GROSSETO. Dodici ore possono essere un tempo lunghissimo, soprattutto quando si ha dolore, si è stanchi, si ha fame e non si riesce a comprendere fino in fondo perché quell’attesa sembri non finire mai. Per un ragazzo autistico di 25 anni, costretto a trascorrere gran parte di una giornata al pronto soccorso dell’ospedale Misericordia, in mezzo al continuo movimento di persone, barelle e carrozzine, quelle dodici ore sono diventate un’esperienza difficilissima da affrontare. E per sua madre, che gli è rimasta accanto cercando di rassicurarlo, di proteggerlo e di aiutarlo a gestire una situazione sempre più complicata, si sono trasformate in una domanda che oggi rivolge alla sanità pubblica: «Dov’è finito il Codice oro?».
Non è soltanto la protesta di una mamma. È la richiesta di una donna che conosce le difficoltà del figlio, che sa quanto sia faticoso per lui affrontare situazioni impreviste e ambienti particolarmente stressanti e che, proprio per questo, si aspettava di trovare quel percorso di accoglienza dedicato alle persone con disabilità che l’ospedale di Grosseto ha previsto da anni e che lei stessa aveva sperimentato positivamente in passato.
La sua lettera racconta una giornata dolorosa, ma apre anche una questione più ampia, che riguarda il funzionamento dei percorsi dedicati ai pazienti fragili all’interno di un pronto soccorso chiamato ogni giorno a rispondere a emergenze molto diverse, spesso in condizioni di grande pressione.
L’Asl Toscana sud est ha preso in carico la vicenda e il direttore generale Dario Rosini incontrerà la mamma nei prossimi giorni. Un primo passo importante, perché questa storia non diventi soltanto una denuncia, ma possa trasformarsi in un’occasione di confronto e miglioramento.
Dal pronto soccorso di Follonica a Grosseto: l’inizio di una giornata difficile
Tutto comincia nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre, quando il ragazzo accusa comincia ad accusare quelli che sembrano essere i sintomi di una colica renale, in presenza di una patologia pregressa delle vie urinarie.
Intorno alle 4 del mattino viene preso in carico dal punto di primo soccorso di Follonica prima di essere trasferito all’ospedale Misericordia di Grosseto, dove arriva verso le 7.
Con lui c’è la documentazione sanitaria che riporta chiaramente la condizione di autismo e le terapie già effettuate. La madre, consapevole dell’importanza di quella informazione, si preoccupa di richiamare espressamente l’attenzione del personale dell’accettazione.
Non è la prima volta che suo figlio ha bisogno del pronto soccorso. E non è la prima volta che la famiglia si confronta con il sistema di accoglienza riservato alle persone con disabilità.
«Ho una cartella di pronto soccorso che riporta la dicitura Codice argento datata ottobre 2019 – scrive la mamma – dove all’epoca mio figlio è stato immediatamente preso in carico con tutte quelle attenzioni che sono previste nei casi di disabilità in emergenza e urgenza».
Un’esperienza positiva, rimasta nella memoria della famiglia, che aveva alimentato la fiducia nella capacità dell’ospedale di rispondere anche alle necessità di chi ha bisogni particolari.
Nel frattempo, quel percorso ha assunto la denominazione di Codice oro, presentata anche pubblicamente nei primi mesi del 2026, accanto al protocollo Pass dedicato all’accessibilità dei servizi sanitari per le persone con disabilità.
La mamma conosce questi strumenti e sa quanto possano fare la differenza. Per questo, quando arriva a Grosseto, è convinta che suo figlio possa trovare un ambiente adeguato alle sue esigenze.
Ma la giornata prende una direzione diversa.
Il Codice oro e quella stanza che non era disponibile
Il Codice oro nasce per favorire la presa in carico delle persone con particolari fragilità, attraverso attenzioni organizzative e assistenziali che tengano conto delle difficoltà individuali. Non significa cancellare le priorità cliniche o superare le emergenze più gravi, ma cercare di evitare che l’attesa e le normali procedure ospedaliere diventino esse stesse una fonte di sofferenza aggiuntiva.
Per una persona autistica, ad esempio, poter aspettare in un ambiente tranquillo, lontano dal rumore, dalla confusione e dal continuo passaggio di sconosciuti, può cambiare radicalmente l’esperienza di una visita o di un esame diagnostico.
