GROSSETO. Tre anni sono abbastanza per imparare a convivere con un’assenza. Non sono abbastanza per smettere di sentirla, soprattutto quando chi se n’è andato ha occupato così tanto spazio nella vita degli altri. Non soltanto in quella dei figli, dei nipoti, della donna che aveva accanto, degli amici. Ma nella vita di una città intera.
Lunedì 24 agosto alle 10, nella Cattedrale di San Lorenzo, sarà celebrata una messa in ricordo di Filippo Andretta, a tre anni esatti dalla sua morte.
Ad annunciarla sono i figli Chiara e Raffaele, con poche parole. Quelle per le quali, probabilmente, Filippo avrebbe sorriso e magari si sarebbe anche un po’ schermito. «Una messa per ricordare il nostro meraviglioso babbo, a tre anni dalla sua scomparsa».
Dentro quell’aggettivo, “meraviglioso”, c’è tutto quello che viene prima di qualsiasi incarico, tessera di partito, scrivania all’Asl o panchina di un campo di calcio.
Quel 24 agosto di tre anni fa
Filippo Andretta morì il 24 agosto 2023, a 79 anni. Pochi giorni prima era all’isola del Giglio, uno dei luoghi che amava profondamente. Lì aveva accusato un malore ed era stato soccorso e poi ricoverato all’ospedale Misericordia di Grosseto. Le sue condizioni sembravano essere migliorate. Poi, improvvisamente, tutto precipitò.
La notizia attraversò Grosseto in poche ore. Perché Andretta non apparteneva a un solo mondo. Ne aveva attraversati tanti e, in ciascuno, aveva lasciato qualcosa: la sanità, la politica, il calcio.
Ma soprattutto le persone.
L’uomo che aveva attraversato la storia della sanità maremmana
Per raccontare Filippo Andretta bisogna inevitabilmente passare dall’ospedale e dalla sanità grossetana.
Funzionario e poi dirigente dell’Asl, ne aveva vissuto dall’interno decenni di trasformazioni, diventando uno degli uomini che conoscevano meglio la macchina sanitaria della provincia.
Si era occupato dell’Ufficio relazioni con il pubblico e della comunicazione, poi era arrivato alla direzione del personale. Un ruolo delicatissimo, in anni nei quali Grosseto riuscì ad attrarre professionisti destinati a lasciare un segno importante nella medicina.

Da quella scrivania passarono anche i contratti di medici come Piercristoforo Giulianotti, pioniere della chirurgia robotica, e dell’oculista Vincenzo Sarnicola.
Ma ridurre il suo rapporto con la sanità agli incarichi ricoperti sarebbe sbagliato. Per Andretta la sanità pubblica era prima di tutto una questione sociale.
Un servizio che doveva funzionare soprattutto per chi aveva meno strumenti, meno conoscenze, meno possibilità di bussare alla porta giusta.
Ed era probabilmente per questo che, anche una volta andato in pensione, non aveva mai davvero smesso di occuparsene.
Continuava a seguire le trasformazioni dell’azienda sanitaria, a discutere, a proporre, a mettere a disposizione l’esperienza accumulata in una vita di lavoro. Poco prima della morte stava ancora pensando a iniziative e convegni sulla sanità.
Filippo era fatto così: smettere di lavorare non significava smettere di sentirsi utile.
Socialista, senza bisogno di nasconderlo
E poi c’era la politica, quella vissuta quando appartenere a un partito significava anche trascorrere serate nelle sezioni, discutere per ore, litigare furiosamente e magari ritrovarsi il giorno dopo allo stesso tavolo.
Andretta era socialista. Lo era stato per tutta la vita, con una militanza che lo aveva portato a essere un punto di riferimento del Psi non soltanto grossetano, ma anche regionale. Ancora nel 2016 era stato indicato dal Psi nel collegio di garanzia delle primarie del centrosinistra di Grosseto.
La politica, per lui, non era una barriera.
Alla sua morte arrivarono messaggi da mondi diversi, anche lontani dal suo. E al funerale, insieme ai socialisti, c’erano esponenti di partiti differenti.
Poi arrivava il calcio. E lì Pippo tornava ragazzo
C’era però un posto dove Filippo Andretta riusciva forse a lasciare fuori tutto il resto: il campo di calcio.
Prima calciatore, poi allenatore, aveva indossato, tra le altre, le maglie del Grosseto, dell’Orbetello e della Castiglionese. Poi, una volta smesso di giocare, aveva cominciato ad allenare: l’Orbetello in Serie D, le giovanili del Grosseto, la Castiglionese, l’Albinia e altre squadre della provincia.

Lo chiamavano “il sergente di ferro”, un soprannome che raccontava la sua maniera di stare in panchina: esigente, diretto, incapace di girare intorno alle cose.
Eppure i ragazzi che aveva allenato gli volevano bene, forse proprio perché avevano capito che dietro quella scorza c’era un uomo che al calcio attribuiva un valore molto più grande di una classifica.
Per lui era aggregazione. Comunità. Un modo per stare insieme.
Dopo la morte di Marco Nucci, storico capitano della Castiglionese, Andretta aveva contribuito anche a mantenere viva la tradizione della Partita del cuore dedicata al calciatore scomparso.
E poi c’era la Juventus, una fede di quelle sulle quali gli amici possono prenderti in giro per una vita intera senza riuscire a spostarti di un centimetro.
Il Duomo pieno e quelle tre maglie sul feretro
Due giorni dopo la morte, sabato 26 agosto 2023, la Cattedrale di Grosseto non riuscì a contenere tutti quelli che erano arrivati per salutare Filippo.
C’era gente dentro il Duomo e gente rimasta fuori: sanitari, amministrativi, infermieri, tecnici, politici, sindacalisti, socialisti, avversari politici, calciatori, amici.
Sul feretro furono appoggiate la maglia della Juventus, quella del Grifone e la sciarpa della Castiglionese.
Tre simboli che, in fondo, raccontavano una parte enorme della sua vita.
Tre anni dopo, Filippo è ancora qui
Sono passati tre anni. Nel frattempo Grosseto è cambiata, è cambiata la sanità, è cambiata la politica, sono cambiate le squadre, gli allenatori, i giocatori.
Quello che non è cambiato è il ricordo. Di Andretta non è rimasto il curriculum ma il vuoto.
Il vuoto di una telefonata che non arriva più. Di una discussione che non si può più fare. Di un consiglio che non si può chiedere. Di quella schiettezza che qualche volta poteva far arrabbiare, ma che almeno aveva il pregio di non lasciare mai dubbi.
Il vuoto più grande, quello di Chiara e Raffaele. Il vuoto lasciato dall’assenza del loro meraviglioso babbo.
Ed è forse per questo che lunedì 24 agosto, alle 10, la Cattedrale di San Lorenzo sarà ancora una volta il luogo nel quale tutte queste vite torneranno a incontrarsi. Nello stesso Duomo che tre anni fa si riempì per salutarlo. Questa volta non per dirgli addio ma per dirgli che Grosseto non si è dimenticata di Pippo.





