GROSSETO. C’erano donne che arrivavano al pronto soccorso dicendo di essere cadute dalle scale, donne che cercavano una spiegazione per quei lividi, per quelle ferite, per quei dolori che spesso non riuscivano a raccontare fino in fondo, e poi c’erano due ginecologhe che, visita dopo visita, avevano cominciato a capire che dietro quelle parole poteva esserci molto altro.
Si chiamavano Michela Milianti e Zelinda Formica, lavoravano nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Misericordia di Grosseto e, prima ancora che esistesse un nome capace di identificare quel percorso, avevano intuito che per aiutare davvero una donna vittima di violenza non bastava curare ciò che si vedeva: bisognava imparare a riconoscere anche quello che la donna non riusciva ancora a dire.
È da qui che comincia una storia rimasta per anni sullo sfondo rispetto a quella, molto più conosciuta, del Codice Rosa, che sarebbe nato formalmente a Grosseto nel 2009 e che avrebbe trovato in Vittoria Doretti la figura capace di svilupparlo, strutturarlo e portarlo ben oltre i confini della provincia, fino a trasformarlo in un modello regionale e poi nazionale. Ma prima che quel percorso avesse un nome, prima delle delibere, delle reti, delle linee guida e dei protocolli conosciuti oggi, ci furono quelle due dottoresse e la loro capacità di cogliere ciò che gli altri rischiavano di non vedere.
A raccontare quegli anni è Giuseppe Mazzullo, ginecologo, poi diventato direttore dell’unità operativa di Ostetricia e Ginecologia del Misericordia. Quando parla di Michela Milianti e Zelinda Formica torna con la memoria a un periodo in cui la violenza sulle donne era molto più sommersa di oggi e in cui il pronto soccorso si trovava spesso a essere il primo luogo nel quale quella violenza si manifestava, anche senza mai essere dichiarata apertamente.
«È nato tutto grazie alla loro sensibilità – racconta Mazzullo – Venivano chiamate al pronto soccorso quando arrivava qualche donna che lamentava dolori nelle parti intime, quando non voleva dire di aver subito una violenza sessuale. Loro sapevano cosa si nascondeva dietro a quei silenzi perché avevano una sensibilità davvero particolare».
Quelle parole spiegano meglio di qualunque formula burocratica quale fosse il problema da affrontare: una donna poteva presentarsi in ospedale con una ferita, un dolore, un trauma, e il personale sanitario poteva limitarsi a curare ciò che vedeva, senza riuscire a capire che cosa avesse provocato davvero quelle lesioni. Milianti e Formica, invece, avevano cominciato a intuire che proprio lì, in quel momento di fragilità, bisognava creare un modo diverso di guardare, fare domande, accogliere e proteggere.
Quelle «cadute dalle scale» che spesso nascondevano altro
Mazzullo ricorda bene le spiegazioni che molte donne davano quando arrivavano in ospedale, perché il problema era proprio quello di riuscire a distinguere l’incidente domestico dalla violenza nascosta dietro una versione costruita per paura, vergogna o dipendenza affettiva.
«Le donne celavano le cadute dalle scale, le botte, i soprusi», racconta.
Dietro una scala poteva esserci un pugno, dietro una porta contro la quale si diceva di aver sbattuto poteva esserci un compagno violento, dietro un dolore poteva esserci una violenza sessuale che la donna non riusciva ancora a nominare. Per questo, secondo Mazzullo, servivano degli alert, dei segnali capaci di far nascere un dubbio nel medico, nell’infermiere o nell’ostetrica, perché aspettare semplicemente che fosse la donna a dire «sono stata violentata» significava rischiare di non vedere proprio quelle vittime che avevano più paura.
Le ostetriche, in particolare, potevano avere un ruolo decisivo, perché erano spesso le professioniste in grado di porre domande più intime e di creare un rapporto di fiducia in un momento nel quale la donna poteva sentirsi vulnerabile, spaventata o incapace di raccontare quanto le era accaduto.
«C’era bisogno di sensibilizzare i colleghi dell’ospedale – dice Mazzullo – e soprattutto le ostetriche, che erano quelle che potevano fare domande più intime».
È in quegli anni che comincia a formarsi l’idea di un percorso diverso e più consapevole. Secondo il racconto di Mazzullo, già dal 2005 cominciano a circolare nel reparto i primi protocolli e le prime indicazioni interne, nate dall’esperienza diretta e dalla necessità di capire che cosa mancasse ogni volta che una donna vittima di violenza arrivava al Misericordia.
La ginecologia da sola non bastava più
Con il tempo, Milianti e Formica si rendono conto che la ginecologia può essere soltanto una parte di quel percorso, perché una donna vittima di violenza può avere bisogno di assistenza sanitaria, ma anche di protezione, di un supporto sociale, della possibilità di denunciare, di una corretta raccolta delle prove e di interlocutori capaci di trattare la sua vicenda senza costringerla a rivivere più volte quello che le è successo.
È a quel punto che chiedono a Giuseppe Mazzullo di aiutarle a coordinare il lavoro e il progetto comincia ad allargarsi oltre il reparto.