All’ospedale di Grosseto esiste uno spazio dedicato a queste necessità. Ma proprio quella mattina la stanza non era disponibile: era occupata da un altro paziente che attendeva ancora il trasferimento in reparto.
Una circostanza che ha impedito di utilizzare immediatamente quello spazio protetto e ha contribuito a rendere più difficile la gestione della situazione.
Il ragazzo è stato preso in carico dal personale sanitario e ha ricevuto assistenza e terapia per il dolore. Durante l’attesa, il medico che lo seguiva e la madre hanno cercato di trovare le soluzioni più adatte per consentirgli di affrontare le ore successive.
Ma non è stato sufficiente a evitare il progressivo aumento dello stress.
È proprio qui che si concentra il problema sollevato dalla famiglia: di certo non la mancanza di assistenza sanitaria, ma la difficoltà di garantire, in quella specifica giornata, tutte le condizioni di accoglienza che un percorso dedicato dovrebbe assicurare.
L’attesa della Tac e le emergenze che non potevano aspettare
Uno dei passaggi più difficili è stato quello dell’attesa per la Tac, necessaria per approfondire il quadro clinico. La madre descrive ore trascorse dal figlio seduto su una sedia, a digiuno, in un ambiente attraversato continuamente da pazienti e operatori, mentre la sua capacità di sopportare quella situazione diminuiva progressivamente.
«L’attesa per la Tac è stata infinita – racconta nella lettera – durante la quale mio figlio ha manifestato inizialmente disagio, salendo sempre di più in uno stato di enorme stress».
Nella sua testimonianza la donna riferisce anche di aver avuto l’impressione che venissero assistiti prima pazienti in condizioni meno gravi rispetto a quelle del figlio.
Ma per comprendere fino in fondo quanto accaduto è necessario considerare anche ciò che stava succedendo, contemporaneamente, all’interno del pronto soccorso.
Durante quelle ore si sono susseguiti diversi arrivi di pazienti politraumatizzati, alcuni dei quali in codice rosso, con condizioni cliniche tali da richiedere interventi diagnostici immediati. Situazioni nelle quali anche pochi minuti possono fare la differenza tra la vita e la morte.
La diagnostica d’urgenza deve necessariamente dare precedenza a queste emergenze e la Tac, pur essendo indispensabile anche per altri pazienti, non può prescindere dalla gravità clinica dei casi che arrivano.
Non si tratta di stabilire quale sofferenza abbia più valore, né di mettere in contrapposizione i bisogni di un ragazzo autistico con quelli di una persona in pericolo di vita. Si tratta di comprendere come, all’interno di una struttura che deve gestire continuamente situazioni imprevedibili, possano verificarsi sovrapposizioni che rendono molto difficile rispettare i tempi e le modalità di assistenza previsti.
Questo non cancella il disagio vissuto dalla famiglia ma aiuta a spiegare perché una giornata che avrebbe potuto avere uno svolgimento diverso sia diventata tanto complicata.
«Mio figlio non era più in grado di aspettare»
Il passare delle ore rende tutto più difficile.
La mamma cerca di gestire i momenti di crescente frustrazione del figlio, arrivando a rifugiarsi con lui anche nel bagno per garantirgli un minimo di riservatezza e aiutarlo a recuperare la calma.
Sono passaggi della lettera che raccontano, più di qualsiasi considerazione generale, quanto possa essere complesso il compito di un caregiver quando il proprio familiare si trova in un ambiente che non riesce più a tollerare.
Alle 17 arriva la richiesta di intervento del facilitatore, al quale viene segnalata la situazione. «Ho sentito chiedere perché non era stato attivato il Codice oro – racconta – a quel punto sono intervenuta dicendo che mio figlio non era più in grado di aspettare».
La visita e la Tac arrivano successivamente, ma la tensione accumulata durante la giornata non si esaurisce con l’esame.
Il ragazzo vive un momento di fortissima esasperazione. È stanco, affamato, non riesce più a controllare la frustrazione e manifesta ad alta voce il proprio disagio, arrivando a descrivere quella lunga permanenza come una sorta di privazione della libertà.
