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«10mila euro e ti faccio lavorare in Italia»: ma le assunzioni erano fantasma, coppia in carcere

L’inchiesta sul Decreto Flussi partita dalle denunce degli stranieri: 31 ingressi e 22 visti ritenuti irregolari. Per l’accusa c’era un tariffario, altri soldi sarebbero stati chiesti per le buste paga
Guardia di finanza e carabinieri

GROSSETO. Diecimila euro per arrivare in Italia con la promessa di un lavoro regolare. Poi, una volta sbarcati, quel posto di lavoro sarebbe semplicemente scomparso. E per continuare ad avere i documenti necessari a restare nel Paese sarebbero serviti altri soldi, fino a mille euro per ottenere buste paga che, secondo gli investigatori, attestavano rapporti di lavoro inesistenti.

È il sistema che la Procura di Grosseto ritiene di aver scoperto al termine di un’indagine sul Decreto Flussi che ha portato in carcere un imprenditore grossetano di 64 anni e la moglie di 49 anni, di origine marocchina.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita venerdì 25 settembre dai finanzieri del comando provinciale di Grosseto insieme ai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria. Per entrambi l’accusa è di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero 31 i cittadini extracomunitari entrati illegalmente in Italia attraverso il sistema contestato alla coppia, mentre altri 22 visti d’ingresso sarebbero stati rilasciati sulla base di procedure irregolari.

La tariffa da 10mila euro per arrivare in Italia

L’inchiesta è partita dalle denunce presentate nel 2024 da alcuni cittadini stranieri. Da quelle testimonianze Guardia di finanza e carabinieri hanno cominciato a ricostruire quello che gli investigatori descrivono come un meccanismo ormai rodato.

Il punto di partenza sarebbe stato proprio il Decreto Flussi, lo strumento attraverso il quale viene programmato l’ingresso regolare in Italia di lavoratori stranieri.

Secondo l’accusa, la coppia avrebbe utilizzato questa procedura per reclutare persone direttamente all’estero, soprattutto in Marocco, prospettando loro la possibilità di raggiungere l’Italia, ottenere un impiego e avviare il percorso necessario per avere un regolare titolo di soggiorno.

Il prezzo richiesto sarebbe stato pesantissimo: 10mila euro per ogni persona.

Una cifra che avrebbe dovuto garantire il lavoro e la documentazione necessaria all’ingresso nel Paese. Ma, una volta arrivati in Italia, secondo la ricostruzione investigativa, i migranti avrebbero scoperto che quegli impieghi erano soltanto sulla carta.

Senza lavoro, ma con altri soldi da pagare

L’azienda riconducibile agli indagati avrebbe dovuto assumere i lavoratori fatti arrivare attraverso il Decreto Flussi. Per gli investigatori, però, quelle assunzioni erano fittizie.

Gli stranieri si sarebbero così ritrovati in Italia senza il lavoro per il quale avevano già versato migliaia di euro e con la necessità di trovare comunque un modo per mantenersi.

La coppia avrebbe messo loro a disposizione anche degli alloggi, chiedendo circa 250 euro al mese di affitto.

Il problema più grave sarebbe arrivato con l’avvicinarsi della scadenza dei documenti. Senza un rapporto di lavoro effettivo, infatti, la posizione dei cittadini stranieri rischiava di diventare irregolare.

Ed è a questo punto che, secondo l’accusa, sarebbe scattata un’altra richiesta di denaro.

Fino a mille euro per le buste paga

Per ottenere la documentazione necessaria a dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro, agli stranieri sarebbero stati chiesti ulteriori pagamenti in contanti, fino a mille euro, in cambio di buste paga ritenute fittizie dagli investigatori.

Un meccanismo che avrebbe spinto alcuni di loro a cercare lavori occasionali in nero, sia per sopravvivere sia per riuscire a pagare le somme richieste.

È su questo sistema che gli investigatori hanno cercato riscontri attraverso documenti, dispositivi informatici e conversazioni telematiche.

E tra il materiale acquisito sarebbe comparsa anche quella che gli inquirenti considerano una vera e propria “contabilità parallela”.

Agende con nomi, acconti e saldi

Agende, appunti scritti a mano e prospetti contabili conterrebbero nomi, somme versate come acconto e saldi, annotati sia in euro sia in valuta marocchina.

Materiale che, secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe servito a tenere traccia dei pagamenti effettuati dalle persone coinvolte.

Ma gli accertamenti sui computer e sugli altri dispositivi utilizzati dagli indagati avrebbero portato alla luce anche altro.

Gli investigatori avrebbero infatti trovato contratti per la fornitura di manodopera per cifre molto elevate. Tra questi ce ne sarebbe uno del valore di quasi 500mila euro, stipulato con una società appena costituita dalla stessa donna arrestata.

Contratti che, secondo gli inquirenti, non avrebbero avuto alcuna reale consistenza.

Contratti con aziende ignare, fallite o intestate a persone morte

Le verifiche avrebbero infatti mostrato situazioni particolarmente significative: alcune delle aziende indicate come committenti non avrebbero saputo nulla dei contratti, mentre altre risultavano cessate o fallite.

In alcuni casi, secondo quanto emerso durante le indagini, le imprese utilizzate nella documentazione sarebbero risultate addirittura intestate a persone morte da anni.

Anche l’analisi delle conversazioni telematiche acquisite nel corso dell’inchiesta avrebbe fornito ulteriori elementi ritenuti coerenti con il quadro accusatorio.

Il rischio di condizionare i testimoni

La decisione di disporre il carcere per entrambi gli indagati è legata anche alle esigenze cautelari ravvisate dal giudice.

Nel provvedimento viene indicato, in particolare, il rischio di inquinamento delle prove. Secondo quanto emerso durante le indagini, alcuni potenziali testimoni sarebbero stati oggetto di tentativi di condizionamento.

Il giudice ha inoltre ravvisato un concreto pericolo di reiterazione delle condotte. Nel materiale raccolto dagli investigatori sarebbero emerse anche conversazioni nelle quali gli indagati commentavano la possibilità di essere sottoposti ad accertamenti, mostrando, secondo la valutazione riportata dagli inquirenti, la convinzione di poter evitare conseguenze.

L’inchiesta della Procura di Grosseto prosegue per ricostruire fino in fondo il sistema e il flusso di denaro che, secondo l’accusa, sarebbe stato riscosso sia in Italia sia in Marocco.

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