GROSSETO. C’è un uomo in divisa che stringe fra le mani un Grifone d’oro. Sorride, appena, con quella compostezza che appartiene ai militari di un’altra epoca. Davanti a lui ci sono le autorità cittadine, alle sue spalle gli ufficiali dell’Aeronautica. Intorno, uno stadio pieno di gente.
È la sera del 10 agosto 1967, festa di San Lorenzo, patrono di Grosseto. Quell’uomo è il colonnello Michele Colagiovanni, comandante della 4ª Aerobrigata. E il premio che ha appena ricevuto non è soltanto un riconoscimento militare. È il ringraziamento di una città intera.
Perché nove mesi prima, il 4 novembre 1966, quando l’Ombrone aveva travolto gli argini e l’acqua aveva trasformato Grosseto in un’immensa distesa di fango, quegli uomini in uniforme erano stati fra i primi a correre in aiuto della popolazione.
Avevano messo a disposizione tutto ciò che avevano. Persone, mezzi, capacità, esperienza. E, soprattutto, una disponibilità che andava ben oltre il normale servizio.
Sessant’anni dopo, alcune fotografie ritrovate e le pagine ingiallite dei giornali raccontano una storia di coraggio, riconoscenza e appartenenza. Una storia che rischiava di rimanere chiusa negli archivi e che oggi torna alla luce grazie alla passione e alla pazienza di chi ha continuato a cercarla.
Il giorno in cui Grosseto finì sott’acqua
Il 4 novembre 1966 è una data che Grosseto non ha dimenticato.
Mentre Firenze veniva devastata dall’Arno, la Maremma viveva una delle più grandi tragedie della propria storia recente. Viveva quella che Luciano Bianciardi definì “L’alluvione della povera gente”. Le piogge torrenziali avevano ingrossato l’Ombrone e i suoi affluenti. Gli argini non ressero e l’acqua si riversò nelle campagne, poi raggiunse la città.
Case allagate, strade impraticabili, aziende agricole sommerse, famiglie isolate. In poche ore tutto ciò che sembrava solido e sicuro era diventato fragile.
Il disastro colpì profondamente una terra che aveva già combattuto per generazioni contro l’acqua, le paludi e le difficoltà della bonifica. In molti luoghi l’unica speranza era aspettare che qualcuno arrivasse. Ma arrivare non era semplice.
Le strade erano interrotte o sommerse. I collegamenti difficili. Le campagne, disseminate di poderi e abitazioni isolate, si erano trasformate in una distesa d’acqua.
Un reportage dell’Unità del 24 novembre raccontava che, a venti giorni dalla prima alluvione, Grosseto viveva ancora nella paura. Bastava il suono di una sirena per far sobbalzare i cittadini. Le campagne erano devastate e le falle negli argini ancora aperte.
In quel novembre del 1966 non esisteva ancora il sistema nazionale di Protezione civile che conosciamo oggi. Il soccorso era affidato a una mobilitazione straordinaria delle istituzioni, delle Forze armate, dei vigili del fuoco e di tanti volontari.
Ed è in questa situazione che la base dell’Aeronautica Militare di Grosseto diventò un punto di riferimento fondamentale.
La base del Baccarini e gli uomini del comandante Colagiovanni
Il legame fra Grosseto e il 4° Stormo era già forte. L’Aeronautica aveva scelto il Baccarini come sede del reparto a partire dal 1959. La presenza degli aviatori era entrata progressivamente nella vita quotidiana della città, nelle famiglie e nelle relazioni sociali.
Ma quell’alluvione cambiò qualcosa. L’installazione militare non era immune dal pericolo: anche la zona aeroportuale venne interessata dall’emergenza e dalla minaccia delle acque.
Secondo le testimonianze raccolte da Aldo Fassari, luogotenente dell’Aeronautica Militare in quiescenza e appassionato studioso della storia del Quarto, in quelle ore vennero spostati gli aeroplani presenti nella base per sottrarli al rischio dell’allagamento.
Una misura di sicurezza necessaria. Ma l’attenzione degli uomini del reparto non rimase concentrata soltanto sulla protezione degli impianti: la priorità diventò aiutare Grosseto.
Il comandante della 4ª Aerobrigata, colonnello Michele Colagiovanni, partecipò al coordinamento delle operazioni, mentre il personale della base si mobilitò nelle attività di assistenza.
