GROSSETO. Il problema non è soltanto quanti infermieri mancano oggi negli ospedali della Maremma. Il problema è quanti ce ne saranno domani, quanti continueranno a lavorare nei presidi periferici, quanti avranno ancora la forza e la motivazione per sostenere turni sempre più impegnativi e, soprattutto, quale organizzazione sanitaria sarà in grado di garantire assistenza a una popolazione che invecchia e vive in uno dei territori più vasti e meno densamente abitati della Toscana.
Perché dietro i numeri delle carenze di organico, che la stessa Asl Toscana sud est ha riconosciuto ufficialmente, si nasconde una questione ancora più profonda: il futuro della professione infermieristica e, con essa, quello degli ospedali e dell’assistenza territoriale maremmana.
A sollevarla è Luca Grechi, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Grosseto, che in un’intervista a MaremmaOggi richiama l’attenzione su un dato particolarmente significativo: l’età media degli infermieri, nel contesto professionale che descrive, ha ormai raggiunto i 52-53 anni. Un’età elevata per una professione che richiede un impegno fisico, organizzativo ed emotivo quotidiano, spesso distribuito su turni notturni, festivi e attività assistenziali particolarmente impegnative.
Ma c’è un’altra questione, strettamente collegata alle condizioni di lavoro, che sta alimentando il malcontento tra i dipendenti dell’Asl: le graduatorie per l’attribuzione delle DEP, i Differenziali economici di professionalità, sulle quali la Uil Fp ha raccolto contestazioni e chiesto formalmente chiarimenti all’azienda.
Nel frattempo, mentre prosegue la discussione sulla riorganizzazione degli ospedali, la nuova direzione generale guidata da Dario Rosini ha programmato la prosecuzione delle prestazioni aggiuntive fino alla fine dell’anno. E proprio da Massa Marittima e Orbetello arrivano, secondo il sindacato, alcuni segnali positivi. Una situazione complessa, nella quale carenze di personale, invecchiamento, riconoscimenti economici e futuro degli ospedali si intrecciano. E che merita di essere raccontata andando oltre le cifre.
L’Asl lo scrive nella delibera: infermieri e tecnici non bastano
Il punto di partenza è la deliberazione numero 1058 del 2026 dell’Asl Toscana sud est, firmata dal nuovo direttore generale Dario Rosini. Il provvedimento riguarda la programmazione della produttività aggiuntiva per novembre e dicembre, ma nelle premesse contiene un’affermazione che fotografa le difficoltà dell’azienda sanitaria.
Le carenze di personale infermieristico e tecnico sanitario non consentono di coprire tutte le esigenze assistenziali ordinarie con gli organici attualmente disponibili.
L’azienda segnala anche difficoltà nel reclutamento di medici in diverse discipline, tra le quali medicina d’urgenza, chirurgia generale, radiologia, anestesiologia, ortopedia e psichiatria. Ma il nodo infermieristico appare particolarmente delicato.
Per gli ultimi due mesi del 2026 l’Asl ha programmato complessivamente 15.762 ore di prestazioni aggiuntive, delle quali 7.503 destinate a fronteggiare carenze di organico e 8.259 al governo delle liste d’attesa.
Si tratta di ore riferite all’intera Asl Toscana sud est, che comprende le province di Grosseto, Siena e Arezzo, e non soltanto alla Maremma. Il tetto annuale complessivo per le prestazioni aggiuntive raggiunge invece i 20,07 milioni di euro, una cifra che rappresenta il limite di spesa programmato per il 2026 e non quanto sia stato necessariamente già utilizzato.
Il ricorso al lavoro aggiuntivo è uno strumento previsto dai contratti. Ma assume un significato particolare quando viene utilizzato anche per coprire esigenze assistenziali ordinarie che il personale in servizio non riesce a garantire.
Grechi: «L’età media degli infermieri è ormai oltre i 52-53 anni»
Per Luca Grechi, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Grosseto, è proprio questo il momento di allargare lo sguardo. Le carenze esistono e sono evidenti, ma il problema non può essere affrontato soltanto contando quanti posti risultano vacanti. «Noi abbiamo un’età media interna professionale che è oltre cinquantadue, cinquantatré anni», spiega Grechi.
Un dato che il presidente dell’OPI collega al rallentamento delle assunzioni e all’allungamento della vita lavorativa.
