GROSSETO. Da una parte c’è un uomo condannato all’ergastolo che ha chiesto di utilizzare il tempo che trascorrerà in carcere per provare a comprendere fino in fondo quello che ha fatto, assumersi la responsabilità del delitto commesso e intraprendere un percorso che possa renderlo, un giorno, una persona diversa da quella che è entrata in una cella. Dall’altra c’è una famiglia alla quale è stato strappato un marito, un padre, un figlio. E c’è soprattutto un padre che a quel percorso si è opposto e che, ricevuta la notifica della decisione dei giudici, non riesce a vedere in quel provvedimento un’occasione di recupero, ma soltanto un’altra ferita che si aggiunge a quelle che porta con sé dall’omicidio di suo figlio.
«Un’offesa per noi tutti. Un vero dolore», dice Aldo Eduardo Aguero, padre di Nicolas Mathias Del Rio.

È dentro questa distanza, difficile forse persino da colmare con gli strumenti del diritto, che si inserisce la decisione presa dalla Corte d’Assise di Grosseto e notificata oggi, martedì 6 ottobre.
Il presidente Sergio Compagnucci, la giudice Agnieska Karpinska e i giudici popolari hanno infatti accolto la richiesta presentata da Klodjan Gionj, reo confesso dell’omicidio del corriere per sempre quarantenne, consentendogli di accedere a un programma di giustizia riparativa.
Una decisione destinata inevitabilmente a far discutere, ma che deve essere letta per quello che effettivamente significa: Gionj resta condannato all’ergastolo e l’ammissione al percorso non comporta, di per sé, alcuno sconto della pena. Gli viene riconosciuta invece la possibilità di intraprendere, durante la detenzione, un percorso di responsabilizzazione e rieducazione che guarda anche alla prevenzione futura.
A decidere gli stessi giudici che lo hanno condannato all’ergastolo
C’è un elemento che rende particolarmente significativa la decisione: ad accogliere la richiesta di Gionj sono stati gli stessi giudici che lo hanno condannato all’ergastolo per l’omicidio di Del Rio.
La Corte non ha quindi rimesso in discussione né la gravità del delitto né la pena inflitta, ma ha ritenuto che all’interno dell’esecuzione di quella stessa pena possano esserci gli spazi per un percorso che consenta al condannato di confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni e di acquisire una consapevolezza diversa rispetto al crimine commesso.

È probabilmente questo il passaggio più difficile da comprendere fuori dalle aule di giustizia, soprattutto quando dall’altra parte ci sono persone che continuano a vivere ogni giorno le conseguenze di quel delitto.
La giustizia riparativa non significa perdono, così come non cancella una sentenza e non restituisce automaticamente la libertà a chi è stato condannato. E, soprattutto, non può riparare ciò che non è più possibile riparare.
Nicolas Mathias Del Rio non tornerà dalla sua famiglia.
Ed è proprio da questa certezza che nasce la durissima opposizione dei suoi familiari.
Il padre di Del Rio: «Il più efferato degli omicidi»
Aldo Eduardo Aguero aveva già manifestato tutta la propria contrarietà durante l’udienza celebrata una settimana fa al tribunale di Grosseto, quando la Corte aveva affrontato la richiesta avanzata dalla difesa di Gionj. La stessa posizione era stata espressa dalle altre parti civili, compresi la moglie e il figlio della vittima.

Uno dei temi sollevati era stato quello della possibile vittimizzazione secondaria, cioè il rischio che il percorso intrapreso dall’autore del delitto potesse produrre ulteriore sofferenza in chi quel crimine lo aveva già subito nelle sue conseguenze più devastanti.
Ora che la decisione è arrivata, Aguero non nasconde la rabbia e l’amarezza.
«Ritengo vergognoso che questa riforma non differenzi i rei – dice – Chi fa una rapina o un furto non può considerarsi alla stregua di un feroce assassino, come in questo caso».
Per il padre di Del Rio è soprattutto il tempo trascorso dall’omicidio a rendere ancora più difficile accettare la decisione.
«Questo è stato il più efferato degli omicidi e dopo solo sei mesi, con tutti i pareri negativi delle parti offese e dei pm – dice – è inaccettabile riconoscere dei benefici a questo individuo».
C’è poi un altro aspetto sul quale Aguero continua a insistere e che, dal suo punto di vista, rende ancora più difficile accettare il percorso appena autorizzato. Secondo il padre della vittima, infatti, Gionj non avrebbe contribuito fino in fondo a chiarire tutti i passaggi della vicenda.
«Non ha aiutato a capire come la vicenda abbia avuto inizio e come sia finita – aggiunge – Un’offesa per noi tutti. Un vero dolore».
Per la Corte il no della famiglia non può impedire il percorso
I giudici della Corte d’assise hanno però valutato diversamente i presupposti giuridici della richiesta e hanno ritenuto che Gionj possa essere ammesso al programma di giustizia riparativa.
Uno dei nodi affrontati riguarda proprio il rischio di vittimizzazione secondaria indicato dalle parti civili. Secondo la valutazione della Corte, nelle condizioni attuali quel pericolo non impedisce l’accesso al percorso anche perché i familiari di Del Rio hanno già dichiarato di non voler partecipare.

