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«Collusi con l’industria», Monica Faenzi a processo per diffamazione: la Procura aveva chiesto due volte l’archiviazione

L’ex parlamentare citata a giudizio dopo la denuncia di cinque ex sindaci e dell’attuale prima cittadina di Scarlino. Il gip ha respinto entrambe le richieste di archiviazione: la prima udienza a febbraio
Monica Faenzi

GROSSETO. Una parola pronunciata durante una cena elettorale, un video pubblicato su Facebook e una battaglia giudiziaria che, dopo oltre due anni, arriva davanti al tribunale. Monica Faenzi, ex parlamentare ed ex sindaca di Castiglione della Pescaia, è stata citata a giudizio con l’accusa di diffamazione aggravata nei confronti di cinque ex sindaci di Scarlino e dell’attuale prima cittadina, Francesca Travison.

A firmare il decreto di citazione a giudizio è stato il sostituto procuratore Mauro Lavra, che ha fissato la prima udienza predibattimentale per il 5 febbraio 2027, alle 9, davanti al tribunale di Grosseto.

È l’ultimo passaggio di una vicenda che ha attraversato due campagne elettorali, quella di Scarlino e quella di Follonica, e che arriva in aula dopo che la Procura aveva chiesto per due volte l’archiviazione del procedimento. In entrambe le occasioni però, il giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna ha accolto le obiezioni delle persone offese, arrivando nel luglio scorso a ordinare la formulazione dell’imputazione.

Al centro di tutto c’è una parola, «collusi», utilizzata da Faenzi per descrivere i rapporti tra le precedenti amministrazioni comunali di Scarlino e le industrie del territorio.

La frase durante la cena elettorale: «I sindaci sono diventati collusi»

Tutto comincia il 17 maggio 2024, quando Monica Faenzi, allora candidata alla carica di sindaca di Scarlino, partecipa a una cena elettorale organizzata a sostegno di Matteo Buoncristiani, candidato sindaco a Follonica.

Durante il suo intervento, parlando delle amministrazioni che si erano succedute a Scarlino e dei rapporti con il mondo industriale, Faenzi pronuncia la frase che le è costata l’apertura del fascicolo in Procura: «Tutti i sindaci di Scarlino in qualche modo hanno perso immediatamente il ruolo di controllore e sono diventati collusi con, purtroppo, l’industria del territorio. Questo a me non capiterà».

L’intervento viene ripreso in un video che, il giorno successivo, 18 maggio 2024, viene pubblicato su Facebook. Le immagini circolano rapidamente, vengono riprese anche dalla stampa locale e provocano la reazione degli amministratori chiamati in causa.

Secondo quanto ricostruito dalle persone offese, Faenzi avrebbe successivamente rivendicato il significato delle proprie dichiarazioni nel dibattito pubblico seguito alla diffusione del video.

A ritenersi diffamati sono Flavio Agresti, Maurizio Bizzarri, Fabio Fedeli, Alduvinca Meozzi e Marcello Stella, tutti ex sindaci di Scarlino, insieme all’attuale sindaca Francesca Travison.

Assistiti dall’avvocato Paolo Bastianini, nel luglio 2024 presentano un esposto alla Procura di Grosseto, ritenendo che quelle parole non rappresentino una semplice critica politica, ma un’accusa capace di mettere in discussione la loro integrità personale e amministrativa.

La prima richiesta di archiviazione e il giudice che dispone nuove indagini

Il primo passaggio giudiziario si conclude con una richiesta di archiviazione da parte della Procura, che non ritiene sussistenti i presupposti per procedere penalmente nei confronti dell’ex parlamentare.

Le persone offese, però, si oppongono.

È soprattutto il significato attribuito alla parola «collusi» a diventare oggetto del confronto tra le parti. Gli amministratori richiamano anche le definizioni del vocabolario Treccani, sostenendo che il termine evochi accordi illeciti, interessi nascosti e comportamenti incompatibili con la correttezza di chi ricopre incarichi pubblici.

Il 20 maggio 2025 il giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna accoglie la richiesta di approfondire la vicenda, disponendo ulteriori accertamenti.

