GROSSETO. Oggi hanno i capelli bagnati di grigio, ma gli occhi brillano ancora come allora. Come quando avevano poco più di vent’anni, passavano le giornate a cercare un posto dove suonare, organizzavano feste nei poderi della campagna grossetana e caricavano amplificatori, batterie e chitarre su macchine che spesso valevano meno di quello che trasportavano, mentre dalle cassette uscivano il reggae degli Africa Unite, i 99 Posse, e, poco più tardi, sarebbero arrivati i CSI, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e quella musica che per una generazione non era soltanto musica, ma un modo nuovo di stare insieme e di guardare il mondo.
A distanza di più di trent’anni Mirko Guerrieri, oggi fonico, e Alessandro Capanni, cameraman di Tv9, si siedono davanti a un tavolo e cominciano a raccontare. Tengono il filo della memoria interrompendosi a vicenda, aggiungendo un nome, correggendo una data, recuperando un particolare che sembrava perduto. Qualche volta discutono su come andarono esattamente le cose, altre volte basta una parola perché entrambi scoppino a ridere. E lentamente, mentre parlano, Grosseto torna a essere quella dei primi anni Novanta e riappare un enorme capannone abbandonato vicino alla ferrovia, con le finestre rotte, gli impianti da rifare, un vecchio generatore, due camerate dove arrivarono a dormire venti o trenta ragazzi e una quantità apparentemente inesauribile di persone che entravano e uscivano.
Quel posto si chiamava Tiburzi.
Ed è proprio da quel pezzo della storia recente della città che nasce “Sta roba dentro”, il documentario di 54 minuti costruito attraverso testimonianze, fotografie, volantini, vecchi articoli di giornale e ricordi rimasti per oltre trent’anni nei cassetti e nella memoria di chi quella stagione l’ha vissuta. Il filmato sarà proiettato sabato 26 settembre durante la Notte Visibile della Cultura, al Giardino degli Arcieri, dentro una Città Visibile che quest’anno ha riportato Grosseto proprio negli anni Novanta, nei suoi luoghi, nella sua musica e nelle storie di una generazione che provava a costruirsi da sola gli spazi che non riusciva a trovare altrove. Del Tiburzi e dei locali che animavano le notti degli anni Novana se ne parlerà martedì 22 settembre alle 18 alle Clarisse, con Aldo Ferretti, Mirko Guerrieri, Michele Mazzilli e Marco Milaneschi.

Ma per capire che cosa sia stato davvero il centro sociale Tiburzi non basta partire dal giorno dell’occupazione, perché quel capannone fu soltanto il punto nel quale finirono per incontrarsi storie che in città stavano crescendo già da qualche anno. Storie alimentate dalla musica, dai concerti, dalle prime esperienze di autogestione e soprattutto da quella convinzione, potentissima quando si hanno vent’anni, che se nella propria città manca qualcosa non sia obbligatorio aspettare che siano gli altri a costruirla.
Prima di Tiburzi, quando ogni settimana succedeva qualcosa
«A un certo punto tutte le settimane c’era qualcosa», racconta Mirko, e dentro quella frase c’è una Grosseto dei primi anni Novanta che oggi è difficile persino immaginare.
Non c’erano i social, non c’erano WhatsApp e Telegram, non esistevano gli eventi Facebook sui quali cliccare “parteciperò” e quasi nessuno aveva un cellulare in tasca. C’erano i telefoni di casa, i volantini lasciati nei bar, le locandine attaccate sui muri, il passaparola, le cassette duplicate dagli amici e le fanzine che arrivavano da Bologna, Firenze o Roma e passavano di mano in mano finché la copertina non cominciava a disfarsi.
Eppure Grosseto si muoveva moltissimo, con una quantità di gruppi informali che organizzavano concerti, manifestazioni e feste nei poderi, con ragazzi che suonavano e altri che seguivano quella musica che stava diventando la colonna sonora di una generazione. Molte di quelle realtà non avevano statuti, presidenti o tessere e riuscivano comunque a trovare nelle circoscrizioni interlocutori disponibili: a Gorarella c’era il centro giovanile, al quartiere Pace una sala nella quale normalmente si ballava il liscio e dove qualche volta finivano invece chitarre elettriche, batterie e gruppi rock.