Non soltanto i piloti e nemmeno soltanto chi aveva una funzione operativa direttamente legata al volo. Anche gli specialisti, i tecnici, gli addetti ai servizi e i militari che disponevano di mezzi utili a raggiungere le zone isolate.
Perché in una città invasa dall’acqua anche un automezzo costruito per un compito completamente diverso poteva diventare uno strumento di salvezza.
Quando i mezzi antincendio portarono il pane agli alluvionati
Fra gli episodi tramandati nella memoria del reparto ce n’è uno che descrive meglio di tanti discorsi il senso di quei soccorsi.
I grandi mezzi antincendio dell’aeroporto, normalmente destinati a intervenire in caso di emergenza sulla pista, furono impiegati per raggiungere le persone isolate e portare cibo e beni indispensabili.
Erano veicoli imponenti, alti da terra, dotati della potenza necessaria per affrontare condizioni difficili. In quella situazione le loro caratteristiche diventarono preziose per un utilizzo certamente lontano da quello ordinario.
Gli automezzi che servivano a proteggere gli aerei si trasformarono in mezzi per aiutare le famiglie alluvionate. Un’immagine che racconta la capacità di adattarsi all’emergenza.
Non sappiamo quanti viaggi furono compiuti, quali itinerari percorsero quei veicoli o quante famiglie raggiunsero: la documentazione disponibile, purtroppo, non permette di ricostruire questi dettagli.
Ma resta il valore di una scelta: mettere ciò che si aveva a disposizione della comunità, senza chiedersi se fosse esattamente il compito per il quale quel mezzo o quel militare era stato preparato.
Gli elicotteri, la speranza che arrivava dal cielo
Se a terra ogni spostamento era diventato difficile, dal cielo si potevano ancora individuare i poderi isolati, osservare le zone sommerse e raggiungere persone in pericolo.
Gli elicotteri furono una componente essenziale della risposta all’emergenza. Nelle testimonianze raccolte da Fassari compare il ricordo di velivoli giunti da Ciampino per partecipare alle operazioni. È un elemento coerente con la mobilitazione nazionale del soccorso aereo.
I documenti parlamentari del novembre 1966 confermano infatti il ricorso a mezzi aerei e a operazioni straordinarie nelle aree colpite dall’alluvione.
La ricostruzione della storia grossetana conserva anche la memoria della 604ª Squadriglia, ricordata per i numerosi interventi di soccorso svolti negli anni a favore della popolazione. Una tradizione di servizio che ha segnato la relazione fra il territorio e gli equipaggi degli elicotteri.
Ma nel racconto dell’alluvione c’è un particolare che merita di essere sottolineato: il Grifone d’oro non premiò soltanto gli uomini stabilmente presenti a Grosseto. La motivazione ufficiale volle ricordare anche gli aviatori arrivati da altri reparti, impegnati nei soccorsi con lo stesso spirito di solidarietà.
E questo riconoscimento collettivo restituisce tutta la dimensione di quell’emergenza: uomini provenienti da sedi diverse, uniti dallo stesso obiettivo: salvare chi era in pericolo.
Il documento del 1966: «Un’opera preziosa e disinteressata»
Fra i documenti recuperati c’è una pagina particolarmente significativa, ed è quella che riporta la motivazione del Grifone d’oro assegnato alla 4ª Aerobrigata per il 1966. Fassari l’ha trovata in un album sepolto nell’archivio della Pro loco. Le parole vanno dritte al cuore:
«Per il lustro arrecato costantemente alla vita cittadina e, in modo particolare, per l’abnegazione dimostrata nelle tragiche circostanze (novembre 1966). Nel conferire il riconoscimento si intende premiare anche tutti gli altri appartenenti all’arma azzurra e, in particolare, i piloti del 31° Stormo e della scuola elicotteri di Frosinone, che prestarono la loro opera preziosa e disinteressata a favore dei cittadini sinistrati».
È una motivazione che va oltre il linguaggio delle onorificenze e che racconta che Grosseto non volle dimenticare chi si era prodigato per lei nei giorni più difficili.
C’è una parola che, riletta oggi, colpisce più delle altre: abnegazione. Una parola che si fa sempre più fatica a sentire e che non spiega il semplice adempimento di un ordine e nemmeno l’efficienza di una struttura militare. Ma racconta la capacità di mettere il bisogno degli altri davanti al proprio.