Una reazione che la mamma conosce e che, soprattutto, sa quanto possa essere dolorosa anche per suo figlio. Dietro un comportamento che dall’esterno può apparire soltanto come un’esplosione di rabbia c’è spesso un percorso personale fatto di impegno, piccoli progressi e grandi fatiche quotidiane.
La donna racconta inoltre che, al termine dell’attesa, non è stato possibile completare tutti gli approfondimenti previsti e che le sarebbe stato indicato di tornare il giorno successivo per ulteriori accertamenti urologici.
Il dolore di una mamma: «E tutto il lavoro fatto per imparare a controllarsi?»
Fra le tante parole della lettera ce ne sono alcune che meritano un’attenzione particolare. «Credete che non si sia sentito a disagio una volta ripreso il controllo dei nervi, sul fallimento di un suo faticoso percorso di controllo delle esplosioni di rabbia?, chiede la donna».
È forse questa la domanda che più di tutte restituisce il significato profondo della vicenda. Domanda che chiaramente non riguarda soltanto le dodici ore trascorse al pronto soccorso, né esclusivamente il funzionamento di un protocollo. Riguarda il percorso di autonomia di un ragazzo di 25 anni che ogni giorno deve confrontarsi con difficoltà che per molte altre persone sono sconosciute.
Riguarda la fatica di imparare a riconoscere le proprie emozioni, a gestire la paura, a sopportare situazioni impreviste. E riguarda anche il dolore di una madre che vede il proprio figlio perdere, in poche ore, quella serenità che ha cercato così a lungo di aiutarlo a costruire.
«Mi chiedo: ma tutte queste norme, protocolli, delibere, decreti, piani attuativi previsti per migliorare la qualità della salute, della dignità e di vita delle persone con disabilità restano sempre e solo sulla carta?».
Una domanda, questa, che non deve però necessariamente trasformarsi in una contrapposizione.
Perché la richiesta di quella mamma è, in fondo, la stessa che anima il lavoro di chi ha voluto costruire percorsi sanitari più attenti alle fragilità: fare in modo che nessuno, proprio nel momento in cui ha più bisogno di aiuto, si trovi ad affrontare difficoltà che potrebbero essere almeno in parte evitate.
Un pronto soccorso sotto pressione, tra emergenze e accessi continui
C’è però anche un’altra parte di questa storia, che non può essere ignorata. È quella di un pronto soccorso che ogni giorno deve affrontare un numero elevato di accessi, tra vere emergenze, urgenze e situazioni che potrebbero trovare una risposta più appropriata attraverso i servizi territoriali o la medicina di famiglia.
Una pressione costante che si riflette inevitabilmente sul personale, sugli spazi disponibili e sui tempi di assistenza.
La stessa madre, pur raccontando una giornata che definisce da incubo, riconosce nella sua lettera la difficoltà degli operatori, descrivendo un ambiente affollato, con poco personale che portava avanti il proprio lavoro con fatica.
Ed è un passaggio importante, perché permette di distinguere due aspetti che troppo spesso finiscono per essere confusi: la necessità di riconoscere ciò che non ha funzionato e il rispetto per i professionisti che, anche nelle condizioni più complicate, continuano a garantire le cure.
In questo caso, le circostanze sfavorevoli si sono sommate. L’indisponibilità della stanza protetta, l’arrivo di più emergenze gravissime, il conseguente allungamento dei tempi della diagnostica e la crescente difficoltà del ragazzo a sopportare l’attesa hanno contribuito a creare una situazione che nessuno avrebbe voluto.
E che appare tanto più significativa se confrontata con una precedente esperienza della famiglia, quando, per un problema analogo, il percorso al pronto soccorso si era concluso in circa due ore, con il ritorno a casa del ragazzo.
La differenza tra quelle due giornate mostra quanto possa incidere l’organizzazione, ma anche quanto un servizio di emergenza sia esposto a variabili impossibili da prevedere.
Non può essere una giustificazione per ogni difficoltà. Deve però essere parte della riflessione, se l’obiettivo è capire come migliorare.