«Andavi lì e dicevi: vorremmo fare questa cosa – ricorda Mirko – e qualche volta te la facevano fare. Anche senza avere un’associazione formalmente costituita».
È in quel mondo che Mirko, Alessandro e gli altri cominciano a incontrarsi. Arrivano soprattutto dalla musica, perché prima della politica ci sono le chitarre, i concerti, i gruppi formati con gli amici e soprattutto i viaggi fuori Grosseto, durante i quali scoprono che a Firenze, Roma e in altre città esistono posti enormi dove può suonare anche una band sconosciuta della provincia maremmana.
Sono i centri sociali.
All’inizio li guardano esattamente da quella prospettiva: sono posti dove si può suonare. Poi, entrando, scoprono tutto il resto, dalle battaglie sull’immigrazione all’antifascismo, dall’autoproduzione alle librerie alternative, dai dibattiti al cinema, mentre da Bologna e dalle grandi città universitarie arrivano fanzine e racconti di un movimento che sta crescendo e il rap italiano incontra il reggae e il dub, con le posse che trasformano i concerti in grandi spazi nei quali si balla, si ascolta musica e si parla di politica quasi nello stesso momento.
Sono gli anni dei 99 Posse, dell’Isola Posse All Stars, degli Africa Unite, che hanno portato il reggae italiano fuori dalla nicchia, e di un circuito indipendente nel quale musica, impegno e socialità si confondono continuamente. Poco più avanti arriverà la stagione dei CSI, nati dalle ceneri dei CCCP, e Giovanni Lindo Ferretti diventerà una delle voci di riferimento di quella generazione.
Tutto questo arriva anche a Grosseto, non attraverso internet ma attraverso le persone, i viaggi, i concerti, le cassette, i dischi e quei fogli fotocopiati che raccontavano quello che stava succedendo cento o cinquecento chilometri più lontano.
Groostock, la Woodstock maremmana costruita con tubi Innocenti
A un certo punto quei gruppi che fino ad allora avevano organizzato cose diverse cominciano a parlarsi e decidono di provare a mettere insieme qualcosa di più grande.
Nasce così Groostock.
Il nome è una dichiarazione d’intenti e una presa in giro allo stesso tempo: una specie di Woodstock maremmana, lontana migliaia di chilometri e oltre vent’anni dal mito americano, costruita in un podere con un palco fatto recuperando assi e tubi Innocenti, un impianto prestato dagli amici e un generatore vecchissimo che forniva più o meno la corrente necessaria per una casa e che obbligava tutti a stare attenti a non chiedergli più di quanto potesse dare.
«Fu la prova generale», dice Capanni.

Vanno a parlare con chi abita nei poderi vicini e spiegano quello che vogliono fare. Nessuno si oppone e, quando arriva la festa, molti di quei vicini si presentano con le famiglie. Poi vengono stampati i volantini, parte il passaparola e comincia ad arrivare gente, prima da Grosseto, poi da fuori provincia, poi da sempre più lontano.
Mirko e Alessandro ricordano persone arrivate perfino da Milano e ancora oggi, quando ne parlano, si chiedono come fosse stato possibile.
«Non c’erano cellulari, non c’era internet, non c’era niente – spiegano – Come fece a spargersi così la voce?».
Il sabato sera arrivano anche carabinieri e polizia e trovano davanti a loro una situazione che probabilmente non si aspettavano, con centinaia di giovani ma anche le famiglie dei poderi vicini che spiegano di non avere alcun problema e, anzi, di essere venute a ballare. Alla fine viene chiesto soltanto che qualcuno si assuma formalmente la responsabilità di quello che sta accadendo e tre ragazzi vanno a lasciare i propri nomi. Il più grande ha circa 25 anni.
Prima di uscire fanno una domanda che contiene tutta l’incoscienza di quell’età: «Ma se lo rifacciamo il prossimo anno?».
Lo rifanno.
