Università Grosseto, Mazzetti propone un campus internazionale | MaremmaOggi Skip to content

Grosseto sogna un’università internazionale: il progetto per il futuro della Maremma

Paolo Mazzetti lancia la sfida: una laurea internazionale sul clima, studenti dall’estero e un vero campus. «Ora serve il coraggio di fare il salto di qualità»
L'aula magna dell'università e la sede di via Ginori, nell'ex ospedale. In primo piano Paolo Mazzetti
L’aula magna dell’università e la sede di via Ginori, nell’ex ospedale. In primo piano Paolo Mazzetti

GROSSETO. Era lo scorso febbraio quando l’Ordine dei Dottori Commercialisti guidato da Paolo Mazzetti indirizzava una lettera aperta a Comune, Provincia, Fondazione Polo Universitario e Università di Siena — oltre che agli organi di stampa — per denunciare i rischi legati alla tenuta del Polo e avanzare proposte tecniche di sistema. Oggi torniamo da Mazzetti, nel frattempo ex presidente dell’Ordine, per capire quale eco abbia avuto quell’appello e quali siano le prospettive sul tavolo.

E se Grosseto, invece di accontentarsi di un’università che consente ai ragazzi maremmani di studiare senza lasciare casa, cominciasse a immaginare un futuro nel quale siano i giovani di altre città, di altre regioni e perfino di altri Paesi a scegliere la Maremma per la propria formazione? Se le caratteristiche ambientali, paesaggistiche, agricole e scientifiche di questo territorio diventassero il punto di forza di un progetto universitario internazionale, capace di richiamare studenti, ricercatori e investimenti?

È questa la prospettiva che Paolo Mazzetti propone alla città. Non un sogno senza fondamenta, ma un progetto che parte da ciò che esiste, ne riconosce il valore, individua i problemi ancora irrisolti e prova a tracciare una strada per i prossimi anni.

Mazzetti parla da libero cittadino, non in rappresentanza dell’Ordine professionale che ha guidato, peraltro presente tra gli 84 soci della Fondazione Polo Universitario Grossetano. La sua riflessione nasce anche dall’esperienza personale: si è laureato all’Università di Siena e ha due figlie che per studiare hanno scelto Roma, una alla Luiss e l’altra alla Sapienza. La prima si è già laureata, la seconda è vicina al traguardo. Conosce quindi anche la dimensione familiare delle scelte universitarie, che spesso portano i giovani lontano dalla propria città.

Ma il suo ragionamento va oltre la possibilità di risparmiare sui costi di una stanza e di una vita fuori sede. Riguarda lo sviluppo economico della provincia, le opportunità per le imprese, la ricerca, il lavoro e soprattutto la capacità della Maremma di costruirsi un futuro senza rassegnarsi a perdere ogni anno una parte delle sue nuove generazioni.

Al centro della proposta c’è una laurea magistrale internazionale dedicata ai cambiamenti climatici, alla gestione delle coste e all’innovazione ambientale, un’idea che, racconta Mazzetti, gli è stata prospettata dal presidente della Provincia Francesco Limatola. Per realizzarla, però, bisogna affrontare questioni concrete: la sede da accreditare, la didattica ancora prevalentemente a distanza, gli alloggi che mancano e la necessità di risorse economiche stabili.

Università di Grosseto, la sfida di Paolo Mazzetti

Mazzetti, lei inviò quella lettera aperta a istituzioni e stampa per scuotere il dibattito cittadino sul futuro dell’università. A distanza di mesi, che riscontri ci sono stati e perché insiste sulla necessità di un salto di qualità?

«Risposte formali dalle istituzioni non ne sono arrivate, ma ho trovato un interlocutore attento nel Presidente della Provincia, con il quale si è sviluppato un percorso di confronto proficuo che ha fatto emergere idee concrete, come quella della laurea magistrale sul clima. Per il resto, un territorio non cresce se si limita a gestire l’esistente. L’università nella nostra città non è una semplice presenza di prestigio: è l’infrastruttura immateriale più importante per frenare lo spopolamento giovanile».

Lei immagina un’università capace di richiamare studenti anche dall’estero. Ma oggi Grosseto è davvero nelle condizioni di coltivare un’ambizione del genere?

«Come le ho detto, penso che un territorio non cresca se si limita a gestire l’esistente. Per fare il salto di qualità dobbiamo unire alla concretezza amministrativa anche un po’ di sogno, trasformando Grosseto in una città capace non solo di trattenere i propri giovani, ma di attrarre talenti italiani e stranieri.