Il rischio è che la professione si trovi progressivamente a dover sostenere carichi assistenziali crescenti con un personale sempre più avanti negli anni. «Si inizia a parlare veramente di un gruppo professionale dove l’età media richiama attenzione da parte delle direzioni generali in termini di tutto, dal welfare alla qualità del lavoro, ai carichi del lavoro».
Grechi individua proprio nelle condizioni professionali uno degli aspetti sui quali le direzioni delle aziende sanitarie dovrebbero concentrare maggiormente l’attenzione.
Perché l’invecchiamento non riguarda soltanto il momento del pensionamento. Riguarda la capacità di sostenere il lavoro quotidiano, l’organizzazione dei turni, la qualità della vita e la possibilità di mantenere un livello adeguato di motivazione. E riguarda anche altre professioni sanitarie, alle prese con difficoltà analoghe.
Il dato dei 52-53 anni è riferito dal presidente dell’Ordine e richiede un confronto con le statistiche aggiornate del personale per essere tradotto in una misurazione aziendale o provinciale. Ma il problema che pone è chiaro: non basta assumere nuovi infermieri, bisogna anche creare le condizioni perché quelli già in servizio possano continuare a lavorare bene.
Gli infermieri che cambiano Asl: non c’è soltanto chi se ne va
Uno degli interrogativi emersi negli ultimi mesi riguarda il numero degli infermieri che scelgono di trasferirsi in altre aziende sanitarie. Un fenomeno che, secondo diverse segnalazioni raccolte, interessa anche la Toscana sud est.
Grechi, però, invita a evitare ricostruzioni troppo semplici. Il presidente dell’OPI, che svolge anche attività dirigenziale infermieristica all’ospedale di Careggi, spiega di aver osservato il sistema delle mobilità per motivi personali attivato in ambito regionale.
Dalla Toscana sud est arrivano richieste per spostarsi verso altre aziende. Ma ci sono anche professionisti che chiedono il percorso inverso. «Dalla sud est ci sono domande per uscire, ma ce ne sono altrettante che richiedono, per esempio, da Careggi di andare verso la sud est».
Secondo Grechi si verifica dunque una sorta di compensazione, almeno per questa specifica tipologia di mobilità. Un’osservazione importante, che impedisce di parlare genericamente di una fuga massiccia di infermieri senza conoscere il saldo effettivo tra ingressi e uscite. La mobilità, del resto, rappresenta soltanto una parte del fenomeno.
Per avere una fotografia completa servirebbe conoscere quanti infermieri abbiano lasciato l’Asl negli ultimi anni per pensionamento, dimissioni volontarie, trasferimenti o altre cause, e quanti siano stati effettivamente assunti nello stesso periodo. Sono numeri che l’azienda dovrebbe rendere disponibili, possibilmente suddivisi per presidio ospedaliero.
Fedeli, Uil Fp: «La carenza maggiore riguarda gli infermieri»
Sul tema interviene anche Luciano Fedeli, sindacalista della Uil Fp, che conferma una situazione di difficoltà strutturale. Secondo Fedeli, nell’Asl Toscana sud est la carenza infermieristica è cronica e rappresenta una delle maggiori criticità nella gestione del personale sanitario.
Il sindacalista distingue la situazione degli infermieri da quella dei medici, pur riconoscendo che anche tra questi ultimi esistono specialità nelle quali il reclutamento rimane problematico.
La questione assume caratteristiche particolari nei presidi periferici, dove organizzare i turni e garantire continuità nei servizi può diventare più complicato. Ma Fedeli sottolinea anche che le prestazioni aggiuntive rappresentano uno strumento concreto per sostenere le attività e intervenire sulle liste d’attesa.
E proprio su questo fronte segnala un cambiamento positivo nelle ultime settimane.
Massa Marittima e Orbetello, ripartono le prestazioni aggiuntive
Dopo aver verificato la situazione con i propri riferimenti territoriali, Fedeli riferisce che le prestazioni aggiuntive risultano regolarmente ripartite negli ospedali di Massa Marittima e Orbetello, con una programmazione che arriva fino alla fine dell’anno. Un segnale accolto favorevolmente dalla Uil Fp.
