«Io non ho mai mollato, è la malattia che lo ha fatto per me». L'ultimo saluto di Giovanni | MaremmaOggi Skip to content

«Io non ho mai mollato, è la malattia che lo ha fatto per me». L’ultimo saluto di Giovanni

Sul profilo Facebook del maestro degli Irriducibili d’Istia compare un lungo addio. Il ricordo della mamma, gli allievi, i sogni rimasti incompiuti e una promessa: «Mollare non è un’opzione»
Giovanni Mattioli

SCANSANO. «Io non ho mai mollato. È la malattia che lo ha fatto per me». Ci sono poche parole capaci di raccontare una vita intera. Quelle di Giovanni Mattioli, maestro di tennis morto a 47 anni dopo aver combattuto contro un tumore, sono arrivate oggi, domenica 18 ottobre, attraverso il suo profilo Facebook. Un messaggio scritto in prima persona, come se Giovanni fosse ancora lì, dall’altra parte dello schermo, a parlare con gli amici, gli allievi, le persone che gli hanno voluto bene.

È un addio che fa male. Ma è anche un messaggio pieno di gratitudine, ironia, amore e di quella determinazione che aveva fatto di Giovanni molto più di un maestro di tennis.

Giovanni non si limita a salutare, ma ringrazia chi ha condiviso con lui un pezzo di strada, ricorda i grandi allenatori che gli hanno insegnato il mestiere, parla della sua compagna e dedica le parole più belle alla mamma.

E poi scherza. Anche davanti alla morte, riesce a trovare il modo di immaginare un’altra partita. Stavolta con San Pietro.

«Questa volta ho perso una partita, ma combatterò ancora (magari con San Pietro) e che ne dite, gli vincerò almeno un set?».

È Giovanni. Fino all’ultima parola.

Il messaggio comparso dodici giorni dopo la sua morte

Giovanni Mattioli è morto il 6 ottobre, a soli 47 anni. La notizia aveva colpito profondamente il mondo del tennis maremmano, soprattutto la comunità sportiva che negli anni si era raccolta intorno al campo di Istia d’Ombrone.

Originario di Spoleto, viveva a Preselle, nel comune di Scansano. In Maremma aveva trovato una casa, amici, allievi e un campo sul quale costruire qualcosa che andava molto oltre le lezioni di tennis.

Oggi, a dodici giorni dalla sua scomparsa, sul suo profilo Facebook è comparso un lungo messaggio accompagnato da tre fotografie.

Non si sa chi abbia materialmente pubblicato il testo né quando Giovanni lo abbia scritto. Ma il messaggio è formulato come un saluto personale, con il linguaggio diretto, affettuoso e a tratti scherzoso di un uomo che sembra voler parlare ancora una volta alle persone della sua vita.

Comincia così: «Ciao a tutti, come vedete sono arrivato alla frutta».

C’è anche una faccina arrabbiata, quasi a sottolineare quanto fosse difficile accettare quello che stava succedendo.

Subito dopo, però, non arriva la rabbia. Arriva un grazie. «E voglio ringraziare tutti voi per l’amicizia, l’affetto e la stima che mi avete dato da quando ci siamo conosciuti».

Giovanni non fa un elenco di ciò che gli è mancato. Comincia da quello che ha ricevuto. Commuovendo in questo modi chi lo legge.

«La donna più importante della mia vita è la mia mamma»

Nel suo saluto Giovanni immagina di ritrovarsi accanto tutte le persone che hanno contato per lui.

Gli amici, gli allievi, i fratelli, la compagna. Poi arriva alla mamma. E qui il tono cambia, diventa ancora più intimo.

«Adesso sono qui insieme ad amici, allievi, fratelli, la mia compagna e naturalmente con la donna più importante, forte, saggia e amorevole che abbia mai avuto accanto a me: la mia mamma».

Sono parole che non hanno bisogno di essere spiegate. La mamma, per Giovanni, era la persona più importante. La donna alla quale riconosceva forza, saggezza e un amore che lo aveva accompagnato per tutta la vita.

«Vi abbraccio uno a uno», scrive, rivolgendosi a chi lo ha conosciuto e amato nella sua vita spezzata troppo presto.

Uno a uno. Come se non volesse lasciare fuori nessuno.

«Mollare non è un’opzione». La frase che Giovanni lascia ai suoi allievi

Chi ha conosciuto Giovanni attraverso il tennis sa che una delle cose più importanti, per lui, era non arrendersi. Non soltanto durante una partita o quando un avversario sembrava più forte o un risultato già compromesso.

