SCANSANO. «Ma io dove vado e con chi, se qui chiude?». È la domanda che un ospite della Rsa San Giovanni di Scansano ha rivolto a un operatore dopo aver appreso della possibile chiusura della struttura.
Una domanda che racchiude tutta la paura di chi rischia di perdere non soltanto un posto dove vivere, ma anche i propri punti di riferimento, le abitudini quotidiane e le persone che da anni si prendono cura di lui.
A raccontare questa situazione è un’infermiera che lavora nella Rsa San Giovanni che abita a Scansano, che ha deciso di scrivere una lettera per richiamare l’attenzione su un aspetto della vicenda che è stato finora sottovalutato: quello umano, relazionale ed emotivo.
La prospettiva della chiusura della casa di riposo ha aperto interrogativi sul futuro dell’immobile, sui costi di adeguamento e sulle soluzioni alternative. Ma l’infermiera invita tutti, a partire da chi dovrà prendere le decisioni, a guardare la questione dalla parte degli anziani.
«Immaginate di scoprire dal giornale che la vostra casa chiuderà»
La lettera comincia con un invito a immedesimarsi nelle persone direttamente coinvolte.
«Immaginate di essere il figlio di un ospite di una casa di riposo – scrive – e mentre prendete un caffè al bar leggete il giornale e venite a conoscenza della probabile chiusura della struttura in cui vostro padre o vostra madre vive».
Poi l’attenzione si sposta su chi abita nella Rsa. «Immaginate di essere un ospite di una struttura, un ospite giovane, attivo sui social, e di venire a conoscenza da un articolo pubblicato su Facebook della chiusura della struttura in cui vivi», prosegue.
Infine, la domanda rivolta a chi lavora ogni giorno accanto agli anziani.
«Immaginate di essere un operatore di quella struttura a cui quello stesso ospite viene e chiede: ma io dove vado e con chi se qui chiude?».
È da queste tre prospettive che nasce la riflessione: quella dei familiari, quella degli ospiti e quella dei lavoratori.
Persone che avrebbero dovuto essere coinvolte e informate per tempo sulle possibili conseguenze delle decisioni riguardanti la struttura.
«Lo stabile cade a pezzi? Ma da quanto tempo si sapeva?»
Nella lettera non viene negato il problema delle condizioni dell’edificio né quello delle risorse necessarie per un eventuale intervento di ristrutturazione.
L’infermiera, però, si domanda perché si sia arrivati a questo punto.
«Lo stabile di Scansano cade a pezzi? Ok, sono anni che cade a pezzi e sembra di cadere dalle nuvole oggi. Passi. Lo stabile non è a norma? Ok. Passi. Costa troppo ristrutturarlo? Ok. Passi. Ma questa cosa da quanto i vertici la sapevano? E da quanto è stato detto di cercare una valida soluzione?», si domanda e domanda.
La lavoratrice richiama anche la vicenda della vendita della farmacia comunale a un privato, che nella sua ricostruzione era stata accompagnata dalla prospettiva di realizzare una nuova Rsa.
Oggi, osserva, quella promessa non si è tradotta nell’inaugurazione di una nuova casa per gli anziani.
E restano molti interrogativi ancora senza risposta.
Il futuro dei lavoratori e i costi per le famiglie
La preoccupazione riguarda anche ciò che potrebbe accadere dopo l’eventuale chiusura.
Nella lettera vengono sollevate domande sui tempi del trasferimento, sulle possibilità occupazionali per il personale e sulle condizioni contrattuali che potrebbero essere proposte.
Ma c’è anche il problema delle famiglie, che potrebbero trovarsi ad affrontare condizioni economiche differenti da quelle attuali.
L’infermiera chiede perché, anche nell’ipotesi in cui non fosse stato possibile individuare soluzioni alternative, non si sia provveduto a informare per tempo tutte le persone coinvolte.
La sua è una richiesta di chiarezza, accompagnata da una critica al modo in cui è stata gestita la comunicazione della vicenda.
«Gli ospiti non sono numeri, non sono pacchetti postali»
È però quando la lettera torna a parlare degli anziani che il tono diventa più intenso.
«Gli ospiti non sono numeri, non basta dire “li mettiamo lì”, non sono pacchetti postali, sono prima di tutto persone e nello specifico sono persone fragili, che andrebbero tutelate».
Il trasferimento da una casa di riposo a un’altra non è soltanto una questione organizzativa.
Significa cambiare ambienti, persone, ritmi, relazioni. Significa lasciare luoghi familiari e affrontare un nuovo percorso di adattamento, che può essere particolarmente delicato per persone anziane e fragili.
L’infermiera richiama il lavoro quotidiano degli operatori, spiegando che assistere una persona non significa soltanto somministrare farmaci o garantire visite mediche.
«Parlo di cura, di amore, di comprensione, perché sono persone che hanno dei bisogni e lì dentro tutti coloro che lavorano fanno il possibile per rispondere e per soddisfare quei bisogni», scrive.
È questa dimensione della cura, fatta anche di fiducia e vicinanza, che la lavoratrice teme possa andare perduta.
La Festa dell’Uva, le sagre e la pizza a Pancole: una casa dentro la comunità
C’è un altro passaggio della lettera che racconta quanto la Rsa San Giovanni sia legata alla vita di Scansano.
Gli ospiti non trascorrono le giornate soltanto all’interno della struttura ma partecipano alla vita del paese, prendono parte alle iniziative e mantengono relazioni con la comunità.
L’infermiera ricorda il carro alla Festa dell’Uva, i pranzi alle sagre, le colazioni al bar, il mercatino alle Cascine e la pizza a Pancole.
Piccoli e grandi momenti di quotidianità che, messi insieme, rappresentano una parte importante della vita degli ospiti.
Dietro ciascuna di queste esperienze c’è anche il lavoro degli operatori, impegnati a mantenere vivo il rapporto tra la casa di riposo e il territorio.
È un patrimonio di relazioni che non può essere misurato soltanto attraverso i costi di gestione o le caratteristiche dell’edificio.
«Non chiude una Rsa, chiude una casa»
La conclusione della lettera è un appello a cambiare prospettiva. «Basta parlare di soldi e di normativ – scrive – almeno per un attimo prima di chiudere provate a pensare in termini di mani che aiutano, di sorrisi, di vita di comunità».
L’infermiera chiede di guardare alle persone prima ancora che ai problemi amministrativi e strutturali.
«Provate a pensare che non chiude una struttura, non chiude una Rsa, chiude qualcosa di molto più grande, chiude una casa», afferma.
E torna sulle promesse di una nuova sede: «Sono anni che le amministrazioni comunali promettono una nuova casa, eppure oggi siamo qui non a inaugurare una nuova casa, ma a pensare a un trasferimento a casa di altri».
La lettera si chiude con una considerazione che racchiude il senso dell’intervento.
«Esisterà una nuova struttura ma non si chiamerà Rsa San Giovanni, e non sarà la stessa cosa».
Perché una casa non è fatta soltanto di muri, stanze e servizi. È fatta anche delle persone che la abitano, di chi se ne prende cura e delle relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno.
Ed è proprio questo che l’infermiera di Scansano chiede di non dimenticare quando si deciderà il futuro della Rsa San Giovanni.