Mazzullo coinvolge la Procura della Repubblica di Grosseto, con l’allora sostituto procuratore Giuseppe Coniglio, e i carabinieri, con il maresciallo Giampiero Bagnati, perché nel momento in cui una donna decideva di denunciare la violenza era necessario che anche chi avrebbe raccolto quella denuncia sapesse come avvicinarsi a lei, come preservare le prove e come evitare che il percorso giudiziario diventasse un’ulteriore forma di sofferenza.
Viene coinvolto anche Mauro Breggia, allora responsabile del pronto soccorso, proprio perché il personale dell’emergenza rappresentava spesso il primo contatto tra la vittima e l’ospedale, mentre l’associazione Olympia de Gouges mette a disposizione un luogo protetto per le donne che non potevano semplicemente tornare a casa dopo la visita.
«Coinvolgemmo anche Olympia de Gouges – ricorda Mazzullo – che mise a disposizione un luogo protetto per le donne vittime di violenza».
A poco a poco, quindi, quello che all’inizio era stato lo sguardo attento di due ginecologhe comincia a diventare qualcosa di molto più ampio: una rete sanitaria, giudiziaria e sociale che prova a tenere insieme cura, protezione, denuncia e accoglienza.
Poi l’accordo con la Procura e la delibera Asl furono firmate dal direttore generale, Fausto Mariotti.
Nel 2008 quelle intuizioni diventano una procedura aziendale
Quel lavoro cresce, si struttura, si confronta con la letteratura scientifica e con le esperienze già esistenti, fino a trasformarsi in un vero documento aziendale.
Il documento che oggi conserva la traccia più evidente di quel percorso si intitola “Assistenza alla donna presunta vittima di violenza sessuale – Procedura Aziendale”, è composto da 25 pagine ed è datato 20 ottobre 2008.

Alla voce “Redazione” compare il nome di Giuseppe Mazzullo, che in quegli anni aveva curato anche la ricerca bibliografica e l’organizzazione del materiale che avrebbe dovuto guidare medici, ostetriche, infermieri e tutti i professionisti coinvolti.
Il documento stabilisce che il pronto soccorso ostetrico-ginecologico del Misericordia diventi il centro di riferimento unico per tutto il territorio grossetano e indica come obiettivo prioritario proprio quello di mettere gli operatori nella condizione di «individuare le donne che hanno subito abuso sessuale», cioè di riconoscere la violenza anche quando non viene immediatamente dichiarata.
Quel passaggio sembra quasi la traduzione in linguaggio sanitario dell’intuizione originaria di Milianti e Formica: non aspettare che sia la donna a dire tutto, ma imparare a cogliere i segnali, a leggere i comportamenti e a fare le domande nel modo giusto.
La violenza definita già allora un «problema sommerso»
La procedura del 2008 parte anche da una consapevolezza che oggi appare acquisita ma che allora aveva un peso particolare: molte donne non denunciano la violenza subita e i dati ufficiali raccontano soltanto una parte del fenomeno.
Nel documento si legge che le donne tendono a non denunciare per vergogna e pudore e che la violenza rappresenta quindi un «problema sommerso», proprio perché ciò che emerge attraverso denunce, referti e statistiche è soltanto la parte visibile di una realtà molto più ampia.
Per questo il pronto soccorso diventa un luogo decisivo, perché una donna può presentarsi per un trauma, un dolore o una ferita e non avere ancora trovato le parole per raccontare quello che le è successo. Il compito dell’ospedale, in quella visione, non è quindi soltanto quello di curare una lesione, ma di creare le condizioni perché la donna possa sentirsi abbastanza protetta da parlare.
La donna doveva essere visitata da sola
Le regole previste per l’accoglienza sono forse la parte più sorprendente di quel documento, perché mostrano quanto fosse già chiara la necessità di mettere la donna al centro del percorso.
La procedura stabiliva che la paziente dovesse essere accolta in un ambiente rispettoso della privacy e soprattutto visitata da sola, senza la presenza del marito, del compagno o dell’accompagnatore.
Era una precauzione fondamentale, perché proprio la persona che aveva accompagnato la donna in ospedale poteva essere quella della quale aveva paura o quella che le aveva fatto del male.
Ogni passaggio della visita doveva poi essere spiegato in anticipo, così come ogni intervento o accertamento, e per ciascuna procedura doveva essere richiesto il consenso della donna.
Nel documento viene spiegato perfino il valore psicologico di questa scelta: consentirle di dire «no» significava restituirle, almeno simbolicamente, quei confini e quel controllo che la violenza aveva annullato.
È un passaggio che racconta bene la filosofia che stava nascendo in quegli anni al Misericordia: la paziente non doveva più essere soltanto il corpo sul quale cercare una lesione, ma una persona alla quale restituire sicurezza, autonomia e possibilità di scelta.
La domanda decisiva: dove andrà quando uscirà da qui?
Il protocollo si spingeva anche oltre la visita medica e affrontava una questione che spesso rischia di essere la più difficile: cosa succede alla donna una volta dimessa.
