«Senza un bagno pubblico rinuncio a uscire»: la storia di Giulio e una città da ripensare | MaremmaOggi Skip to content

«Senza un bagno pubblico rinuncio a uscire»: la storia di Giulio e una città da ripensare

Una festa, la voglia di uscire e una necessità che può trasformarsi in un ostacolo insormontabile. La storia di un uomo alle prese con l’incontinenza diventa una riflessione sulla mancanza di servizi igienici pubblici e sul diritto di tutti a vivere la città

GROSSETO. Mercoledì 30 settembre la consigliera di Grosseto città aperta Marilena Del Santo presenterà una mozione al consiglio comunale per chiedere l’installazione di bagni pubblici in città.  

Una richiesta, quella della consigliera Del Santo, che ha raccolto consensi bipartisan. E che ha stimolato anche Andrea Minucci a scrivere alcune riflessioni sull’argomento. Riflessioni che pubblichiamo di seguito. 

«Vi racconterò una storia: la storia di un uomo. Ma potrebbe essere quella di una donna, di un giovane o di un anziano; insomma, di chiunque.

Sì, perché la vicenda che mi accingo a narrare riguarda un uomo in là con gli anni, ma è una situazione in cui ognuno di noi potrebbe ritrovarsi all’improvviso, anche in pieno benessere».

Abbassare lo sguardo

La primavera arrivava sempre in silenzio, quasi con discrezione. Prima un odore diverso nell’aria, poi il sole che indugiava un po’ di più sui muri antichi del centro storico. Giulio lo sapeva bene. Abitava in quella città da tutta la vita e, ogni anno, attendeva con piacere la festa patronale: le bancarelle colorate, la musica nelle piazze, il vociare allegro delle persone che passeggiavano senza fretta.

Qualche giorno prima, passando davanti al municipio, aveva notato il manifesto della festa prevista per il weekend successivo. Si fermò a guardarlo per qualche istante.

Un tempo avrebbe sentito subito il desiderio di andarci, magari nel pomeriggio, per mescolarsi alla folla e respirare quell’energia semplice che solo le sagre cittadine sanno creare. Ma questa volta abbassò lo sguardo e riprese a camminare.

Una questione di libertà

Da qualche anno Giulio conviveva con un problema che gli aveva cambiato la vita: l’incontinenza. Non era solo una questione medica; era diventata una questione di libertà. Ogni uscita richiedeva pianificazione, attenzione, calcoli silenziosi. Quando doveva recarsi in un posto nuovo, la prima cosa che cercava non erano le bellezze da vedere, ma la posizione dei servizi igienici.
Il pensiero tornò, inevitabile, a qualche mese prima.

Anche allora c’era stata una festa. Una di quelle serate piene di luci, con i tavolini all’aperto e la musica che rimbalzava tra i palazzi. All’inizio tutto era andato bene. Aveva passeggiato tra le bancarelle e scambiato due parole con un conoscente. Poi, all’improvviso, era arrivato quel segnale che ormai conosceva troppo bene: l’urgenza.
Si era guardato intorno. Nessun bagno pubblico.

Aveva provato a entrare in un bar: «Mi dispiace, il bagno è guasto», gli aveva detto il barista senza neppure guardarlo in faccia. Il locale successivo era chiuso. Un altro gli aveva risposto che i servizi erano riservati ai clienti, ma la fila era interminabile.

La vergogna

Il tempo passava troppo in fretta. L’urgenza diventava dolore. Aveva continuato a camminare, cercando una soluzione, mentre intorno la festa proseguiva allegra, ignara della sua piccola tragedia.

Alla fine aveva trovato solo una pianta, in un angolo buio. Aveva provato a salvarsi così, con la vergogna addosso. Ma non era bastato: i pantaloni si erano bagnati. Ricordava ancora l’umiliazione, il terrore che qualcuno se ne accorgesse, il desiderio improvviso di sparire.

Era tornato a casa in fretta, con un nodo alla gola e la sensazione di aver perso qualcosa di più di una semplice passeggiata. Da allora, uscire non era più la stessa cosa.

Battaglie silenziose

Ora, davanti al manifesto, Giulio sospirò. Sapeva già cosa avrebbe fatto sabato: sarebbe rimasto a casa. Non perché non volesse andare, ma perché non poteva permettersi di rischiare di nuovo quella vergogna.

Ormai studiava sempre la mappa della città, calcolando i tempi e i bagni disponibili come un esploratore che pianifica i punti d’acqua nel deserto. Senza quella sicurezza, muoversi era troppo rischioso.

Guardò un’ultima volta il manifesto colorato, fece spallucce e tornò verso casa, mentre l’aria di primavera continuava a riempire le strade, ignara delle battaglie silenziose che alcuni combattono ogni giorno solo per poter vivere la propria città.

C’erano i vespasiani

Questo racconto è la storia di un cittadino qualunque. Giulio convive con un problema di salute comune, eppure raramente raccontato. Nulla di eroico o spettacolare, ma una condizione che trasforma ogni uscita in una piccola impresa fatta di prudenza e timore.

Viene quasi da sorridere pensando che un tempo, nelle città italiane, esistevano i vespasiani. Non erano eleganti, ma svolgevano una funzione essenziale: permettere a tutti di abitare lo spazio pubblico senza paura.

Oggi le nostre città sono più belle, più curate nell’immagine, ma talvolta sembrano aver dimenticato le necessità concrete della vita quotidiana. Questa storia non riguarda solo il protagonista, ma molte più persone di quante immaginiamo: anziani, famiglie con bambini, persone con disabilità o patologie croniche che, per pudore, preferiscono rinunciare a uscire. Il mio vuole essere un invito a riflettere sulla necessità di installare servizi igienici pubblici nel centro storico. Anche a pagamento, perché no? In fondo, in un bar si è comunque “costretti” a consumare.

Sarebbe un vero segno di civiltà e attenzione: per una città che non sia solo bella da vedere, ma davvero accogliente e facile da vivere per tutti.

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