Dal coma alla rinascita. Il racconto di Mirko: «Guardavo il mio corpo dall'alto» | MaremmaOggi Skip to content

Dal coma alla rinascita. Il racconto di Mirko: «Guardavo il mio corpo dall’alto»

Sono trascorsi otto mesi dall’incidente che lo portò ad un passo dalla morte. Adesso viene operato per rimettere la calotta cranica al suo posto
A sinistra Mirko e Thomas pochi minuti prima dell’incidente, a destra Mirko con l’amico Giacomo all’ospedale

GROSSETO. Era il 9 novembre 2025, una domenica qualsiasi su una strada qualsiasi. Pedalare, fermarsi, scattarsi una foto. Ritornare in sella col sorriso.

L’Odissea in posti sconosciuti

Una curva, la luce si spegne, il mondo svanisce in un raccapricciante silenzio, resta solo il buio, la vita resta appesa a un filo di ragnatela, basta un alito per spezzarlo, sull’asfalto una bicicletta contorta, sangue, un caschetto che rotola lontano. Il corpo di Mirko Pancellini è immoto, disordinato, un manichino gettato sul catrame. È l’oblio. 

L’odissea di Mirko inizia così, prosegue in camera operatoria, si trasforma in coma farmacologico sempre con quel fragilissimo cordoncino a tenerlo in vita. Giorni durissimi per chi lo ama, lo ha messo al mondo, lo conosce e basta. Lui naviga nell’abbandono completo senza sapere dov’è e dove sta andando. Il tempo non esiste. Il recupero sbalordisce il reparto, annichilisce chiunque abbia esperienze di questo tipo, cancella i libri di medicina. Mirko si alza, cammina, ritorna a parlare. Il 25 dicembre 2025, all’ospedale Misericordia, festeggia il Natale con la famiglia. Mirko è rinato.

Al bar c’è una nuova persona

Sei mesi dopo è seduto al bar a bere un analcolico, ha la testa ancora fasciata, è un uomo nuovo con molti particolari da rilevare, ritornati a galla come fiori di loto. Qualcuno suscita brividi e suspense.

«Guardavo una stanza dall’alto, i miei occhi erano il soffitto – inizia Mirko – in basso un letto con il mio corpo coperto dal lenzuolo, nessun movimento. Ero in coma. La porta si apriva, entravano i miei genitori, gli amici. Parlavano una lingua sconosciuta, mi stringevano le mani, mi accarezzavano il viso, piangevano. Non riuscivo a dire nulla, inerte e bloccato, volevo dare un accenno di presenza ma non ci riuscivo. Mi hanno spiegato poi che ho vissuto una esperienza extra corporea».

Mirko riprende: «In quel deserto totale è successo che il 19 novembre, improvvisamente, ho sentito la voce di mia madre che mi ricordava che era il suo compleanno. Ho aperto gli occhi per qualche istante, era la prima volta che succedeva, e mi è scesa una lacrima. Il racconto è di mio fratello. In quel periodo non capivo e non parlavo l’italiano, dicevo solo “tia” e pronunciavo Riva, il nome di un cane. Il resto rimaneva sepolto chissà dove e perché. Non ho mai visto luci abbaglianti o cose simili. Il giorno che ho aperto definitivamente gli occhi non sapevo dove ero, non capivo perché in quella stanza c’erano i miei famigliari. La luce è lentamente tornata».

Tutto in trenta, interminabili secondi

La testimonianza procede: «Quello che ancora non riesco a ricordare è l’istante della caduta, metto a fuoco fino a pochi secondi prima, poi mi fermo. Un capitolo a parte merita il chirurgo che mi ha operato in codice rosso, il primario Alessandro Zalaffi. Un intervento lunghissimo iniziato alle due di notte durante il quale, mi ha rilevato, ha dovuto decidere in 30 secondi (ripete il trenta) se togliermi la calotta cranica o no. L’ha tolta salvandomi la vita. Di questo mi ha chiesto scusa e si è commosso. Un uomo incredibile, chirurgo straordinario e sensibile».

E adesso? Mirko si tocca la fasciatura bianca che gli copre la testa, l’accarezza: «Adesso è tempo che mi rimetta la mia calotta, che in tutto questo tempo è stata protetta e conservata non so come. Lunedì 29 giugno a Siena la dottoressa Lippa la prenderà fissandola perfettamente come era. Sarà il traguardo di un percorso chirurgicamente straordinario, un punto di ripartenza personale». 

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