La motivazione rende omaggio al reparto e, nello stesso tempo, ricorda che i soccorsi furono il risultato di uno sforzo comune.
Il Grifone era quindi destinato a diventare il simbolo concreto di questa riconoscenza.
Il 10 agosto 1967: ottomila persone allo stadio per dire grazie
Poi arrivò il giorno della consegna del Grifone. Grosseto volle ringraziare gli aviatori davanti alla città, in modo tale che tutti potessero partecipare. La sera del 10 agosto 1967 lo stadio comunale si riempì per la manifestazione organizzata in occasione di San Lorenzo.
La mattina successiva, La Nazione raccontò quella serata con un titolo che diceva già tutto: “Tutta la città stretta intorno alla IV Aerobrigata”. E nel sottotitolo compariva un numero impressionante: ottomila persone allo stadio.

Il Telegrafo, sempre l’11 agosto, titolò invece: «Affollato lo Stadio Comunale per la consegna del Grifone».
Le pagine dei due giornali conservate nell’archivio di Fassari permettono oggi di ricostruire la cerimonia.
C’era il sindaco Renato Pollini. C’erano le autorità militari e civili, i rappresentanti della Pro loco e dell’Ente provinciale per il turismo. C’era la banda dell’Aeronautica Militare, protagonista di un concerto che accompagnò la serata.
E c’erano soprattutto i grossetani, uomini e donne che nove mesi prima avevano conosciuto la paura dell’acqua. Che avevano visto la propria città sconvolta, e che in quell’occasione tornarono a riunirsi sugli spalti per testimoniare la propria gratitudine.
Le fotografie mostrano tribune gremite. È difficile non immaginare che, fra quelle migliaia di persone, ci fosse anche chi aveva ricevuto aiuto direttamente dai militari dell’Aeronautica.
Non possiamo dare un nome a quei volti, ma le immagini testimoniano la partecipazione straordinaria della popolazione.
La stretta di mano fra Pollini e Colagiovanni
È forse questa la fotografia più importante dell’intero archivio: il sindaco Renato Pollini consegna il Grifone d’oro al colonnello Michele Colagiovanni, comandante della 4ª Aerobrigata.
I due uomini si stringono la mano: il comandante riceve il riconoscimento a nome del reparto.

Nelle immagini dell’epoca si vedono i sorrisi, gli ufficiali che assistono alla cerimonia e gli altri rappresentanti delle istituzioni. Dentro quella stretta di mano c’è il senso di una relazione che va ben oltre la presenza di una base militare sul territorio.
C’è un’amministrazione comunale che riconosce pubblicamente quanto sia stato importante il lavoro degli aviatori e dall’altra parte c’è un reparto che, in un momento di estrema difficoltà, ha dimostrato di sentirsi parte della comunità che lo ospita.
Il Telegrafo riferisce anche della risposta di Colagiovanni al sindaco. Il comandante espresse il sentimento di riconoscenza degli uomini dell’Aerobrigata per il premio ricevuto.
La consegna fu accompagnata dall’applauso della folla e dalla musica della banda dell’Aeronautica e la serata si trasformò ben presto in una festa cittadina.
Il Grifone d’oro, quella sera, ebbe un significato del tutto particolare: non celebrava infatti una carriera individuale o un risultato professionale, ma la solidarietà dimostrata nei confronti di una popolazione colpita dalla calamità.
Gli Starfighter in formazione, la banda e lo stadio gremito
La cronaca della serata restituisce anche il clima dell’epoca. Nel servizio pubblicato dalla Nazione compare una fotografia che mostra una formazione di F-104 Starfighter.
Erano gli aerei che caratterizzavano l’attività operativa della base grossetana in quegli anni, simbolo di un’Aeronautica che stava attraversando una fase di trasformazione tecnologica.
Ma non furono i velivoli a dominare il significato della cerimonia: quella sera gli uomini del Quarto non erano celebrati per la velocità dei loro aerei o per le capacità operative militari ma erano festeggiati per quanto avevano fatto per Grosseto.
Le fotografie mostrano inoltre la banda dell’Aeronautica sul palco, gli spettatori assiepati nelle tribune, le autorità e la grande partecipazione popolare.
Un evento che oggi, a quasi sessant’anni di distanza, appare ancora più significativo: era il modo con il quale una comunità sapeva dire grazie.