Il sindacalista evidenzia infatti che la prosecuzione delle attività aggiuntive può offrire una risposta anche sul fronte delle liste d’attesa, consentendo di mantenere o ampliare alcune prestazioni nei presidi periferici. Un giudizio positivo viene espresso anche sull’impostazione che il nuovo direttore generale Dario Rosini sembrerebbe voler dare al confronto sulla riorganizzazione delle chirurgie.
Secondo Fedeli, la nuova direzione mostra la volontà di affrontare la questione con un metodo maggiormente partecipato.
Si tratta di una valutazione sindacale, che dovrà trovare conferma negli atti e nelle decisioni dei prossimi mesi. Ma rappresenta comunque un elemento nuovo rispetto alle tensioni che hanno accompagnato la discussione sulla delibera 901 del 28 agosto.
La riorganizzazione della rete chirurgica resta infatti uno dei nodi più delicati della sanità maremmana. E il confronto con i territori, con i sindaci e con le rappresentanze del personale sarà decisivo per definire le funzioni future degli ospedali.
Gli ospedali periferici devono tornare attrattivi
Per Grechi la questione degli ospedali periferici non può essere affrontata soltanto attraverso la distribuzione dei reparti o delle prestazioni. Il problema principale è rendere questi presidi luoghi nei quali i professionisti abbiano motivazioni concrete per lavorare e costruire il proprio percorso professionale.
«Noi nella provincia di Grosseto abbiamo tanti ospedali periferici, dove è difficile avere attrattività, ma dove è più difficile mantenere anche un livello di motivazione lavorativa per chi ci lavora».
Il ragionamento è molto chiaro. La scelta di mantenere aperto un ospedale spetta alla Regione. Ma se un presidio deve continuare a funzionare, non può essere lasciato in una condizione di progressivo impoverimento professionale. «Se li tengo aperti devo prendermi carico di quelli che ci lavorano, non creare dei sistemi dove vengono abbandonati i professionisti».
Grechi propone quindi di lavorare sulla qualificazione delle attività, individuando per i piccoli ospedali funzioni specialistiche precise e riconoscibili.
È il modello dei cosiddetti focus hospital, presidi che sviluppano competenze e attività specifiche, all’interno di una rete sanitaria integrata. Non una semplice difesa dell’esistente, dunque, ma un progetto di organizzazione capace di valorizzare le strutture e i professionisti.
«Massa Marittima e Orbetello possono alleggerire Grosseto»
Il presidente dell’OPI entra anche nel merito delle attività chirurgiche. E porta un esempio concreto. Gli ospedali di Massa Marittima e Orbetello dispongono di sale operatorie che, secondo Grechi, potrebbero essere utilizzate per interventi appropriati alle loro caratteristiche organizzative, contribuendo ad alleggerire il carico del Misericordia.
In questo modo Grosseto potrebbe concentrare maggiori risorse sulle attività chirurgiche più complesse, comprese quelle robotiche. La proposta non riguarda un ritorno alla frammentazione della sanità ospedaliera. Al contrario, immagina una rete nella quale i diversi presidi abbiano funzioni definite e complementari.
Grechi richiama anche Castel del Piano e Pitigliano come strutture nelle quali individuare attività qualificanti, ricordando le precedenti esperienze sviluppate in alcuni ambiti assistenziali.
La riorganizzazione, secondo questa impostazione, dovrebbe quindi partire non soltanto dalla distribuzione delle prestazioni, ma anche dalla qualità del lavoro di chi dovrà garantirle.
Ed è un punto che si collega direttamente alla necessità di rendere gli ospedali periferici più attrattivi. Perché un presidio che possiede una funzione riconoscibile può offrire ai professionisti maggiori opportunità di specializzazione e di crescita.
Naturalmente, per trasformare questa impostazione in un progetto operativo occorrerebbe valutare organici, sicurezza, volumi di attività e caratteristiche delle singole strutture.
DEP, le progressioni economiche diventano un caso
Ma il futuro della professione infermieristica passa anche dal riconoscimento economico del lavoro. Ed è proprio su questo fronte che, nell’Asl Toscana sud est, si è aperta una controversia sindacale.
Al centro ci sono le DEP, i Differenziali economici di professionalità, introdotti dal contratto nazionale del comparto sanità per riconoscere, attraverso incrementi retributivi stabili, l’esperienza e la professionalità dei dipendenti.
