ROCCASTRADA. «Questo sole non nutrirà il genocidio». È lo slogan scelto per una protesta nata intorno a un impianto agrivoltaico nelle campagne di Ribolla, ma che ormai sta superando largamente i confini della Maremma.
Per sabato 5 settembre il Collettivo Diritti in Palestina ha organizzato un presidio al Monumento al minatore, in via del Parco a Ribolla, contro il progetto da circa 20 megawatt presentato da SPV Energy 3 Srl e già passato attraverso la procedura di Valutazione di impatto ambientale della Regione Toscana.
Al centro della mobilitazione non c’è soltanto l’impatto sul territorio di un grande impianto energetico. C’è soprattutto la catena societaria che conduce fino al gruppo israeliano Shikun & Binui e il suo coinvolgimento nelle attività economiche connesse agli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
Un collegamento che non emerge soltanto dalle ricostruzioni dei comitati. Anni fa fu la stessa Shikun & Binui Energy ad annunciare pubblicamente l’acquisizione di due progetti agrivoltaici in Toscana: Collesalvetti e Ribolla, per una potenza complessiva di 43 megawatt. Il gruppo spiegava inoltre che i due impianti si aggiungevano ad altri quattro progetti già presenti nella propria pipeline italiana, in Sicilia, portandola complessivamente a circa 300 megawatt.
Il presidio nel cuore di Ribolla
È in questo scenario che sabato la protesta torna nel luogo dove tutto è cominciato.
Il ritrovo è previsto al Monumento al minatore e l’iniziativa, spiegano gli organizzatori, vuole essere non soltanto una manifestazione di contrarietà all’autorizzazione dell’impianto, ma anche un momento di informazione, ascolto e confronto con la popolazione.
«Questo sole non nutrirà il genocidio» è la frase scelta dal Collettivo per sintetizzare il senso della mobilitazione.
Gli attivisti chiedono alla Regione Toscana di non rilasciare l’autorizzazione definitiva al progetto, sostenendo che non possa essere ignorata la natura della società che si trova al vertice della catena proprietaria.
Il progetto ha infatti già ottenuto un giudizio positivo di compatibilità ambientale, ma questo non equivale ancora al via libera alla costruzione dell’impianto.
Il nome di Shikun & Binui nel database dell’Onu
La contestazione si concentra soprattutto su Shikun & Binui Ltd, gruppo israeliano attivo nelle infrastrutture, nelle costruzioni e nell’energia.
Il nome della società compare nel database dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani relativo alle imprese coinvolte in determinate attività connesse agli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
Non è un elemento recente.
Già nel 2012 il Government Pension Fund Global norvegese aveva escluso Shikun & Binui dal proprio universo di investimento. La decisione era stata assunta sulla base della raccomandazione del Consiglio etico del fondo, in relazione al coinvolgimento della società nella costruzione di insediamenti a Gerusalemme Est.
Ed è proprio questo passato societario a essere diventato il cuore della battaglia partita da Ribolla.
Dalla Maremma la contestazione si allarga in Toscana
Nel frattempo il caso sta assumendo dimensioni molto più ampie.
Progetti riconducibili, secondo documentazione societaria e comunicazioni delle stesse aziende, alla galassia Shikun & Binui sono finiti al centro dell’attenzione anche in altre zone della Toscana.
A Mortaiolo, nel Comune di Collesalvetti, è previsto un altro impianto agrivoltaico da circa 20 megawatt, presentato da SPV Energy 2 Srl. Proprio Collesalvetti, insieme a Ribolla, compare nell’annuncio con il quale Shikun & Binui Energy comunicò l’acquisizione dei due progetti toscani.
La protesta si è allargata anche a Lavaiano, nel Comune di Casciana Terme Lari, dove associazioni e forze politiche hanno sollevato la questione della catena societaria relativa a un altro progetto fotovoltaico.
E anche in provincia di Grosseto sono stati accesi i riflettori su altre iniziative: Podere Cavazza, nell’area fra Grosseto e Roselle, e La Merlina, nel territorio di Gavorrano.
Quello che era iniziato come il “caso Ribolla”, dunque, sta diventando una questione che riguarda il modello degli investimenti nelle energie rinnovabili in Toscana e la necessità, sostenuta dai comitati, di verificare non soltanto la compatibilità ambientale dei progetti, ma anche la provenienza dei capitali e le attività dei gruppi che controllano le società proponenti.
La risoluzione dell’Onu
Il Collettivo richiama anche la risoluzione ES-10/24, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 settembre 2024, dopo il parere consultivo espresso dalla Corte internazionale di giustizia.
Il documento invita gli Stati a non fornire aiuto o assistenza al mantenimento della situazione determinata dalla presenza israeliana nei territori palestinesi occupati e, fra le altre indicazioni, chiede di adottare misure per impedire relazioni commerciali o investimenti che contribuiscano al mantenimento di quella situazione, compresi quelli relativi agli insediamenti.
È su questo principio che gli oppositori dell’impianto costruiscono una parte importante della loro richiesta politica alla Regione Toscana.
La presenza di Shikun & Binui nel database dell’Onu, va precisato, non equivale a una sanzione internazionale né comporta automaticamente il divieto per una società controllata di ottenere un’autorizzazione amministrativa in Italia. È proprio questo uno dei nodi della vicenda: le procedure autorizzative ambientali ed energetiche non coincidono con una valutazione politica ed etica sull’attività internazionale del soggetto che sta dietro all’investimento.
Oltre 12mila firme contro il progetto
Intanto la mobilitazione cresce.
Secondo quanto riferisce il Collettivo Diritti in Palestina, la petizione contro l’impianto di Ribolla avrebbe ormai superato le 12mila firme, un numero che mostra come una vicenda partita da una frazione di poche migliaia di abitanti abbia raggiunto una dimensione ben diversa.
Il presidio di sabato rappresenta una nuova tappa.
Ma non sarà l’ultima. Gli organizzatori stanno infatti preparando anche un incontro pubblico per il 19 settembre, durante il quale la vicenda dell’agrivoltaico e dei suoi collegamenti societari dovrebbe essere affrontata in maniera ancora più approfondita.
E a quel punto la domanda posta a Ribolla non riguarderà più soltanto dove e come costruire un impianto fotovoltaico.
Riguarderà anche chi investe nella transizione energetica italiana e fino a che punto la provenienza e le attività internazionali di quei capitali debbano entrare nelle decisioni delle istituzioni chiamate ad autorizzare i grandi impianti.




