Sotto Baratti i giganti di duemila anni fa. «Ora fateci tornare a vederli» | MaremmaOggi Skip to content

Sotto Baratti i giganti di duemila anni fa. «Ora fateci tornare a vederli»

Due enormi dolia riposano a poche centinaia di metri dalla costa, a una profondità raggiungibile anche dai sub ricreativi. Il sito archeologico è interdetto da anni. Ma una nuova legge dello Stato apre alla creazione di itinerari turistici subacquei nei luoghi di interesse archeologico. L’appello di Giacomo Guerrieri e Luca Lai: «Proteggiamoli, ma facciamoli conoscere»
Il dolium che si trova di fronte a Baratti (foto d’archivio di Giacomo Guerrieri)

PIOMBINO. Bisogna lasciare la superficie alle spalle. Sgonfiare il gav, cominciare a scendere lentamente e lasciare che il rumore del mondo cambi. Sott’acqua resta il respiro, quello scandito dall’erogatore. Le bolle che corrono verso l’alto, la luce che perde colori mentre il profondimetro continua a scendere.

Poi, nel golfo di Baratti, sul fondo compare qualcosa che il mare custodisce da quasi duemila anni: un enorme vaso di terracotta.

Non è un’anfora. È troppo grande. È un dolium. E poco più lontano ce n’è un altro. 

Sono due giganti sommersi, a poche centinaia di metri da una delle spiagge più conosciute della Toscana. Oggi però, per un normale subacqueo, andarli a vedere non è possibile.

L’area è sottoposta a tutela e le immersioni sul sito archeologico non sono liberamente consentite. 

Ed è proprio da qui che nasce una domanda che, nel 2026, non è più soltanto quella di qualche appassionato: si possono proteggere quei reperti e, contemporaneamente, permettere ai sub di vederli sotto controllo?

La domanda l’ha rilanciata pochi giorni fa Giacomo Guerrieri, 34 anni, piombinese che vive a Venturina, subacqueo da quando nel 2013 ha preso il suo primo brevetto e oggi professionista del settore.

E arriva in un momento tutt’altro che casuale. Perché da maggio l’Italia ha una nuova legge sulla valorizzazione del mare e, dentro quella legge, c’è un articolo che sembra scritto pensando proprio a luoghi come Baratti: prevede la creazione delle “zone di interesse turistico subacqueo”, comprese quelle dove si trovano reperti e siti archeologici sommersi.

Il decreto che dovrà stabilire concretamente quali aree potranno diventarlo, però, non è stato ancora emanato.

Ed è in quello spazio, tra una legge già approvata e un decreto ancora da scrivere, che Baratti potrebbe provare a entrare.

Due dolia a 250 metri dalla costa

Guerrieri il mare di Baratti lo conosce da sempre. «Quando ero piccino, come tanti piombinesi, scendevamo con la maschera e il fucilino per pescare e prendere i polpi – racconta – Poi ho preso il primo brevetto e non ho mai più pescato. È un effetto che la subacquea fa a tanti».

Da allora non si è più fermato. Brevetti, specializzazioni, immersioni tecniche. La passione è diventata anche lavoro: Guerrieri si occupa del settore commerciale di Dive System, azienda di Valpiana legata al mondo della subacquea.

Quando può, però, torna al suo mare. Da qualche tempo si immerge con regolarità nel golfo, spesso appoggiandosi al Baratti Diving, il centro gestito da Luca Lai e Tania Abatiello, attraverso la società dilettantistica Mareanera che accompagna sub ricreativi e tecnici sui fondali della Costa etrusca e dell’Elba. Lai arrivò in Toscana nel 2009 e proprio da Baratti trasformò la sua passione per la subacquea nel proprio lavoro.

Un sub durante l’immersione nella zona del dolium (foto Giacomo Guerrieri – foto d’archivio)

Uno dei punti frequentati da Guerrieri si chiama “La Strada”, un’immersione sui 25 metri. A poche centinaia di metri ci sono i dolia.

«Il primo è intorno ai 17 metri, il secondo sui 24 – racconta Guerrieri – Sono circa a 250 metri dalla costa. Al primo potrebbe arrivare tranquillamente anche un sub con brevetto Open Water. E da lì si riesce a vedere l’altro».

La prima volta che li vide fu durante un festival outdoor organizzato a Baratti, quando il sito poteva ancora essere visitato nell’ambito delle attività autorizzate. «Facevano piccoli gruppi e portavano i sub a vedere i dolia – ricorda – È una cosa bellissima».