Non si tratta di premi occasionali né di compensi per gli straordinari. Le DEP sono progressioni economiche attribuite mediante procedure selettive, sulla base di requisiti, criteri di valutazione e risorse disponibili. Non tutti i dipendenti che partecipano alla selezione hanno quindi automaticamente diritto al riconoscimento nello stesso anno.
Il problema denunciato dalla Uil Fp, però, riguarda proprio la correttezza delle procedure utilizzate per formare le graduatorie.
Secondo Luciano Fedeli, una prima graduatoria avrebbe contenuto errori importanti e anche nella seconda versione sarebbero rimaste anomalie. Il sindacato ha raccolto segnalazioni da diversi dipendenti e le ha inoltrate formalmente all’azienda, chiedendo una verifica.
«Graduatorie con errori, abbiamo chiesto di rivederle»
Fedeli ricostruisce una vicenda che, a suo giudizio, avrebbe dovuto essere gestita con maggiore attenzione. Dopo la pubblicazione di una prima graduatoria, ritenuta dal sindacato non corretta, ne sarebbe stata elaborata una seconda, ma anche in quest’ultima, secondo la Uil Fp, sarebbero presenti problemi relativi alle posizioni di alcuni dipendenti.
Fedeli segnala inoltre un aspetto procedurale: a suo dire non sarebbe stato previsto un periodo chiaramente indicato per presentare osservazioni o contestazioni dopo la pubblicazione della graduatoria.
Una possibilità che, secondo il sindacalista, normalmente viene garantita nelle procedure selettive per consentire agli interessati di chiedere verifiche e rettifiche. Non solo. Alcuni dipendenti che avrebbero comunque presentato osservazioni non avrebbero ricevuto risposta dall’azienda, secondo quanto riferisce Fedeli.
La Uil Fp ha quindi raccolto le segnalazioni e ha chiesto formalmente chiarimenti.
È una contestazione precisa, che riguarda la trasparenza della procedura e la correttezza delle attribuzioni. Non significa che tutte le anomalie denunciate siano state accertate, né che siano state dimostrate assegnazioni illegittime. Per verificarlo occorre acquisire gli avvisi, entrambe le graduatorie e i provvedimenti di attribuzione, ma il fatto che il sindacato abbia formalizzato le richieste apre una questione che l’azienda dovrà chiarire.
Le DEP sono già state pagate. E chi è rimasto fuori?
C’è poi un altro elemento che rende delicata la situazione. Secondo Fedeli, i dipendenti inseriti in posizione utile nelle graduatorie hanno già ricevuto il riconoscimento economico, presumibilmente con la mensilità di ottobre.
Il problema riguarda quindi anche le eventuali correzioni successive. Se venisse accertato che alcuni dipendenti sono stati esclusi a causa di errori nei punteggi o nell’applicazione dei criteri, bisognerebbe individuare le modalità per riconoscere loro quanto effettivamente spettante.
La Uil Fp ha chiesto un confronto all’azienda proprio per verificare le segnalazioni e trovare una soluzione alle eventuali situazioni irregolari.
Al momento non è noto il numero dei lavoratori interessati dalle contestazioni, né quanti eventuali errori possano essere confermati. Non è possibile neppure stabilire, sulla base delle sole dichiarazioni sindacali, se le risorse economiche disponibili siano sufficienti per ulteriori attribuzioni.
Quello che emerge è comunque un problema concreto di fiducia nella procedura. Perché quando una progressione economica dipende da graduatorie e punteggi, la trasparenza dei criteri e la possibilità di verificarne l’applicazione diventano elementi essenziali.
Il precedente giudiziario sulle DEP
La questione non nasce soltanto con le contestazioni delle ultime settimane. Nel giugno scorso Nursing Up aveva reso noto l’esito favorevole di una vertenza davanti al Tribunale di Grosseto relativa al riconoscimento delle DEP a una lavoratrice dell’Asl Toscana sud est. Secondo quanto riferito dal sindacato, il giudice aveva riconosciuto le ragioni della dipendente, che era stata esclusa dalla progressione economica. Il procedimento era stato seguito dall’avvocato Domenico Casoria.
