GROSSETO. Ci sono luoghi che appartengono a una città più delle pietre con cui sono costruiti. La chiesa di San Francesco è uno di questi. Da secoli veglia sul centro storico, ha visto passare guerre, epidemie, alluvioni, bonifiche, processioni, matrimoni, funerali e generazioni di grossetani. Ma la sua storia non è fatta soltanto di mura e affreschi.
È fatta soprattutto dei frati che l’hanno abitata.
Per questo l’annuncio dato domenica durante la messa, con la conferma che i Frati Minori lasceranno definitivamente il convento, ha colpito così profondamente la città. Perché non se ne va soltanto una comunità religiosa. Si chiude una presenza che accompagna Grosseto da quasi otto secoli.
Quando San Francesco era ancora San Fortunato
Per trovare l’inizio di questa storia bisogna tornare al Duecento.
San Francesco d’Assisi è morto da appena sette anni quando, nel 1233, un documento notarile cita la “contrada fratrum minorum”, la contrada dei Frati Minori. È la prima testimonianza della loro presenza a Grosseto.
All’epoca la chiesa non si chiamava ancora San Francesco. Era l’antica San Fortunato, lasciata dai benedettini e affidata ai seguaci del Poverello di Assisi, che ne fecero il loro convento. Da quel momento il destino della città e quello dei francescani iniziarono a intrecciarsi.
Solo nel 1621 la chiesa fu consacrata ufficialmente con il titolo di San Francesco.

I frati che curavano i malati
Per secoli i francescani furono molto più che sacerdoti. Erano accanto ai pellegrini che attraversavano la Maremma, assistevano i poveri e collaboravano con l’antico ospedale cittadino quando la medicina era ancora affidata soprattutto alla carità religiosa. La presenza francescana medievale era quella dei Frati Minori Conventuali.
Anche le monache Clarisse attraversavano il celebre “ponte degli infermieri”, oggi scomparso, per raggiungere gli ammalati e assisterli. A progettarlo fu l’ingegnere Giovanni Boldrini, nel 1787, quando venne ampliato l’Ospedale della Misericordia.
Il suo nome ufficiale era Arco delle Monache, anche se tutti lo conoscevano come Ponte degli Infermieri. Fu demolito nel 1927.

È una pagina della storia grossetana quasi dimenticata, ma racconta quanto il convento fosse parte integrante della vita quotidiana della città.
Non solo fede, ma anche vita civile
Il convento era un punto di riferimento anche per le istituzioni.
Per secoli, infatti, i Priori del Comune venivano eletti proprio nella chiesa di San Francesco. Un dettaglio che oggi può sembrare curioso, ma che dice molto del prestigio di cui godevano i francescani nella Grosseto medievale.
La loro non era una presenza isolata dal mondo. Erano dentro la città.
Il lungo silenzio
Poi arrivò Napoleone. Le soppressioni degli ordini religiosi cambiarono il volto di molti conventi italiani e San Francesco non fece eccezione.
I frati lasciarono Grosseto.
Il convento cambiò destinazione: ospitò un’infermeria per gli operai impegnati nelle bonifiche, fu utilizzato come sede vescovile durante il restauro della cattedrale e, in alcuni periodi, anche come deposito. Per oltre un secolo la città rimase senza i suoi francescani.
Il ritorno nel 1924
La storia riprese il 20 dicembre 1924. Fu il vescovo Gustavo Matteoni a richiamare a Grosseto i Frati Minori della Provincia Toscana delle Stimmate, Da allora il convento è tornato a essere uno dei cuori spirituali della città.
Nel 2024 quella comunità aveva festeggiato il centenario del ritorno. Nessuno immaginava che appena due anni dopo sarebbe arrivato l’annuncio della partenza definitiva.
Un convento aperto alla città
In questi centodue anni migliaia di grossetani hanno varcato il portone di San Francesco. C’è chi vi è stato battezzato, chi ha celebrato il matrimonio, chi ha salutato un familiare per l’ultima volta.
Ci sono passati gli scout, i gruppi parrocchiali, le famiglie in difficoltà, i poveri, gli studenti, le persone in cerca di ascolto.
Per molti San Francesco non è mai stata soltanto una chiesa. È stata una casa.
Il Pozzo della Bufala, il cuore nascosto del convento
Entrando nel chiostro di San Francesco lo si incontra quasi subito. È il Pozzo della Bufala, uno dei monumenti più curiosi e meno conosciuti del centro storico di Grosseto.
Fu realizzato nel 1590 per volontà del granduca Ferdinando I de’ Medici, quando la costruzione delle Mura Medicee rese necessario demolire il vecchio pozzo che riforniva il convento. Al suo posto venne costruita una grande cisterna capace di raccogliere l’acqua piovana, indispensabile per la vita quotidiana dei frati.
Ma a renderlo celebre non è soltanto la sua eleganza rinascimentale, con le due colonne in travertino e il raffinato coronamento in pietra. È soprattutto il suo nome.