Nell’ordinanza il giudice considera il termine utilizzato «obiettivamente offensivo», proprio per il suo richiamo a collegamenti illeciti e ad ambienti malavitosi, e osserva come l’accostamento all’industria del territorio possa evocare comportamenti di favore da parte degli amministratori pubblici.

Secondo questa lettura, una critica politica alla gestione del territorio e alla mancanza di controlli avrebbe potuto trasformarsi, attraverso quella specifica espressione, in un’offesa gratuita all’integrità personale dei soggetti accusati.

Il gip dispone quindi l’acquisizione del video del 17 maggio 2024 e l’audizione della persona che lo aveva realizzato, assegnando novanta giorni per completare gli accertamenti.

La Procura chiede ancora l’archiviazione, stavolta per la tenuità del fatto

Dopo gli approfondimenti, la Procura torna a chiedere l’archiviazione, questa volta richiamando la particolare tenuità del fatto.

Una motivazione diversa rispetto alla precedente, che non convince gli amministratori di Scarlino.

Attraverso l’avvocato Bastianini, i sei presentano una seconda opposizione, sostenendo che l’accostamento di persone impegnate nell’amministrazione pubblica a rapporti di collusione con interessi illeciti non possa essere considerato un’offesa di scarsa gravità.

Il confronto arriva nuovamente davanti al gip, che tiene l’udienza camerale il 25 giugno 2026.

Il gip: «Non è un’offesa di speciale tenuità»

È il 20 luglio 2026 che la vicenda imbocca la strada verso il processo. Con una nuova ordinanza, il giudice Marco Mezzaluna respinge anche la seconda richiesta di archiviazione e dispone che il pubblico ministero formuli l’imputazione nei confronti di Monica Faenzi per diffamazione aggravata.

Il ragionamento del giudice è articolato e riguarda tanto il contenuto dell’espressione quanto il contesto in cui è stata pronunciata e successivamente diffusa.

Per il gip, la frase non può essere considerata di speciale tenuità, sia per il suo significato oggettivo sia per la posizione dei destinatari, amministratori pubblici la cui onorabilità risulta potenzialmente compromessa dal riferimento a rapporti con la criminalità.

Nell’ordinanza si legge che l’espressione evoca rapporti «quantomeno compiacenti, se non addirittura strutturati, con la criminalità organizzata».

Il giudice affronta anche un altro aspetto decisivo: la diffusione della dichiarazione attraverso Facebook.

Il filmato, infatti, non era rimasto confinato alla cena elettorale, ma era stato pubblicato sulla piattaforma e poteva essere visualizzato e condiviso da un numero indeterminato di persone.

Il gip richiama la giurisprudenza della Cassazione sulla diffamazione attraverso i social network, rilevando che la diffusione online può integrare l’aggravante della pubblicità prevista dal terzo comma dell’articolo 595 del codice penale.

È sulla base di queste valutazioni che dispone l’imputazione coatta, ordinando al pubblico ministero di procedere.

Il decreto della Procura: Monica Faenzi citata a giudizio il 5 febbraio

Il nuovo passaggio è contenuto nel decreto di citazione a giudizio emesso dalla Procura di Grosseto il 28 settembre 2026.

Il sostituto procuratore Mauro Lavra, dando esecuzione all’ordinanza del gip, contesta a Monica Faenzi, difesa dall’avvocato Christian Sensi, il reato previsto dall’articolo 595, terzo comma, del codice penale.

Nell’imputazione si legge che l’ex parlamentare, pubblicando un video su Facebook, avrebbe offeso l’onore degli amministratori di Scarlino definendoli «collusi con, purtroppo, l’industria del territorio», così alludendo e lasciando intendere che avessero esercitato la loro funzione per finalità diverse da quelle pubbliche e con provvedimenti influenzati dalle esigenze delle attività produttive.

La contestazione comprende l’aggravante della diffusione attraverso uno strumento diverso dalla stampa tradizionale. L’udienza è fissata per il prossimo febbraio. 

 

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