È un precedente significativo, ma che deve essere letto con cautela. Non sono ancora disponibili, nella documentazione esaminata, il testo integrale della decisione e le motivazioni dell’esclusione contestata. Non sappiamo quindi se la vicenda riguardasse gli stessi criteri o la medesima annualità delle graduatorie oggi contestate dalla Uil.
Non è possibile estendere automaticamente la decisione giudiziaria ad altri dipendenti.
Resta però il fatto che il riconoscimento delle progressioni economiche è già stato oggetto di una controversia arrivata davanti a un giudice. E questo rende ancora più importante chiarire le modalità con le quali vengono valutate le domande e attribuiti i punteggi.
Quanti infermieri hanno ottenuto le progressioni?
Un altro elemento utile arriva dal Conto annuale del personale 2024 dell’Asl Toscana sud est. Secondo i dati aziendali, nell’intero comparto risultavano 4.915 dipendenti con i requisiti per partecipare alle progressioni economiche, a fronte di 2.073 progressioni registrate.
Una differenza di 2.842 posizioni.
Il dato riguarda l’intero comparto sanitario, non soltanto gli infermieri. E soprattutto non significa che 2.842 lavoratori avessero diritto a somme non pagate. Le progressioni sono infatti selettive e il numero delle attribuzioni dipende dalle risorse disponibili e dai criteri contrattuali.
Il dato dimostra però quanto la procedura riguardi una platea ampia di dipendenti e quanto sia importante garantirne la trasparenza. P
Una Maremma anziana, con distanze enormi e costi maggiori
La discussione sugli infermieri non può essere separata dalle caratteristiche della provincia di Grosseto. Ed è un altro dei temi sui quali Grechi insiste particolarmente. La Maremma è un territorio vastissimo, con centri abitati distanti tra loro, una popolazione anziana e molte comunità che vivono lontano dai principali ospedali.
Garantire assistenza domiciliare a Roccalbegna o all’isola del Giglio, osserva il presidente dell’OPI, presenta difficoltà organizzative ben diverse rispetto a quelle di una città densamente popolata.
I tempi di percorrenza, la dispersione degli abitanti e la necessità di mantenere presidi e servizi distribuiti sul territorio producono costi che non possono essere valutati soltanto in rapporto al numero dei residenti. «Noi abbiamo dei costi fissi negli ospedali, nell’assistenza domiciliare che devono essere tenuti in considerazione dalla Regione».
È un passaggio importante. Perché se la distribuzione delle risorse sanitarie non tiene conto delle caratteristiche geografiche e demografiche, i territori più periferici rischiano di trovarsi strutturalmente penalizzati. E in Maremma questo problema è aggravato dall’invecchiamento della popolazione.
Le persone vivono più a lungo, ma gli anni aggiuntivi comportano spesso bisogni assistenziali complessi, legati a malattie croniche, fragilità e perdita dell’autonomia. Una domanda sanitaria che non può essere soddisfatta soltanto aumentando il numero dei posti letto ospedalieri.
L’assistenza territoriale e il problema delle dimissioni
Grechi richiama anche una trasformazione che riguarda direttamente la vita quotidiana di molte famiglie. Sempre più spesso, spiega, il bisogno delle persone non è soltanto sanitario, ma anche sociale. Il problema emerge soprattutto quando un paziente deve essere dimesso dall’ospedale e non esiste una rete familiare o territoriale in grado di garantirgli un’assistenza adeguata.
È in questi passaggi che il sistema rischia di mostrare tutte le proprie fragilità.
Per il presidente dell’OPI occorre quindi costruire i servizi partendo dai bisogni effettivi delle persone, integrando ospedali, Case della comunità, strutture intermedie e assistenza domiciliare.
Una prospettiva particolarmente importante in provincia di Grosseto, dove la presenza di anziani soli e le grandi distanze rendono complessa anche la gestione delle situazioni che non richiedono necessariamente un ricovero ospedaliero. Non si tratta quindi soltanto di decidere quanti ospedali mantenere o quali interventi chirurgici effettuare nei diversi presidi. Si tratta di costruire una rete che accompagni le persone anche prima e dopo l’accesso all’ospedale.
Infermieri di famiglia e di comunità, una possibile risposta
In questo contesto Grechi individua un ruolo particolarmente importante negli infermieri di famiglia e di comunità. Secondo il presidente dell’Ordine, nel Grossetano esiste già un’organizzazione territoriale che prevede figure infermieristiche di riferimento per le diverse aree. Un modello che può essere ulteriormente valorizzato.