L’università nella nostra città non è una semplice presenza di prestigio: è l’infrastruttura immateriale più importante per frenare lo spopolamento giovanile, trattenere risorse umane e dare respiro al nostro tessuto economico.

Il Polo universitario esiste, è una realtà radicata e apprezzata, che ha dimostrato di saper offrire opportunità concrete alle famiglie maremmane. Ma proprio perché crediamo nel suo valore abbiamo il dovere di guardare oltre i risultati raggiunti. Fermarsi alla difesa dell’esistente sarebbe un grave errore strategico».

Eppure negli ultimi anni i corsi sono aumentati e il numero degli studenti è cresciuto notevolmente. Non è già una strada di successo?

«È certamente una crescita innegabile. L’offerta dichiarata è passata da quattro a quattordici corsi di laurea e, secondo le dichiarazioni del Comune, gli iscritti hanno superato quota 800.

Occorre però distinguere i numeri. I dati della Fondazione relativi all’anno accademico 2025/2026 indicano che 1.525 iscritti all’Università di Siena risiedono nella provincia di Grosseto, 815 dei quali nel capoluogo. Tra questi, circa 525 frequentano stabilmente a Grosseto i corsi qui erogati, mentre 388 seguono gli stessi corsi a Siena.

C’è poi un dato ancora più significativo, quello dell’indagine PromoPA, secondo la quale il 58% degli iscritti non avrebbe intrapreso gli studi universitari senza una sede a Grosseto. Sempre secondo la Fondazione, l’82% degli studenti proviene da famiglie con reddito inferiore ai 40mila euro e il 90% dei giovani grossetani iscritti continua a vivere nel proprio comune.

Sono numeri che dimostrano l’immenso valore sociale ed economico di questo presidio. Ma dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che una somma di corsi erogati a distanza non costituisce ancora un campus universitario autonomo e strutturato».

«La teledidattica è preziosa, ma non può essere il nostro traguardo»

Ecco, è questa la differenza che lei considera decisiva: avere l’università a Grosseto non significa necessariamente avere una vera sede universitaria?

«La teledidattica sincrona rappresenta indiscutibilmente un’ancora di salvezza per centinaia di famiglie maremmane, perché consente di abbattere i costi spesso insostenibili della vita da fuori sede. Ma bisogna essere consapevoli dei suoi limiti strutturali.

Guardando la programmazione dell’Ateneo senese, i flussi principali viaggiano attraverso uno schermo: da Siena verso Grosseto per Scienze Storiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza; da Arezzo per Scienze dell’Educazione e Formazione Primaria; da San Giovanni Valdarno per Tecnologie per l’Ambiente.

Per quest’ultimo corso, come per diverse professioni sanitarie, Grosseto è prevalentemente la sede delle lezioni teoriche a distanza e dei tirocini presso la nostra Asl.

È un servizio importante e non dobbiamo assolutamente perderlo, ma se vogliamo compiere un salto di qualità dobbiamo puntare a una didattica stabile in presenza, con docenti che insegnino fisicamente a Grosseto.

Il tema è anche quello dell’accreditamento come sede universitaria istituzionale, che richiede requisiti precisi, strutture adeguate, un’organizzazione scientifica e didattica solida.

L’ipotesi di attivare un corso triennale in Biotecnologie Green, forse dall’anno accademico 2027/2028, è eccellente. Ma occorrono impegni certi, sia per le risorse sia per la copertura dei docenti necessari. Senza didattica stabile in presenza rischiamo di restare un terminale per lo streaming, mentre dovremmo diventare un luogo dove si insegna, si studia, si fa ricerca e si costruiscono opportunità».

Una nuova sede universitaria e il nodo dell’accreditamento

Però c’è un problema ancora più immediato. La sede storica di via Ginori non ha i requisiti necessari per l’accreditamento e anche l’organizzazione di alcuni corsi, come Infermieristica, sta risentendo delle difficoltà logistiche. Quanto rischia Grosseto?

«Il tema della sede è certamente quello più urgente. Le criticità emerse a seguito dei rilievi dell’Anvur, relative all’illuminazione, agli impianti antincendio e alle uscite di sicurezza, hanno evidenziato la necessità di interventi di adeguamento stimati in circa quattro milioni di euro.

Occorre precisare che, secondo quanto riportato dalla stampa locale, non si tratta di problemi che mettono in discussione la sicurezza dello stabile, ma di carenze che ne impediscono l’accreditamento come sede universitaria istituzionale.