E quando finisce anche il secondo Groostock, la domanda non è più se organizzare un’altra festa, ma perché non avere un posto nel quale poter fare quelle cose tutto l’anno.
«A Grosseto non c’è niente». E allora se lo fanno da soli
Non c’è una teoria rivoluzionaria dietro la nascita del Tiburzi e questo Mirko e Alessandro lo ripetono continuamente, quasi volessero difendere la verità di quella storia dalle interpretazioni costruite trent’anni dopo.
«La nostra politica era questa: a Grosseto non c’è niente, non c’è uno spazio per noi», dicono.
Provano a cercarlo. Il Comune è guidato da Loriano Valentini e alcuni di loro tentano anche la strada del dialogo, ma uno spazio non arriva. Un amico che lavora al catasto li aiuta allora a cercare immobili inutilizzati e salta fuori un enorme capannone vicino alla ferrovia che, dalle prime informazioni raccolte, sembra appartenere al Comune.

L’idea è quasi disarmante nella sua ingenuità: se occupano un edificio comunale, il sindaco sarà costretto almeno ad andare a parlare con loro.
Entrano in sessanta, forse settanta.
Poi scoprono che quel capannone non è del Comune, ma è diventato una proprietà privata. Per qualche ora sembra che tutto possa finire prima ancora di cominciare, qualcuno prova anche a parlare con il proprietario, ma alla fine i ragazzi si guardano e decidono di restare.
È nato il centro sociale Tiburzi.
Un brigante maremmano diventa il nome di una generazione
Anche sul nome discutono parecchio e le proposte raccontano bene quanto poco solenne fosse quella compagnia di ventenni. Tra quelle che ancora ricordano c’è perfino “Poro Popone”, ma alla fine scelgono Tiburzi, inevitabilmente legato alla figura del brigante maremmano e anche alla memoria di Radio Brigante Tiburzi, esperienza alternativa che aveva attraversato Grosseto negli anni precedenti.
E mentre trovano il nome cominciano soprattutto a costruire il posto.
Il capannone è enorme e abbandonato, con vetri rotti, tubature e impianti da sistemare, e in pochi giorni diventa un cantiere nel quale ciascuno mette quello che sa fare: c’è chi conosce un muratore, chi sa qualcosa di elettricità, chi riesce a recuperare materiali, chi pulisce, chi sistema le finestre.

Nascono gruppi di lavoro per musica, cinema, cucina, bar, pulizie e attività per i bambini, mentre su una grande bacheca vengono segnati i turni.
Nessuno viene pagato e nessuno è il padrone.
Per alcuni mesi quel gigantesco capannone abbandonato diventa una piccola città dentro Grosseto.
Africa Unite, posse, CSI: la musica come porta d’ingresso
La porta principale resta però sempre la musica, perché è quella che li aveva fatti incontrare e continua a essere il linguaggio comune anche quando le differenze politiche cominciano ad affiorare.
È un momento straordinario per la scena indipendente italiana. Il punk e il post punk si mischiano al reggae, il dub incontra l’hip hop, le posse portano sui palchi un linguaggio nuovo e diretto, mentre gruppi che pochi anni dopo riempiranno spazi enormi viaggiano ancora dentro circuiti nei quali bastano una telefonata, un contatto trovato attraverso un amico e poche centinaia di migliaia di lire.
I ragazzi di Grosseto ascoltano gli Africa Unite, seguono quello che succede attorno ai 99 Posse, conoscono il mondo delle posse bolognesi e napoletane, guardano ad Arezzo Wave come a una specie di Mecca vicinissima e assistono alla nascita dei CSI, quando Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni raccolgono ciò che resta dei CCCP e lo trasformano in qualcos’altro.
I CSI passeranno anche da Grosseto, alla Cavallerizza, e Mirko ricorda ancora un’apparizione ad Arezzo Wave, annunciata per ore come una misteriosa sorpresa, fino al momento in cui sul palco compare Giovanni Lindo Ferretti.

«Noi eravamo lì a bocca aperta».