Era un modo di affrontare le difficoltà, di lavorare e di insegnare. Nel messaggio comparso oggi, Giovanni lo ricorda con la sua frase più significativa: «Mollare non è un’opzione, se lo fate è a vostro rischio e pericolo. Altrimenti vi verrò in sogno e vi prenderò a racchettate».

C’è persino una faccina sorridente.

È una battuta, certo. Ma è anche un modo per continuare a fare il maestro, per dire agli allievi di andare avanti, di non perdere fiducia, di non smettere di provarci.

E per lasciare un’immagine di sé che non sia soltanto quella di un uomo sconfitto dalla malattia. Giovanni voleva essere ricordato anche per le racchettate, le risate, le raccomandazioni, per quella capacità di chiedere sempre qualcosa in più a chi aveva davanti.

Poi, però, scrive la frase più dolorosa: «Io non ho mai mollato. È la malattia che lo ha fatto per me».

Non è una resa ma la rivendicazione di aver combattuto fino a quando gli è stato possibile. 

Di non aver scelto di fermarsi. Di aver avuto ancora voglia di vivere, lavorare, insegnare, costruire qualcosa.

«Non è giusto, avevo ancora da fare tante cose»

A 47 anni, Giovanni Mattioli aveva ancora progetti e non lo nasconde nemmeno nel suo messaggio.

Anzi, lo dice con una sincerità che rende quelle righe ancora più difficili da leggere. «Non è giusto, avevo ancora da fare tante cose, ma è la vita che in questi casi vince al posto nostro», lascia scritto.

Non cerca di trovare una spiegazione a quello che gli è accaduto e non prova a raccontare la malattia come una lezione da impartire agli altri.

Dice semplicemente che non è giusto.

È un sentimento nel quale è impossibile non riconoscere il dolore di una vita interrotta troppo presto.

Ma anche qui, proprio quando le parole diventano più dure, Giovanni trova il modo di cambiare tono.

Torna al tennis, alla partita, a quell’universo di set, avversari e sfide che gli aveva riempito le giornate.

«Questa volta ho perso una partita, ma combatterò ancora». E poi immagina San Pietro dall’altra parte della rete.

«E che ne dite, gli vincerò almeno un set?». È una battuta che restituisce, forse più di ogni altra, la personalità di Giovanni.

Perché nel momento in cui parla della morte riesce ancora a pensare a una partita da giocare.

E a un set da conquistare.

Gli Irriducibili d’Istia, molto più di una squadra

Per capire che cosa abbia significato Giovanni Mattioli per il tennis maremmano bisogna tornare al campo di Istia d’Ombrone.

È lì che aveva costruito uno dei legami più forti della sua vita sportiva.

Giovanni non era soltanto un insegnante che arrivava al campo, teneva una lezione e poi se ne andava.

Era un maestro, un capitano, un compagno di squadra.

E intorno a lui era nato un gruppo che aveva scelto un nome particolarmente significativo: gli Irriducibili d’Istia.

Già nel 2021 Mattioli era insegnante e capitano della squadra che partecipava ai campionati sotto le insegne del Tennis Club Europa 2000.

I suoi giocatori erano conosciuti anche come gli «Irriducibili del Coach».

Un nome che racconta il rapporto che Giovanni era riuscito a creare.

Perché un gruppo può essere formato da persone che giocano insieme. Ma diventa qualcosa di diverso quando quelle persone cominciano a riconoscersi in un maestro, in un modo di stare in campo e in un’idea condivisa dello sport.

Nel 2024 gli Irriducibili, capitanati proprio da Giovanni, erano arrivati fino alla finale regionale Uisp della categoria Open, conquistando l’accesso ai campionati nazionali.

Un risultato sportivo importante.

Ma oggi, davanti alle parole lasciate dal loro maestro, il significato di quel nome sembra ancora più forte.

Irriducibili.

Proprio come Giovanni, che continuava a ripetere che mollare non era un’opzione.

Il maestro che aveva imparato dai grandi del tennis

Nel suo ultimo messaggio Giovanni dedica uno spazio importante anche alla formazione professionale.

Ringrazia la GPTCA, la Global Professional Tennis Coach Association, e cita tre nomi di primo piano del mondo del tennis internazionale.

Alberto Castellani, Toni Nadal e Rainer Schüttler. Toni Nadal è lo storico allenatore e zio di Rafael Nadal, uno degli uomini che hanno contribuito a costruire la carriera del campione spagnolo.