È un problema rimasto a lungo sottotraccia, che rischia di produrre conseguenze sulla didattica quotidiana e su corsi fondamentali come Infermieristica.

Ben vengano quindi le soluzioni alternative oggi al vaglio, come il piano terra del nuovo edificio, il cosiddetto palazzone giallo, i locali di via Saffi legati al progetto Pinqua o l’ex Centro per l’impiego alla Cittadella.

Ma non possiamo nasconderci che la piena operatività di queste soluzioni potrebbe arrivare soltanto nell’anno accademico 2027/2028. Grosseto non può permettersi ulteriori fasi di stallo o di precarietà logistica.

Se vogliamo costruire qualcosa di importante dobbiamo partire dalle fondamenta: una sede adeguata, tempi certi e risorse disponibili».

«Per attirare studenti serve una città capace di accoglierli»

Finora il Polo ha risposto soprattutto alle esigenze delle famiglie maremmane. Ma se l’obiettivo è attirare giovani da fuori, manca un elemento essenziale: a Grosseto non esiste un vero studentato universitario.

«È una contraddizione evidente. La Fondazione Polo Universitario svolge un lavoro culturale straordinario: la rete dei suoi soci e la ricchezza di convegni e rassegne testimoniano un fermento divulgativo di prim’ordine. Tuttavia, la vita universitaria si misura anche dalla capacità di accogliere chi studia.

I dati statistici territoriali ci ricordano che a Grosseto la quota di giovani tra i 25 e i 39 anni con un titolo universitario è del 22,5%, contro una media toscana e nazionale superiore al 30%. Per invertire questa situazione servono servizi strutturati.

Sul fronte degli alloggi, mentre i documenti strategici del Polo auspicavano da tempo il recupero dell’ex Casa dello Studente per creare residenze dedicate ai fuori sede, il Comune vi ha realizzato un condominio solidale per anziani.

È stata garantita una necessità importante, quella degli anziani, ma quella degli studenti è rimasta sulla carta.

Un vero studentato universitario a Grosseto continua a mancare e interventi come le quindici borse di studio da mille euro stanziate nel 2024, pur apprezzabili, sono soltanto piccoli sostegni locali.

Se vogliamo diventare attrattivi anche per gli studenti che arrivano da altre province o dall’estero, dobbiamo offrire loro la possibilità concreta di vivere a Grosseto».

E per i ragazzi degli altri comuni della Maremma, che magari abitano a cinquanta o sessanta chilometri dal capoluogo, quale potrebbe essere la soluzione?

«Il tema riguarda l’intera provincia. Dei 1.525 iscritti all’Università di Siena residenti nel Grossetano, 815 vivono nel comune capoluogo e 710, cioè il 46,6%, negli altri comuni. I bacini più numerosi sono Orbetello, con 94 iscritti, Follonica con 81, Monte Argentario con 64 e Roccastrada con 53.

Per questo la Fondazione ipotizza un campus policentrico, con antenne digitali per una didattica diffusa negli immobili comunali, alloggi distribuiti sul territorio e navette dedicate per i collegamenti quotidiani con Grosseto.

È una strada interessante, perché tiene conto della conformazione geografica della Maremma e delle difficoltà negli spostamenti. Ma non può sostituire un nucleo di residenze studentesche nel capoluogo.

Le due cose devono procedere insieme: un campus universitario vero a Grosseto e una rete di servizi capace di raggiungere gli studenti dell’intera provincia».

Ricerca e imprese: il futuro dell’università in Maremma

Parliamo di ricerca e lavoro. La Maremma ha un’economia particolare, con l’agricoltura, il turismo, l’ambiente, il patrimonio culturale e una presenza industriale specializzata. L’università potrebbe aiutare il territorio a sviluppare queste vocazioni?

«È proprio questa la strada sulla quale dobbiamo investire. E qualche segnale incoraggiante c’è già.

L’attivazione, dal 2023, del Centro della Scienza e della Tecnica come laboratorio congiunto con l’Università di Siena, la prima pubblicazione scientifica internazionale firmata dalla Fondazione nel 2024 e i dottorati aziendali triennali previsti con il Dipartimento di Biotecnologie, Chimica e Farmacia dimostrano che la ricerca applicata al territorio è una prospettiva concreta.

Dobbiamo però fare un passo ulteriore, integrando il campus tecnologico con gli Its locali e concentrando la didattica e la ricerca sui punti di forza della Maremma: agricoltura di precisione, chimica verde, ambiente, beni culturali e sanità.