Non è nostalgia musicale fine a se stessa, perché quelle canzoni spiegano il clima nel quale nasce Tiburzi. Negli anni Novanta un concerto indipendente è spesso molto più di un concerto: è il posto dove si conoscono persone di altre città, si prendono volantini, si comprano dischi autoprodotti, si scoprono libri e si ascoltano idee che a Grosseto non erano ancora arrivate.
Dentro Tiburzi nasce infatti anche una piccola distribuzione alternativa, con fanzine, dischi indipendenti, libri anarchici, pubblicazioni sui centri sociali e materiale lasciato dai gruppi che passano.
È una specie di internet fatto di carta, cassette, vinili, parole e chilometri.
Le camerate e le notti passate a fare la guardia
Tiburzi, però, non è soltanto concerti. Dentro ci si vive. Nelle due camerate dormono spesso venti o trenta ragazzi e vengono organizzati turni perché il centro non resti mai vuoto, in parte per gestire il posto e in parte perché il clima politico della città è teso.
A Grosseto in quegli anni è molto attivo il Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile della destra, e il rapporto con il mondo di Tiburzi è durissimo. I ragazzi del Fronte si presentano spesso davanti al centro, cercano di scoraggiare chi entra, accusano gli occupanti di essere drogati e le provocazioni sono frequenti.
Una prima volta qualcuno tenta di sabotare il generatore utilizzando del sale. O dello zucchero. Poi arriva l’episodio più grave.
Durante una notte contro le camerate vengono lanciate bottiglie incendiarie. Una rompe un vetro ma non esplode; chi si trova dentro vede arrivare la bottiglia, dà l’allarme e l’azione si interrompe.
Dall’altra parte, dentro e intorno al Tiburzi, stanno crescendo gruppi ancora più giovani, tra i quali il Comitato studentesco antifascista, nel quale Mirko ricorda Fabio Becherini, oggi direttore di Banca Tema Carlo De Martis, Simone Ferretti, Fabio Esposito, Gianmarco Bragagni il Gypo e molti altri.
La politica, che all’inizio sembrava quasi un elemento secondario rispetto alla voglia di avere un posto dove suonare e stare insieme, comincia inevitabilmente a entrare dentro la storia.
Le assemblee aperte e una città che entra nel capannone
Ma Tiburzi non sceglie mai di diventare una fortezza e, anzi, fa esattamente il contrario.
Gli occupanti mandano comunicati ai giornali, lasciano entrare le televisioni, TeleMaremma realizza servizi all’interno del centro, organizzano assemblee pubbliche e invitano i grossetani a presentarsi per chiedere direttamente perché abbiano occupato quel posto.
E Grosseto arriva. In alcune assemblee ci sono fino a duecento persone, tra militanti politici e semplici curiosi, giovani e adulti, persone che sostengono l’esperienza e altre che vogliono contestarla. Salvatore Allocca è, nei ricordi di Mirko, una delle presenze politiche più costanti accanto ai ragazzi, mentre anche esponenti e militanti di Rifondazione comunista gravitano intorno all’esperienza.
Poi un giorno arriva un sacerdote in carrozzina, si chiama don Rocco.
È un prete aperto e curioso, lontanissimo dalla caricatura della Chiesa che molti di quei ventenni hanno in testa. Arriva al centro, comincia a frequentarlo, parla con loro, ascolta e poi torna il giorno dopo e quello dopo ancora. Benedice anche il centro sociale.
La sua presenza provoca discussioni furibonde: un prete dentro un centro sociale occupato? Per qualcuno è una contraddizione insopportabile.
Per altri è esattamente il senso del Tiburzi: se quella porta deve essere aperta, deve esserlo per tutti.
Le famiglie del campo, Danilo e gli altri abitanti di quel piccolo mondo
Davanti al capannone vivevano da tempo alcune famiglie rom e una delle prime cose che fanno gli occupanti è andare a presentarsi.
All’inizio ci si studia, poi le distanze diminuiscono. Le famiglie partecipano alle riunioni, la domenica organizzano grigliate, portano da mangiare e i bambini entrano nel centro, finendo per diventare parte di quella comunità disordinata che cresce settimana dopo settimana.

