GROSSETO. Daniela ricorda ancora il giorno in cui è rimasta a piangere nello studio dell’ortopedico. Il dottor Stefano Bianco le aveva appena spiegato che ci sarebbe voluto più tempo di quanto sperasse per tornare alla vita di prima. A 38 anni, abituata a crescere da sola due bambine e a lavorare come libera professionista, si era ritrovata a dipendere dagli altri anche per lavarsi o andare a una visita. Quel giorno, scrive nella lettera con cui ha voluto raccontare la sua storia, il medico le ha dato il tempo di piangere e di parlare della paura che si portava dietro dall’incidente.
Sono passati tre mesi da quel giorno di inizio agosto in cui è rimasta gravemente ferita in un incidente in motorino. La riabilitazione sarà impegnativa e Daniela deve ancora affrontare un intervento. Ha scelto di raccontare la sua esperienza adesso per ringraziare chi l’ha assistita a Careggi e per parlare di una difficoltà che ha conosciuto appena ha ricominciato a uscire. In carrozzina, anche pochi metri di marciapiede possono decidere se riuscirai ad arrivare dove devi andare.
L’incidente e il trasferimento a Careggi
Daniela ha capito che la situazione era seria già in ambulanza. Non sentiva più la gamba e il piede aveva assunto una posizione innaturale. Dal primo ospedale in cui era stata portata ha chiesto di essere trasferita a Firenze. Reperire un’ambulanza in piena estate si è rivelato difficile. A trovarla è stata un’amica, che è riuscita a organizzare il trasporto con un mezzo della Croce Rossa in partenza dalla costa adriatica.
Al pronto soccorso ortopedico di Careggi, ricorda Daniela, più medici si sono confrontati fin dal suo arrivo. È stata operata cinque giorni dopo dal dottor Trombetta. Nel suo racconto, l’équipe ha cercato di concentrare in un solo intervento il lavoro che altrimenti avrebbe richiesto due operazioni. Il piede era stato schiacciato e presentava numerose fratture, alcune con più frammenti. Prima di entrare in sala operatoria, Daniela ha saputo che avrebbe potuto avere difficoltà a recuperare la capacità di camminare.
Le cure e i gesti quotidiani in reparto
Per settimane il letto ha segnato il confine delle sue giornate. Daniela aveva bisogno di aiuto anche per le necessità più semplici. Nella lettera ricorda le operatrici sociosanitarie che venivano più volte al giorno ad aiutarla a lavarsi, con una delicatezza che le permetteva di sentirsi a proprio agio anche nei momenti in cui era più vulnerabile.
Ricorda perfino il menù del giorno dopo. Qualcuno passava a chiederle che cosa avrebbe voluto mangiare. Il dolore, in quel periodo, le toglieva l’appetito, ma la premura di chi si fermava a farle quella domanda le è rimasta impressa. Tra gli infermieri cita Rino, che aveva già lavorato all’ospedale di Grosseto e che, racconta, le è stato particolarmente vicino durante il ricovero.
Il grazie a Stefano Bianco, l’ortopedico originario di Manciano
Il dottor Stefano Bianco, originario di Manciano, ha seguito Daniela dopo l’operazione. Lei ricorda il modo in cui le ha spiegato la complessità del recupero, la disponibilità ad ascoltarla quando ha capito quanto a lungo l’incidente avrebbe inciso sulla sua autonomia e il rispetto con cui lo ha visto lavorare con il personale infermieristico.
«Non mi ha mai dato false speranze, non ha mai minimizzato la situazione», scrive Daniela. Quando è scoppiata a piangere nel suo studio, lui l’ha aiutata a riconoscere quanto fosse comprensibile sentirsi sopraffatta. In quel momento il pensiero andava anche alle figlie, al lavoro e a tutte le cose di cui fino a poche settimane prima si occupava da sola.
«Voglio ringraziare di cuore tutto l’ospedale di Careggi, i medici, gli infermieri, le OSS e ogni persona che, anche attraverso piccoli gesti quotidiani, ha contribuito a rendere meno difficile un momento così doloroso della mia vita».
Due mesi in carrozzina e quegli ostacoli che prima sfuggivano
Per i primi due mesi Daniela ha usato la carrozzina anche per raggiungere le visite, che all’inizio erano settimanali. È così che ha cominciato a fare caso a un tombino rialzato, a una buca, a un’auto parcheggiata troppo vicino allo spazio necessario per scendere. Una rampa occupata può costringere a cambiare strada. Un tratto di marciapiede sconnesso può bastare per rendere necessario l’aiuto di chi ti accompagna.
«Quello che per molti è semplicemente un marciapiede, per chi si sposta in carrozzina può diventare un percorso a ostacoli», scrive. Daniela racconta di aver capito quanto pesino queste barriere per chi usa una carrozzina ogni giorno e per le persone che lo assistono. Da qui il suo appello per marciapiedi sicuri, rampe libere e spazi di discesa accessibili. «L’autonomia di una persona non dovrebbe dipendere dalla fortuna di trovare un percorso senza ostacoli».
Ora Daniela deve affrontare un altro intervento per rimuovere i dispositivi usati per stabilizzare le fratture. La aspetta poi la riabilitazione. «La mia strada è ancora lunga», scrive. «Spero, con tutto il cuore, di riuscire a tornare a camminare».





