, durante la prima fase della campagna vaccinale nazionale. L’assistente sociale, dipendente dell’Inail, ricevette una prima dose di vaccino Pfizer senza particolari effetti collaterali.
Diversa la situazione dopo la seconda inoculazione, effettuata l’11 marzo durante l’orario di lavoro e autorizzata dall’ente. Nei giorni successivi iniziarono a manifestarsi disturbi sempre più rilevanti che portarono la donna a chiedere il riconoscimento dell’infortunio professionale.
L’istituto assicurativo respinse però la domanda, sostenendo che non si trattasse di un rischio direttamente collegato all’attività lavorativa, bensì di un rischio di carattere generale.
A quel punto la lavoratrice, assistita dall’avvocato Domenico Finamore, si è rivolta al tribunale del lavoro di Grosseto.
La consulenza tecnica ha ricostruito il quadro clinico
Nel corso del procedimento è stata disposta una consulenza tecnica d’ufficio che ha avuto un ruolo decisivo nell’esito della causa.
Secondo il consulente nominato dal giudice, esiste un’elevata probabilità scientifica che le patologie sviluppate dalla donna siano direttamente riconducibili alla vaccinazione anti-Covid.
Tra le conseguenze riscontrate figurano una neuropatia delle piccole fibre, caratterizzata da dolori, bruciori e alterazioni della sensibilità, gli esiti di una pericardite, una sindrome ansioso-depressiva conseguente al peggioramento delle condizioni di salute, oltre a ipoacusia neurosensoriale bilaterale e acufeni.
L’insieme delle patologie è stato valutato come causa di una menomazione permanente dell’integrità psicofisica del 20%.
Per il giudice si tratta di un infortunio sul lavoro
Nella sentenza il tribunale ha condiviso integralmente le conclusioni del consulente tecnico.
Un elemento ritenuto determinante riguarda il collegamento tra la vaccinazione e l’attività lavorativa. La donna, infatti, operava quotidianamente con persone fragili, aveva avuto accesso alla campagna vaccinale proprio in virtù della propria professione e si era sottoposta alla somministrazione durante il servizio, con autorizzazione dell’ente.
Circostanze che, secondo il giudice Giuseppe Grosso, integrano pienamente il requisito dell’occasione di lavoro, presupposto indispensabile per riconoscere l’infortunio.
Condannato l’Inail
Con la decisione del tribunale, l’Inail dovrà corrispondere all’assistente sociale una rendita commisurata al 20% di danno biologico permanente, oltre agli interessi maturati.
L’istituto è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e dei costi sostenuti per la consulenza tecnica d’ufficio.