Succede qualcosa di simile con alcune persone con problemi di tossicodipendenza che si bucano sulle scale del Duomo e che, all’inizio, interpretano Tiburzi come un luogo dove tutto sia consentito.
Non è così: dentro il centro ci sono regole precise e l’eroina non è ammessa.
Qualcuno se ne va, qualcun altro resta. Tra loro c’è Danilo, detto “il Ranger”, che fa il vetraio e che una sera rompe alcuni vetri per poi tornare il giorno successivo con il furgone e sostituirli; altri aiutano con gli impianti elettrici e con tutti i lavori che c’era da fare.
Mirko oggi lo racconta senza trasformare quella storia in una favola sociale, perché allora nessuno di loro pensava di essere un educatore o un assistente sociale.
Avevano vent’anni e stavano semplicemente provando a costruire un posto diverso.
Il giorno in cui i punk invasero Grosseto
Intanto in Italia il movimento dei centri sociali occupati è diventato enorme e sta affrontando una discussione destinata a dividerlo: accettare il dialogo con le amministrazioni e ottenere spazi regolari oppure continuare a difendere occupazione e autogestione come condizione indispensabile per mantenere l’indipendenza.
La discussione attraversa Milano, Torino, Bologna, Roma e Firenze. E arriva fino a Grosseto.
I ragazzi del Tiburzi decidono di organizzare un incontro nazionale dei centri sociali e, ancora una volta, fanno partire la voce attraverso volantini, telefonate e contatti personali.
Il 12 febbraio arrivano persone da tutta Italia, dalla Calabria al Piemonte.
I giornali locali raccontano l’arrivo con un titolo che Mirko ricorda ancora: «I punk invadono Grosseto».
Al centro si ritrovano centinaia di ragazzi, secondo i ricordi dei protagonisti forse un migliaio, e per qualche ora Grosseto diventa uno dei luoghi nei quali si discute del futuro di un movimento nazionale.
Poi succede una cosa meravigliosamente Tiburzi. Prima dell’assemblea viene chiesto ai padroni di casa di presentare la propria esperienza. Nessuno ha preparato un intervento.
Qualcuno si alza e ammette candidamente che molte delle grandi questioni teoriche delle quali stanno per discutere loro non le conoscono neppure bene. Avevano portato a Grosseto mezza Italia antagonista e non avevano preparato il discorso.
Le denunce e Alessandro Antichi, l’avvocato che poi diventerà sindaco
Nel frattempo arrivano le denunce. Prima diciassette, poi ventidue.
Per ragazzi che in molti casi vivono ancora con i genitori è il momento nel quale quella grande avventura comincia ad avere conseguenze molto concrete, con contestazioni che, nei loro ricordi, riguardano gli spettacoli organizzati, la Siae, gli allacci e altre attività svolte all’interno dello stabile.

Tra gli avvocati d’ufficio che si occupano della vicenda compare anche Alessandro Antichi, allora giovane avvocato grossetano, che pochi anni dopo diventerà sindaco di Grosseto. Il primo sindaco di centrodestra della Toscana.
È uno di quei cortocircuiti che raccontano perfettamente una città nella quale, alla fine, le storie continuano a incrociarsi: uno dei futuri protagonisti della vita politica grossetana si era trovato, prima di quella stagione amministrativa, a occuparsi come legale di alcuni dei ragazzi del centro sociale occupato.
Intorno al Tiburzi, del resto, la politica non riesce mai ad assumere una posizione completamente lineare. Rifondazione è presente, altri esponenti della sinistra frequentano il centro, qualcuno guarda con simpatia all’esperimento, altri lo osservano con maggiore diffidenza e il Comune resta in mezzo, senza riuscire né ad abbracciare quell’esperienza né a ignorarla.
Le fotografie della Digos che raccontavano un’altra storia
Persino il rapporto con le forze dell’ordine è più complicato di come potrebbe apparire trent’anni dopo.