Rainer Schüttler è stato un giocatore di altissimo livello, finalista agli Australian Open del 2003, prima di intraprendere anche la carriera di allenatore.

Alberto Castellani è un tecnico italiano di grande esperienza internazionale, legato alla formazione degli allenatori.

Per Giovanni erano punti di riferimento.

Persone dalle quali aveva cercato di imparare per diventare un maestro migliore.

Nel messaggio li ringrazia insieme agli altri campioni che, scrive, gli hanno insegnato a diventare «un coach affidabile e più grande».

Non è un passaggio secondario.

Perché racconta l’ambizione professionale di Mattioli, il desiderio di continuare a studiare e migliorarsi, senza considerare mai concluso il proprio percorso.

E racconta anche il rammarico per un futuro che avrebbe voluto costruire e che la malattia gli ha impedito di vivere.

Il progetto nato in Tunisia che non ha fatto in tempo a realizzare

Tra le righe più significative del messaggio ce ne sono alcune dedicate a un’opportunità professionale che Giovanni sperava di sviluppare.

Parla della Tunisia, dove qualcuno aveva riconosciuto le sue capacità e intravisto la possibilità di una collaborazione.

Non fornisce i dettagli del progetto, ma lascia capire quanto fosse importante per lui.

«Non ho avuto il tempo per dimostrargli la mia competenza e professionalità in campo, ma dalla Tunisia hanno visto in me quel qualcosa che sarebbe valsa la pena coltivare per poi lavorare insieme».

Sono parole nelle quali si sente tutto il dispiacere di chi aveva ancora un obiettivo davanti.

Di chi non aveva smesso di progettare il futuro.

Giovanni non si accontentava di ciò che aveva già fatto.

Voleva crescere come allenatore, confrontarsi con altri professionisti, portare la propria esperienza anche fuori dalla Maremma.

Il tennis era il suo lavoro, ma anche una strada che avrebbe voluto continuare a percorrere.

Eppure, subito dopo aver ricordato quell’occasione mancata, torna a parlare di ciò che era riuscito a realizzare, dei suoi allievi, delle persone alle quali aveva insegnato e della soddisfazione che gli avevano dato.

«Quello che ho imparato l’ho trasmesso ai miei allievi»

Il messaggio di Giovanni contiene anche un bilancio della sua vita professionale che non è ovviamente fatto di classifiche, coppe o titoli ma di conoscenze trasmesse.

«Quello che ho imparato l’ho trasmesso ai miei allievi e grazie a loro mi hanno reso fiero del lavoro svolto insieme».

Giovanni dice che tutto ciò che aveva imparato dai suoi maestri, dagli allenatori e dall’esperienza sul campo aveva cercato di restituirlo a chi si allenava con lui. È questo, in fondo, il mestiere di un maestro: imparare qualcosa e poi metterlo a disposizione degli altri.

Correggere un movimento, insegnare a servire, aiutare un giocatore a superare una difficoltà ma anche costruire fiducia.

Far capire che una partita persa non definisce il valore di una persona.

Nel 2017 aveva vinto una tappa del Maremma’s Friends Circuit, imponendosi nel tabellone maschile di quarta categoria dopo una finale combattuta contro Luca Marcone.

Nel 2022 aveva partecipato, insieme a Ezio Scali, alle attività per avvicinare i bambini al tennis durante la Notte dello Sport di Marina di Grosseto.

Dai più piccoli ai giocatori adulti, dalle lezioni agli incontri di squadra, il campo era rimasto il centro della sua vita.

E oggi quel grazie rivolto agli allievi restituisce il senso di tutto il lavoro fatto insieme.

«Grazie coach». Due parole che valgono una vita

Nel suo messaggio Giovanni scrive anche «Grazie coach». È un’espressione che richiama il mondo al quale apparteneva e il rapporto costruito con chi gli aveva insegnato qualcosa ma è anche il modo in cui tanti giocatori hanno imparato a rivolgersi a lui. Una parola che, nel tennis, racchiude una relazione fatta di fiducia, fatica, incoraggiamenti e qualche rimprovero.

Chi allena non può giocare la partita al posto dell’allievo ma può insegnargli come affrontarla.

Può restargli vicino quando perde e può aiutarlo a trovare la forza per riprovarci.

Giovanni aveva scelto di fare questo. E forse il suo messaggio, oggi, è anche l’ultima lezione che lascia agli Irriducibili e a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo.

Non mollare, nemmeno quando una partita sembra impossibile.

E se qualche volta ci si dimentica di farlo, ricordarsi che il coach aveva promesso di tornare in sogno a distribuire racchettate.

 

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