L’infermiere di famiglia e di comunità, nell’ambito delle proprie competenze, può contribuire alla gestione dei bisogni assistenziali, al monitoraggio delle persone fragili e all’orientamento verso i servizi più appropriati. Una presenza che può aiutare soprattutto gli anziani a non sentirsi soli davanti a un sistema sanitario sempre più complesso e che, se adeguatamente organizzata e sostenuta, può anche ridurre una parte degli accessi impropri ai pronto soccorso.
Perché quando una persona non trova una risposta sul territorio, spesso finisce per rivolgersi all’unico servizio che sa essere disponibile giorno e notte: il pronto soccorso, ma anche questa prospettiva richiede infermieri. Ed è qui che il ragionamento torna al punto di partenza.
La nuova direzione Rosini davanti a una sfida che riguarda tutta la Maremma
Dario Rosini si è insediato alla guida dell’Asl Toscana sud est il 12 ottobre, subentrando a Marco Torre. Conosce l’azienda, nella quale ha già ricoperto incarichi importanti, anche nella gestione delle risorse umane. Si trova ora ad affrontare una serie di questioni strettamente collegate: il reclutamento del personale, la riorganizzazione delle chirurgie, il funzionamento degli ospedali periferici, le liste d’attesa, la sanità territoriale e le relazioni sindacali.
Le carenze di personale non sono nate con il suo arrivo, così come non sono nuove le difficoltà dei presidi periferici, ma la nuova direzione dovrà decidere come affrontarle.
Le prestazioni aggiuntive programmate fino alla fine dell’anno rappresentano uno strumento per sostenere le attività nell’immediato. E la loro ripresa a Massa Marittima e Orbetello, segnalata dalla Uil, costituisce un elemento positivo. Da sola, però, la produttività aggiuntiva non può risolvere un problema strutturale di organici.
Allo stesso modo, una riorganizzazione degli ospedali potrà funzionare soltanto se accompagnata da personale sufficiente, funzioni definite e condizioni professionali adeguate.
Quanto alle DEP, le contestazioni sindacali richiedono verifiche puntuali e risposte documentate. Sono questioni diverse, ma fanno tutte parte dello stesso problema: rendere sostenibile e attrattivo il lavoro nella sanità pubblica.
Non basta trovare infermieri. Bisogna anche dare loro un futuro
Alla fine, dalla delibera aziendale, dall’intervista a Luca Grechi e dalle dichiarazioni di Luciano Fedeli emerge un quadro che non può essere ridotto a una semplice richiesta di nuove assunzioni. Gli infermieri mancano, ma quelli che lavorano in Maremma hanno anche un’età media elevata, secondo la valutazione del presidente dell’Ordine.
Gli ospedali periferici devono essere messi nelle condizioni di attrarre professionisti, non soltanto di trattenere quelli già presenti.
Le progressioni economiche devono essere gestite con criteri chiari, verificabili e applicati correttamente.
E l’assistenza territoriale deve diventare una risposta concreta alle esigenze di una popolazione che invecchia, vive spesso lontano dai principali centri sanitari e ha bisogno di servizi sempre più integrati.
Restano aperte molte domande.
Quanti infermieri mancano realmente nei singoli ospedali maremmani? Quanti andranno in pensione nei prossimi anni? Quanti professionisti entrano ed escono ogni anno dall’azienda? Quali saranno le funzioni effettive dei presidi periferici? E come verranno risolte le contestazioni sulle DEP?
Sono numeri e risposte che servono per valutare seriamente il futuro della sanità maremmana, perché il rischio non è soltanto quello di avere meno professionisti disponibili. È quello di progettare nuovi servizi, riorganizzare ospedali, aprire Case della comunità e ampliare l’assistenza domiciliare senza aver prima costruito le condizioni perché ci siano persone sufficienti e motivate a far funzionare tutto questo.
La sanità della Maremma non si misura soltanto contando ospedali, reparti e posti letto. Si misura anche nelle condizioni di chi, ogni giorno, deve garantire assistenza ai cittadini.
E se gli infermieri sono una delle colonne portanti del sistema, il loro futuro non può continuare a essere considerato un problema secondario.