Digos e polizia entrano nel centro e gli occupanti, giovani e politicamente molto meno strutturati rispetto ad altre realtà italiane, non impediscono loro di girare. Vengono scattate fotografie e quelle immagini, quando la vicenda arriva davanti alla giustizia, finiscono paradossalmente per documentare anche tutto ciò che i ragazzi avevano fatto: tubature sistemate, impianto elettrico ripristinato, finestre aggiustate, ambienti recuperati.
Erano entrati in un capannone abbandonato e lo avevano trasformato in un luogo frequentato ogni giorno da decine di persone. «Quando in tribunale il proprietario del capannone disse che lo avevamo distrutto – ricordano Mirko e Alessandro – fu un poliziotto della Digos a smentirlo, mostrando le foto di tutto quello che avevamo fatto».
Poi arriva l’inverno e i ventenni devono tornare studenti
Alla fine Tiburzi comincia a perdere forza non per un unico grande avvenimento, ma per qualcosa di molto più banale. I ragazzi che lo avevano occupato hanno vent’anni.
Molti studiano fuori Grosseto e con l’autunno riescono ancora a rimandare, a tornare spesso, a saltare qualche lezione, ma dopo le vacanze di Natale cominciano gli esami universitari e Firenze, Siena, Roma li richiamano alle loro vite.
«A un certo punto fisicamente ci dimezzammo», racconta Mirko.
Contemporaneamente vengono fuori tutte le differenze che l’entusiasmo iniziale aveva tenuto insieme: c’è chi vuole provare a dialogare con il Comune per ottenere uno spazio, chi considera qualsiasi rapporto istituzionale incompatibile con l’autogestione, chi è diventato molto più politico e chi continua a considerare Tiburzi soprattutto un luogo di musica, cultura e aggregazione.
Era stata proprio quell’assenza di omogeneità a rendere possibile l’inizio, perché se prima di occupare avessero dovuto mettersi d’accordo su tutto probabilmente non sarebbero mai entrati.
Adesso, però, quella stessa libertà comincia a pesare. «Si rimase un po’ soli», dice Mirko.
L’ultima notte e il viaggio verso il Foro Boario
Arriva la data dello sgombero. Dentro il centro si discute per giorni: resistere, aspettare la polizia oppure uscire e tentare un’altra occupazione in un edificio realmente pubblico?
Qualcuno vicino all’amministrazione indica il Foro Boario, enorme, comunale e inutilizzato da anni.
Una parte dei ragazzi decide di provarci. La sera prima dello sgombero al Tiburzi c’è l’ultimo concerto e mentre la musica continua a suonare loro cominciano a smontare quello che avevano costruito durante quei mesi, caricando sui furgoni strumenti e materiali che potranno servire ancora.
Quella notte dormono pochissimo. Alle cinque, forse alle sei del mattino, arrivano al Foro Boario. Fanno appena in tempo a scaricare un furgone, poi, come racconta Mirko: «arriva il mondo».
Polizia, carabinieri, vigili del fuoco, uomini e mezzi arrivati anche da fuori Grosseto. Nel ricordo dei protagonisti c’è perfino l’Aeronautica.
L’occupazione finisce praticamente prima di cominciare e ancora oggi Mirko e Alessandro si chiedono come facessero a sapere tutto e perché fosse stato mobilitato un apparato simile per una ventina di ragazzi.
Il Bagnino, l’ultimo custode del Tiburzi
Intanto, nel vecchio capannone, è rimasto un solo uomo che loro chiamano il Bagnino.
È più grande degli altri, ha forse una quarantina d’anni ed era arrivato quasi dal nulla, trasformandosi spontaneamente nel custode del centro. Mentre gli altri dormivano nelle camerate, lui aveva la sua branda e di notte girava con una torcia per controllare che tutto fosse tranquillo.
Quando i ragazzi decidono di andare al Foro Boario, lui resta e la mattina, quando le forze dell’ordine arrivano al Tiburzi pensando di trovare gli occupanti e sgomberarli, trovano solo lui.
È una scena che sembra scritta per il cinema: il grande capannone improvvisamente vuoto, mesi di vita spariti durante la notte, gli agenti fuori e quell’uomo rimasto da solo a custodire ciò che non esiste più.