Secondo la tradizione, mentre il pozzo era ancora in costruzione, una bufala destinata al macello riuscì a fuggire. Nella corsa entrò nel chiostro del convento senza accorgersi dell’enorme scavo aperto al centro del cortile e vi precipitò dentro, morendo sul colpo. Da allora quel pozzo è conosciuto da tutti come Pozzo della Bufala.
Oggi il pozzo conserva ancora la grande cisterna sotterranea, profonda circa sei metri e larga quasi dieci, che raccoglieva l’acqua piovana proveniente dai tetti del convento. È uno straordinario esempio dell’ingegneria idraulica voluta dai Medici per garantire l’autosufficienza degli edifici religiosi e, allo stesso tempo, uno dei simboli più affascinanti della vita quotidiana dei francescani.
La Sala Friuli, il regalo di una famiglia alla città
Accanto al chiostro di San Francesco c’è un edificio che per generazioni di grossetani è stato sinonimo di incontri, conferenze, spettacoli, mostre e momenti di vita comunitaria. È la Sala Friuli, nata nei primi anni Settanta come Opera Giuseppe Friuli.
Fu inaugurata il 23 ottobre 1973 per volontà di Alfredo Friuli, direttore dell’Associazione Industriali della provincia di Grosseto, e della moglie Niccolina Nocentini, che decisero di realizzarla in memoria del figlio Giuseppe, morto a soli 28 anni in un incidente stradale.

L’edificio sorse dove un tempo si trovavano i vecchi granai del convento e il dormitorio pubblico. Il progetto fu affidato all’ingegnere Leone Feroci, che realizzò una struttura in armonia con il chiostro francescano e con la scuola materna di San Francesco.
Durante l’inaugurazione, padre Angelico Lazzari, vicario dei Frati Minori, la definì «un cenacolo culturale», un dono destinato non soltanto alla parrocchia, ma all’intera città. E così è stato.
Per decenni la Sala Friuli ha ospitato convegni, presentazioni di libri, concerti, incontri pubblici, mostre e iniziative culturali, diventando uno degli spazi più frequentati del centro storico. Dopo alcuni anni di progressivo degrado, è stata completamente restaurata e riaperta il 20 aprile 2012 su progetto degli architetti Lucia Corrieri e Massimo Felicioni, con l’ingegnere Enrico Romualdi, tornando a essere un punto di riferimento per la vita culturale grossetana.
Quella notte in cui Celentano e Claudia Mori si sposarono a Grosseto
Era la notte tra il 14 e il 15 luglio 1964.
L’Italia inseguiva la storia d’amore tra Adriano Celentano e Claudia Mori, ma i due volevano sposarsi lontano dai riflettori.
Scelsero Grosseto. La cerimonia fu celebrata nella chiesa di San Francesco, quando la città dormiva ancora, da padre Ugolino Vagnuzzi, uno dei francescani più conosciuti e amati passati dal convento grossetano.

Amico personale della coppia, giornalista, scrittore e grande comunicatore, padre Ugolino organizzò tutto nel massimo riserbo per evitare l’assalto dei fotografi.
Quel matrimonio celebrato quasi all’alba è diventato una delle pagine più celebri della storia della chiesa di San Francesco.
Padre Ugolino sarebbe rimasto una figura di riferimento per Grosseto: educatore, promotore dello scoutismo, volto noto anche in Rai e protagonista di una stagione in cui il convento era un punto di incontro per tantissimi giovani. È morto il 13 agosto del 2018, a Fiesole.
Si chiude un capitolo
L’annuncio dato durante la messa di domenica segna la conclusione di questa lunga storia.
I Frati Minori lasceranno il convento di San Francesco, mettendo fine a una presenza ininterrotta dal 1924 e, simbolicamente, a un legame che affonda le radici nel 1233.
Resteranno la chiesa, il convento e i ricordi di generazioni di grossetani. Ma se ne andranno i custodi di una storia che ha attraversato quasi otto secoli.