L’università non può limitarsi a formare laureati, deve diventare anche un luogo di innovazione, capace di creare relazioni tra imprese, ricercatori, studenti e mondo del lavoro».

La Fondazione ha 84 soci, fra istituzioni, comuni, aziende, ordini professionali e associazioni di categoria. È una rete importante, ma lei sostiene che le potenzialità siano ancora in gran parte inespresse. Di chi è la responsabilità?

«Se il Polo rischia di rimanere a metà del guado, la responsabilità non fa capo a un unico attore.

L’Università di Siena beneficia dell’indotto economico e formativo del Polo, ma ha impostato la sede di Grosseto prevalentemente sulla teledidattica, senza investirvi corsi d’eccellenza stabilmente in presenza.

Il Comune e la Fondazione hanno la responsabilità della gestione degli spazi e della visione dei servizi. I ritardi sulla sede e l’assenza di residenze universitarie sono nodi amministrativi locali che attendono risposte da anni.

L’Asl e le istituzioni di area vasta devono trasformare il proprio contributo economico e logistico alla formazione sanitaria sul territorio in impegni precisi, con quote e convenzioni vincolanti.

E poi c’è il mondo imprenditoriale e privato che, nonostante la numerosa presenza tra i soci della Fondazione, non investe significativamente in ricerca, borse di studio e cattedre aziendali.

Non si tratta di cercare un colpevole, ma di riconoscere che il futuro dell’università non può dipendere soltanto dalla buona volontà di pochi soggetti. Se tutta la comunità considera il Polo una risorsa strategica, allora tutta la comunità deve contribuire a farlo crescere».

Un patto tra istituzioni per far crescere il Polo

Quindi il problema non è soltanto trovare una nuova sede o istituire qualche corso di laurea, ma costruire un modello di gestione e finanziamento che garantisca continuità?

«Esattamente. La sostenibilità finanziaria complessiva del Polo resta delicata.

La mozione approvata all’unanimità dal Consiglio provinciale nell’ottobre 2026, che impegna a sollecitare un maggiore e strutturale supporto economico da parte dell’Asl Toscana Sud Est e la formalizzazione delle quote dei sindaci nel nuovo protocollo d’intesa, evidenzia quanto la governance economica sia ancora da consolidare.

Serve un vero Patto di Sistema, con risorse pluriennali vincolate. Un accordo quadro tra Comune, Provincia, Regione, Asl e privati che stabilisca quote finanziarie certe, obiettivi di crescita misurabili e dati pubblici e omogenei sugli iscritti.

Ma prima di tutto servono cinque scelte precise: individuare una sede accreditabile e avviare almeno un corso stabilmente in presenza; garantire alle famiglie informazioni chiare sulle modalità delle lezioni e degli esami; realizzare un piano concreto per gli alloggi studenteschi; specializzare didattica e ricerca sulle vocazioni della Maremma e, infine, assicurare risorse stabili attraverso un impegno condiviso delle istituzioni e del mondo economico.

Grosseto ha dimostrato di volere l’università e di saperla valorizzare. Ora è il momento di superare la fase dell’emergenza e degli annunci per costruire un modello solido».

Una laurea internazionale sul clima: la proposta per Grosseto

Veniamo alla sua proposta più ambiziosa. Lei parla di una laurea magistrale internazionale in inglese, dedicata ai cambiamenti climatici e alla gestione delle coste. Da dove nasce questa idea?

«È una proposta concreta che mi è stata rappresentata dal presidente della Provincia, Francesco Limatola: avviare con l’Università di Siena una laurea magistrale, erogata in lingua inglese, focalizzata sui cambiamenti climatici, sulla gestione delle coste e sull’innovazione ambientale, eleggendo l’intera Maremma a laboratorio a cielo aperto.

È una prospettiva molto interessante, perché parte dalle caratteristiche e dalle vocazioni del nostro territorio. La Maremma può offrire un ambiente straordinario per studiare questi fenomeni, sviluppare progetti di ricerca e sperimentare soluzioni innovative.

La proposta non nasce nel vuoto. La Fondazione avrebbe infatti già individuato un’ipotesi di sviluppo di un hub universitario e dell’innovazione della Toscana meridionale, basato su due infrastrutture complementari: un Campus Universitario Internazionale e un Campus Diffuso della Maremma, con lauree magistrali internazionali nella filiera formativa.

La sfida è trasformare queste idee in un progetto concreto, capace di valorizzare le nostre competenze e di richiamare giovani e ricercatori anche da fuori Italia.