Se la paziente arrivava di notte, era sola, non aveva qualcuno che potesse sostenerla oppure esisteva il rischio che la violenza potesse ripetersi, il medico poteva decidere di trattenerla in ospedale fino al mattino, quando sarebbe stato possibile coinvolgere direttamente l’assistente sociale e costruire un primo progetto di presa in carico.
È forse qui che quel percorso compie il salto più importante, perché la domanda non è più soltanto «dove ti fa male?», ma diventa «sei al sicuro se esci da qui?».
Una domanda che obbliga l’ospedale a guardare oltre la propria porta.
Anche le prove dovevano essere protette
Un altro aspetto centrale era quello medico-legale, perché una visita eseguita male o una prova raccolta in modo scorretto potevano compromettere un successivo procedimento giudiziario.
La procedura descrive quindi con precisione come conservare tamponi, indumenti, tracce biologiche, peli, capelli e materiale raccolto sotto le unghie, stabilendo che ogni campione dovesse essere siglato, custodito e trasferito secondo modalità precise.
È anche per questo che la collaborazione con Procura e forze dell’ordine diventa parte integrante del percorso: la cura sanitaria e la tutela giudiziaria devono procedere insieme, senza costringere la vittima a ricominciare ogni volta da capo.
«Michela se n’è andata nel 2008»
Poi, nel racconto di Mazzullo, arriva il punto nel quale la memoria professionale lascia spazio a quella personale.
Quando parla di Michela Milianti, si commuove. «Michela se n’è andata nel 2008 – dice – Mi piacerebbe che venisse ricordata con questa storia, così come la dottoressa Formica. Hanno gettato le basi di qualcosa di straordinario».
Il 2008 è proprio l’anno nel quale quelle intuizioni diventano una procedura aziendale di 25 pagine.
Milianti non vedrà ciò che succederà dopo, non vedrà nascere il Codice Rosa con quel nome, non vedrà il modello crescere, diventare regionale, diffondersi e trasformarsi in una delle esperienze più significative nate in Toscana nel campo della tutela delle vittime di violenza.
E non vedrà nemmeno il presidente della Repubblica entrare al Misericordia.
Poi arrivò Vittoria Doretti e quella storia cambiò dimensione
La nascita formalmente riconosciuta del Codice Rosa viene collocata nel 2009, quando la collaborazione tra l’allora Asl 9 di Grosseto e la Procura della Repubblica porta alla strutturazione del percorso con quel nome.
È in quella fase che Vittoria Doretti assume un ruolo centrale e decisivo, sviluppando quel patrimonio di esperienze, organizzandolo in una rete multidisciplinare sempre più ampia e contribuendo a trasformare ciò che era nato a Grosseto in un modello capace di superare i confini provinciali.
Raccontare quello che accadde prima non significa quindi togliere nulla al ruolo di Doretti, ma completare la storia.
Le grandi esperienze, del resto, raramente nascono da un solo gesto o da una sola persona: spesso cominciano con qualcuno che vede un problema prima degli altri, proseguono con chi costruisce una risposta e diventano grandi grazie a chi riesce a dare loro struttura, forza e diffusione.
Giovedì Mattarella entrerà nella Stanza Rosa
Quasi vent’anni dopo quelle prime intuizioni, giovedì 17 settembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriverà all’ospedale Misericordia di Grosseto per visitare la Stanza Rosa del Pronto soccorso.
La visita avrà inevitabilmente un valore simbolico enorme, perché Mattarella entrerà nel luogo che oggi rappresenta fisicamente un percorso nato per accogliere e proteggere le donne vittime di violenza, ma per capire davvero il significato di quella stanza bisogna tornare molto più indietro.
Bisogna tornare a quando non esisteva ancora il nome Codice Rosa, a quando non c’erano reti regionali o protocolli nazionali, a quando tutto nasceva dall’osservazione quotidiana di donne che arrivavano in ospedale e non riuscivano a dire fino in fondo quello che era successo.
Bisogna tornare a Michela Milianti e Zelinda Formica, a quelle due ginecologhe che avevano capito che dietro certi lividi, certi dolori e certe «cadute dalle scale» poteva esserci una verità molto più dolorosa.
E forse è proprio questo il senso più profondo della storia.
Michela e Zelinda non stavano pensando a un modello nazionale, non potevano sapere che quel lavoro avrebbe fatto così tanta strada e non potevano immaginare che un giorno un presidente della Repubblica sarebbe arrivato proprio lì per rendere omaggio a ciò che da Grosseto era nato.
Avevano davanti una donna, poi un’altra e poi un’altra ancora, e avevano capito che, prima ancora di trovare una cura, bisognava trovare il modo di ascoltare anche ciò che quelle donne non riuscivano a dire.
Da quella sensibilità nacquero le prime domande, dalle domande i primi protocolli, dai protocolli una procedura, dalla procedura una rete e da quella rete, negli anni successivi, un modello destinato a diventare molto più grande.
Giovedì Sergio Mattarella entrerà nella Stanza Rosa del Misericordia. Michela non ci sarà: se n’è andata proprio nel 2008, mentre quelle intuizioni diventavano un documento ufficiale.
Ma dentro quella stanza, insieme a tutto ciò che è venuto dopo, ci sarà anche un pezzo della sua storia.