L’Asl prende in carico la vicenda: Rosini incontrerà la mamma
La lettera non è rimasta senza seguito. L’Asl Toscana sud est ha preso in carico quanto accaduto e il direttore generale Dario Rosini incontrerà nei prossimi giorni la madre del ragazzo, per ascoltare direttamente la sua esperienza e affrontare le criticità segnalate.
Un confronto che arriva dopo una giornata nella quale la famiglia avrebbe voluto trovare risposte diverse e che può rappresentare un’occasione importante anche per l’azienda sanitaria.
Già nella giornata di giovedì 5 novembre, inoltre, c’è stato un contatto tra il personale del pronto soccorso, diretto dal dottor Simone Geraci e la mamma, nel tentativo di ricostruire quanto successo e ristabilire un dialogo.
La vicenda ha lasciato dispiacere anche tra gli operatori, che conoscono l’importanza dei percorsi dedicati e il valore di quelle attenzioni che, soprattutto per le persone più fragili, possono rendere un’esperienza sanitaria molto meno traumatica.
Il Codice oro, del resto, non è uno strumento pensato per rimanere sulla carta. È un percorso costruito proprio per cercare di rispondere alle esigenze di pazienti che hanno bisogno di modalità di accoglienza differenti, senza compromettere la gestione delle emergenze.
Il fatto che in una determinata giornata non sia stato possibile garantire pienamente quelle condizioni non significa che il percorso non esista o che il personale non ne riconosca il valore. Significa, piuttosto, che occorre interrogarsi su come renderlo concretamente applicabile anche quando il pronto soccorso è particolarmente affollato e gli spazi dedicati sono già occupati.
La sfida è migliorare, senza cercare un colpevole
Ci sono storie che finiscono per dividere, mettendo da una parte i pazienti e le loro famiglie e dall’altra medici e infermieri. E ce ne sono altre che possono diventare l’occasione per riconoscere problemi reali e provare a risolverli insieme.
Quella del venticinquenne e di sua madre merita di appartenere alla seconda categoria. Perché non c’è alcuna contraddizione tra il riconoscere la sofferenza vissuta da un ragazzo autistico e il comprendere le difficoltà quotidiane di un pronto soccorso chiamato a salvare vite, anche quando le emergenze si susseguono senza tregua.
La domanda da porsi, allora, non è soltanto perché quella stanza fosse occupata o perché la Tac abbia richiesto così tanto tempo. È anche come garantire una soluzione alternativa quando lo spazio protetto non è disponibile, come rendere più efficace il riconoscimento dei bisogni particolari fin dall’accoglienza e come accompagnare una persona fragile durante attese che, per ragioni cliniche, possono diventare inevitabilmente lunghe.
Sono questioni che riguardano l’organizzazione, le risorse e la comunicazione, ma anche la possibilità di valorizzare ulteriormente la sensibilità e l’esperienza di chi lavora ogni giorno a contatto con situazioni difficili.
Il diritto alla salute non si esaurisce nella prestazione medica. Comprende anche la dignità, l’ascolto e l’attenzione alle condizioni della persona che quella prestazione deve ricevere.
Ed è proprio da qui che può ripartire un confronto costruttivo. La mamma, nella conclusione della sua lettera, scrive che l’ospedale Misericordia aveva dei fiori all’occhiello che con il tempo si sono avvizziti.
È un’immagine amara, ma forse proprio da quelle parole può nascere qualcosa di positivo.
Perché i percorsi dedicati ai pazienti fragili sono una conquista importante della sanità pubblica e meritano di essere difesi, migliorati e resi sempre più efficaci. Non soltanto nelle giornate in cui tutto funziona come previsto, ma soprattutto quando le difficoltà si accumulano e mettono alla prova l’intero sistema.
L’incontro annunciato dal direttore generale Rosini può essere l’inizio di questo percorso. E forse il risultato più importante di questa vicenda sarebbe proprio questo: che una mamma, dopo aver raccontato le dodici ore più difficili vissute accanto al proprio figlio, possa ritrovare la fiducia in un ospedale che conosce da anni. E che medici, infermieri e operatori possano sentirsi parte della soluzione, anziché bersaglio di una polemica.
Perché alla fine la mamma e chi lavora in quel pronto soccorso vogliono la stessa cosa: che un ragazzo fragile, quando ha bisogno di cure, possa riceverle nelle condizioni migliori possibili.