Dopo Tiburzi, ognuno porta via un pezzo di quella storia
Il processo si chiude senza trasformarsi nel grande processo politico che qualcuno aveva immaginato, come era già successo dopo lo sgombero del Leoncavallo di Milano. Ci sono patteggiamenti e sanzioni, per pagare le quali vengono organizzate altre feste e raccolte di fondi.
Poi le strade si separano.
Alcune esperienze nate dentro Tiburzi proseguono, soprattutto tra i più giovani, e negli anni successivi alimentano altre iniziative cittadine; altri continuano con la musica, altri con la politica e altri ancora cambiano completamente vita.
Mirko Guerrieri resta dentro il mondo dal quale tutto era cominciato e oggi lavora come fonico. Alessandro Capanni diventa cameraman di Tv9, continuando in qualche modo a vivere tra immagini, persone e storie.
Ma qualcosa si perde. La libreria alternativa, i dischi, le fanzine, la distribuzione indipendente e quella strana rete nella quale convivevano musicisti, studenti, militanti, ragazzi dei quartieri, famiglie che vivevano ai margini della città e semplici curiosi si dissolve.
Non nascerà più un altro Tiburzi.
“Sta roba dentro”, trent’anni dopo le voci sembrano ancora parlare tra loro
Per costruire “Sta roba dentro” sono serviti anni. Le interviste sono state realizzate separatamente, spesso a distanza di mesi, molte delle persone ascoltate non si frequentavano più da moltissimo tempo e nessuno sapeva che cosa avessero raccontato gli altri.
Poi è cominciato il montaggio.
Ed è successa una cosa che Mirko racconta ancora con stupore: uno cominciava un ricordo e un altro, intervistato magari un anno dopo, sembrava completare la frase; un terzo aggiungeva il particolare mancante, come se fossero ancora tutti seduti nella stessa assemblea dentro quel capannone accanto alla ferrovia, con gli amplificatori da spostare, il turno del bar da coprire, qualcuno che provava una chitarra in fondo alla sala e magari una cassetta degli Africa Unite che girava da qualche parte.
Forse è proprio questo che è rimasto.
Non un modello politico, perché Tiburzi non lo fu mai davvero, non una rivoluzione e nemmeno una favola nella quale tutto funzionava. Era disordinato, contraddittorio, ingenuo e proprio per questo assomigliava terribilmente ai ragazzi che lo avevano costruito.
Dentro c’erano quelli che leggevano testi anarchici e quelli che volevano soltanto sentire un concerto, chi parlava di politica per ore e chi non avrebbe saputo definire la propria posizione politica neppure sotto tortura, il sacerdote in carrozzina e gli studenti antifascisti, i musicisti, le famiglie del campo, i ragazzi che arrivavano da fuori, le persone con problemi di droga che qualche volta finivano per dare una mano a sistemare il capannone.
C’erano le posse, gli Africa Unite, i 99 Posse, il reggae, il punk, il dub, l’eco dei CCCP e poi i CSI, le fanzine, le cassette registrate, Arezzo Wave, i volantini fotocopiati e un’Italia nella quale per trovare qualcuno che la pensasse come te dovevi davvero uscire di casa e andarlo a cercare.
E soprattutto c’erano loro. Avevano vent’anni e pensavano che Grosseto non avesse un posto per loro.
Così, invece di aspettare che qualcuno glielo costruisse, entrarono in un capannone abbandonato, aggiustarono i vetri, rifecero gli impianti, montarono un palco, accesero gli amplificatori e aprirono le porte.
Durò soltanto pochi mesi.
Oggi hanno i capelli grigi, ma quando Mirko racconta e Alessandro lo interrompe per aggiungere un nome, correggere una data o recuperare un ricordo, gli occhi brillano ancora come allora.
Forse è quella, alla fine, la “roba dentro” del titolo. Quella che non si vedeva nei volantini, che non stava nelle denunce e che non poteva essere fotografata dalla Digos: la sensazione, potentissima e probabilmente irripetibile, che in una città dove sembrava non esserci niente bastasse mettersi insieme per far succedere qualcosa.