La loro scelta resta pienamente rispettata: nessuno potrà obbligarli a incontrare Gionj o a prendere parte a un percorso che non vogliono affrontare. Allo stesso tempo, però, secondo i giudici quella scelta non può trasformarsi nella possibilità di precludere al condannato l’accesso a uno strumento previsto dall’ordinamento.
Ed è proprio a questo incrocio che le strade si dividono e che la giustizia deve affrontare uno dei nodi più delicati: come tutelare fino in fondo chi ha subito un delitto senza rinunciare alla funzione rieducativa della pena nei confronti di chi quel delitto lo ha commesso.
Sono due piani diversi, che in questo caso sembrano quasi inconciliabili. La Corte ha deciso però che possono e devono restare separati.
La confessione e quella somma destinata alla famiglia
Nella decisione sono entrati anche alcuni elementi relativi al comportamento tenuto da Gionj.
L’uomo ha confessato l’omicidio e ha inoltre messo a disposizione una somma di denaro, seppure modesta, destinata alla moglie e al figlio di Nicolas. Un gesto che non ha comunque modificato la posizione dei familiari della vittima, che hanno mantenuto la loro contrarietà all’avvio del programma.
La Corte è consapevole che il dolore della famiglia non possa essere cancellato e che nessun percorso intrapreso dall’uomo condannato per l’omicidio possa restituire ciò che è stato tolto. Ha però ritenuto che questo non impedisca di offrire a Gionj la possibilità di utilizzare il tempo della detenzione per confrontarsi con la responsabilità di quello che ha fatto.
Non si tratta quindi di dimenticare il delitto, ma, nella logica dell’istituto, esattamente del contrario: costringere chi lo ha commesso a fare i conti con le sue conseguenze.
Ora il percorso passerà da Firenze
Con la decisione della Corte, la prima per il tribunale di Grosseto, si apre adesso la fase concreta.
Il percorso farà riferimento alla struttura competente per la giustizia riparativa a Firenze e sarà l’avvocata Federica Putignano, che assiste Gionj, a seguirlo nei prossimi passaggi, con l’intenzione di accompagnare il proprio assistito in un cammino che possa essere affrontato con serietà e non ridursi a un mero adempimento formale.
Perché essere ammesso alla giustizia riparativa è soltanto il primo passaggio. Da questo momento dovrà essere valutato ciò che Gionj sarà realmente disposto a fare, quale consapevolezza riuscirà a maturare rispetto all’omicidio e quale sarà l’esito del percorso.
Dal carcere, intanto, il condannato ha già manifestato la volontà di impiegare diversamente il tempo della detenzione. Ha chiesto di poter lavorare, possibilità che fino a questo momento non gli è stata concessa, e ha anche espresso la volontà di iscriversi all’università e studiare Economia.
Sono elementi che dovranno essere valutati nel tempo e che potranno contribuire a misurare il percorso compiuto dall’uomo dopo la condanna.
Sullo sfondo c’è anche l’appello
La vicenda giudiziaria, nel frattempo, non è ancora conclusa. Contro la sentenza che ha condannato Gionj all’ergastolo è stato infatti depositato l’appello, e anche per questo sarà importante comprendere quale percorso verrà concretamente intrapreso dal condannato nei prossimi mesi.
Resta però un punto sul quale è necessario evitare equivoci: l’ammissione alla giustizia riparativa non cancella l’ergastolo e non significa automaticamente ottenere uno sconto di pena.
Gionj resta l’uomo condannato per aver ucciso Nicolas Del Rio insieme a Bozkurt Ozgurt, dopo averlo rapito e segregato con la complicità di Kaja Emre. E, come i suoi due complici, resta chiamato a scontare la pena che gli è stata inflitta. Quello che cambia, dopo la decisione notificata martedì 6 ottobre, è la possibilità di utilizzare una parte di quel tempo per provare a comprendere fino in fondo la portata del crimine commesso e lavorare su se stesso.
È rieducazione, ma è anche prevenzione. Perché il principio sul quale si fonda il percorso è che delinquere non debba essere il futuro di una persona, nemmeno quando il suo passato è segnato da un delitto tanto grave.
La possibilità di cambiare e il diritto di non perdonare
È forse proprio questo il punto nel quale la decisione della Corte diventa qualcosa di più di un passaggio processuale e pone una domanda alla quale è difficile rispondere senza fare i conti con il dolore delle persone coinvolte.
Lo Stato ha il dovere di punire chi ha commesso un crimine, tanto più quando quel crimine ha tolto la vita a un’altra persona. Ma la Costituzione assegna alla pena anche una funzione rieducativa, e questo significa riconoscere che perfino chi ha commesso un fatto gravissimo può essere chiamato a interrogarsi su ciò che ha fatto, ad assumersene fino in fondo la responsabilità e a tentare un percorso di cambiamento.
Questo, però, non impone alla famiglia della vittima di accettarlo.
Il diritto di Gionj a tentare un percorso di rieducazione non coincide con un dovere dei familiari di Del Rio di perdonarlo, di incontrarlo o di partecipare alla giustizia riparativa.
Sono due dimensioni che possono esistere contemporaneamente, anche quando sembrano inconciliabili.
Da una parte c’è un uomo condannato all’ergastolo al quale gli stessi giudici che gli hanno inflitto quella pena hanno deciso di concedere la possibilità di provare a cambiare dentro il carcere.
Dall’altra c’è una famiglia che continuerà comunque a convivere con ciò che è accaduto e con un’assenza che nessun percorso rieducativo potrà colmare.
Ed è per questo che, mentre il linguaggio della giustizia parla di responsabilizzazione, rieducazione e prevenzione, Aldo Eduardo Aguero parla semplicemente da padre. Per lui, oggi, la decisione arrivata dal tribunale non rappresenta l’inizio di un percorso.
È un’altra ferita: «Un’offesa per noi tutti. Un vero dolore».