Le fotografie riemerse e la ricerca paziente di Aldo Fassari
Questa storia sarebbe rimasta in gran parte affidata alla memoria orale se non fosse stato per un lavoro di ricerca condotto negli archivi.
A recuperare e ricostruire la documentazione è stato Aldo Fassari, luogotenente dell’Aeronautica Militare in quiescenza, da sempre appassionato della storia del 4° Stormo.
Fassari arrivò a Grosseto nel giugno 1973. Non era quindi presente durante l’alluvione del 1966 e non pretende di raccontare come testimone diretto ciò che avvenne in quei giorni.

La sua ricostruzione nasce dai racconti dei militari che aveva conosciuto in servizio e che avevano vissuto quell’emergenza seguita, poi, dalla ricerca dei documenti: i giornali dell’epoca, gli album fotografici, i materiali conservati negli archivi della città.
Un lavoro non semplice, perché una parte delle testimonianze documentali è andata perduta o è stata danneggiata. Fra i ricordi più significativi c’è proprio quello di un album fotografico della Pro loco nel quale le immagini della premiazione erano state ritagliate per adattarle alle pagine.
Un piccolo particolare, che oggi racconta quanto possa essere complicato recuperare la memoria visiva del passato. Una fotografia tagliata, una didascalia scomparsa, un nome dimenticato. Ogni frammento che si riesce a ritrovare diventa prezioso.
Fassari ha continuato a cercare, mettendo insieme giornali, fotografie e testimonianze. La ricostruzione passa anche per Il Telegrafo e La Nazione dell’11 agosto 1967, due pagine che testimoniano l’importanza riservata dalla stampa locale alla consegna del Grifone.
E poi ci sono le immagini della cerimonia, nelle quali il volto di Colagiovanni torna a essere riconoscibile, accanto agli altri protagonisti di quella serata.
Dall’alluvione all’elisoccorso: una storia che attraversa le generazioni
Il rapporto fra Grosseto e il soccorso aereo non è terminato con l’emergenza del 1966. Nel tempo gli elicotteri e i loro equipaggi hanno continuato a rappresentare una risorsa importante per un territorio complesso, dove alle grandi distanze delle campagne si aggiungono le isole dell’Arcipelago Toscano e le aree difficili da raggiungere.
Un posto particolare nell’Aeronautica grossetana, l’ha occupato la 604ª Squadriglia, protagonista di molti interventi di soccorso nel corso della sua storia. Un’attività che racconta quanto la presenza degli elicotteri militari abbia rappresentato, per anni, un elemento importante del sistema dei soccorsi.
Successivamente, con lo sviluppo dell’elisoccorso sanitario, è arrivato anche il servizio Pegaso, diventato familiare ai cittadini della Maremma.
Si tratta di realtà differenti, con organizzazioni e funzioni che non vanno confuse. Ma esiste un filo conduttore che attraversa questi decenni: la possibilità di raggiungere rapidamente, dall’alto, chi si trova in una situazione di emergenza.
A Grosseto questo legame con il volo ha radici profonde. E la storia del 1966 ne rappresenta una delle testimonianze più significative.
Una città e il suo Quarto: sessant’anni dopo quel grazie è ancora vivo
Oggi sono passati sessant’anni dall’alluvione e quasi altrettanti da quella serata allo stadio. Grosseto è cambiata, sono cambiati gli aerei, le strutture militari, le tecnologie e l’organizzazione dei soccorsi.
Molti degli uomini che parteciparono a quelle operazioni non ci sono più. Eppure il loro gesto continua a parlare. Lo fa attraverso le fotografie, le cronache dei giornali, i racconti tramandati dai colleghi più giovani.
Lo fa attraverso quel Grifone d’oro che la città volle consegnare a chi, durante una delle sue ore più difficili, non si era tirato indietro. Ed è forse proprio questo il valore più grande del lavoro di Aldo Fassari: aver riportato alla luce una storia che non appartiene soltanto all’Aeronautica Militare, ma a tutta Grosseto.
Il 4 novembre 1966 non fu soltanto il giorno della grande alluvione ma fu anche il giorno in cui la città scoprì, una volta di più, di poter contare sugli uomini della sua base aerea. E il 10 agosto 1967, davanti a ottomila persone riunite allo stadio, Grosseto trovò il modo di dire grazie.
Un grazie che, sessant’anni dopo, non ha perso il suo significato.