Grosseto deve smettere di pensare soltanto a come trattenere gli studenti che rischiano di andare via e cominciare a chiedersi perché uno studente straniero dovrebbe scegliere di venire a studiare proprio qui».

Ma cosa potrebbe offrire Grosseto di diverso rispetto a sedi universitarie ben più grandi, con strutture e tradizioni consolidate?

«La possibilità di costruire un percorso di alta formazione strettamente collegato al territorio.

Penso al Parco della Maremma, ai centri di ricerca, alle imprese d’eccellenza, alle aree costiere, all’agricoltura, al patrimonio ambientale e alle numerose opportunità di sperimentazione sul campo.

Un corso internazionale dedicato all’ambiente e ai cambiamenti climatici potrebbe mettere insieme tutte queste risorse, offrendo agli studenti tirocini di alta qualità e progetti applicati direttamente sul territorio.

Non dobbiamo cercare di imitare realtà universitarie più grandi, ma individuare una nostra specializzazione riconoscibile, capace di renderci competitivi e attrattivi.

In questo modo sarebbe possibile costruire un autentico progetto di area vasta, facendo della Maremma un polo di ricerca e formazione riconosciuto a livello globale».

Cinquanta posti letto e un nuovo corso entro tre anni

Un progetto di questa portata rischia però di rimanere un bel sogno, se non si stabiliscono tempi, investimenti e responsabilità. Lei immagina già un percorso per realizzarlo?

«Penso che serva un cronoprogramma vincolante e misurabile, con obiettivi concreti.

Nel primo anno si dovrebbe arrivare alla sottoscrizione di un accordo quadro con l’Università di Siena e alla redazione di uno studio di fattibilità tecnico-economica.

Parallelamente occorrerebbe realizzare un piano mirato per creare almeno cinquanta posti letto dedicati agli studenti fuori sede, anche nella forma degli alloggi diffusi, ma non soltanto.

Andrebbero poi coinvolti stabilmente il Parco della Maremma, le imprese d’eccellenza e i centri di ricerca locali, per garantire tirocini di alta qualità e progetti applicati sul campo.

L’obiettivo potrebbe essere quello di attivare ufficialmente il corso entro il terzo anno, accogliendo almeno trenta studenti, nel pieno rispetto dei requisiti di accreditamento.

In questo quadro la Provincia potrebbe assumere un ruolo guida di coordinamento territoriale al fianco del Comune, mettendo in rete l’Università di Siena, la Regione Toscana, le imprese, il Parco e i centri di ricerca, anche per intercettare efficacemente i finanziamenti europei e regionali.

Naturalmente non è un percorso semplice. Ma se continuiamo a considerare ogni difficoltà come una ragione per non cominciare, non costruiremo mai qualcosa di nuovo».

«Grosseto deve smettere di essere periferia»

Mazzetti, alla fine il suo ragionamento va ben oltre il destino dell’università. È una questione di quale futuro vogliamo per Grosseto e per la Maremma?

«L’università a Grosseto non è un lusso o un traguardo simbolico: è la chiave di volta per decidere quale futuro vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

Il Polo universitario c’è, è un presidio reale, radicato e profondamente apprezzato, che ha dimostrato di saper frenare la fuga dei nostri giovani. Ma fermarsi alla difesa dell’esistente sarebbe un grave errore strategico.

Oggi siamo a un bivio. Continuare a considerare la nostra sede come un comodo ma fragile terminale di teledidattica significa condannarla a una marginalità perenne.

L’obiettivo dei prossimi anni deve essere politicamente chiaro e senza tentennamenti: trasformare questo utile presidio in un vero campus universitario autonomo, moderno, pienamente accreditato e capace di fare da motore propulsore per lo sviluppo economico, culturale e sociale di tutta la comunità maremmana.

Per farlo serve un salto di qualità nella politica locale e comprensoriale. Non servono inaugurazioni di facciata o promesse calate dall’alto, ma una cabina di regia forte, guidata dagli enti locali con il coordinamento della Provincia, capace di mettere attorno allo stesso tavolo l’Università di Siena, la Regione, le imprese, i centri di ricerca e il mondo del lavoro.

Investire sulla sede, sui servizi, sugli alloggi per gli studenti e su una grande vocazione internazionale legata all’ambiente e al clima non significa soltanto fare un investimento sulla cultura: significa scommettere sulla sopravvivenza e sul rilancio della Maremma.

Grosseto ha tutte le carte in regola per smettere di essere periferia e diventare un laboratorio d’eccellenza. Ora serve il coraggio di volerlo fare davvero».

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