Poi le campagne archeologiche sono terminate e quell’esperienza si è fermata.

Il dolium alto un metro e sessanta

Le dimensioni raccontano meglio di qualsiasi fotografia cosa ci sia laggiù. Durante la campagna archeologica del 2016 gli studiosi documentarono un dolium completo a circa 18 metri di profondità: era alto 160 centimetri, aveva un diametro massimo di circa 150 centimetri e un’imboccatura larga 80 centimetri.

Quasi una persona adulta trasformata in recipiente.

Il grande dolium a Baratti (foto d’archivio di Giacomo Guerrieri)

Il grande contenitore era immerso in uno spesso deposito di limo, in una zona continuamente modificata dalle correnti, dalle onde, dalla sabbia e dai sedimenti. Intorno cresceva la posidonia.

E sulla sua superficie gli archeologi notarono un particolare straordinario: graffe metalliche utilizzate per ripararlo quando era ancora in uso.

Duemila anni fa quel dolium si era probabilmente lesionato. Qualcuno decise che era troppo importante per buttarlo e lo aggiustò.

Oggi quelle riparazioni sono ancora lì.

Non erano semplicemente enormi anfore

Chiamarli “container dell’antichità” rende immediatamente l’idea, ma tecnicamente i dolia utilizzati a bordo erano qualcosa di ancora più particolare.

Gli studi sulle navi a dolia hanno mostrato che questi enormi recipienti potevano essere sistemati stabilmente al centro delle imbarcazioni. Non erano quindi anfore gigantesche che venivano caricate e scaricate una per una. 

Erano, in un certo senso, le cisterne della nave

Lo storico dell’economia romana André Tchernia li descrive come contenitori installati stabilmente sulle imbarcazioni e capaci, in alcuni casi, di contenere intorno ai 3.000 litri ciascuno. Molti presentavano un rivestimento interno di pece e nei relitti erano associati ad anfore vinarie: da qui l’interpretazione secondo la quale queste particolari navi trasportavano soprattutto vino sfuso.

Una sorta di antenata delle moderne navi cisterna. Solo che, invece del petrolio, attraversava il Mediterraneo carica di vino.

Baratti fu uno dei luoghi che fecero scoprire le “navi cisterna” romane

La storia dei dolia sommersi di Baratti è molto più antica delle campagne archeologiche recenti. Nel 1957 il golfo fu teatro di uno dei primi ritrovamenti che contribuirono a far comprendere agli studiosi l’esistenza delle navi attrezzate con questi giganteschi contenitori.

Tchernia mette proprio Baratti, insieme a La Garoupe vicino ad Antibes, tra le scoperte del 1957 da cui prese avvio lo studio di questa particolare forma di trasporto marittimo. La ricerca di Alessandro Olschki e G. Marinelli fu poi pubblicata negli atti del congresso internazionale di archeologia sottomarina di Albenga. 

Ma la storia sul fondo è frammentata e forse proprio per questo affascinante. 

Nel 1967 furono recuperate nell’area alcune parti di ancore in piombo; una recava un’iscrizione interpretata come L. FERRANI CELERIS. Nel 1981, secondo la ricostruzione pubblicata dagli archeologi, un pescatore recuperò un dolium integro, successivamente conservato nella collezione Gasparri.

Poi arriva il 1984. Alcuni subacquei tecnici individuarono sul fondo un altro dolium, quello che molti anni più tardi sarebbe diventato il cuore della prima indagine archeologica sistematica dell’area.

Prima dei sub arrivarono sonar e batimetrie

Quel grande recipiente non venne scavato immediatamente. Negli anni successivi il mare fu studiato anche con strumenti diversi dalle bombole.

Nel 2001 venne effettuata un’analisi batimetrica dell’area con il centro Saclant e la Soprintendenza; nel 2007 nuove indagini individuarono anomalie sul fondale compatibili con la presenza di dolia e anfore.

Poi, finalmente, arrivarono le campagne del 2014-2016. La Soprintendenza non usa formule vaghe: nel proprio Notiziario ufficiale dedica una scheda proprio al «Golfo di Baratti. Relitto di oneraria con dolia, c.d. “Baratti 02”: campagna 2014», firmata da Pamela Gambogi e David Scaradozzi.

Era nata archeologicamente Baratti 02.

Lai: «Cercammo la nave. Ma non la trovammo»

Luca Lai c’era. Aveva preso in gestione il Baratti Diving nel 2009. L’anno successivo quell’attività era diventata definitivamente la sua.

Quando la Soprintendenza cominciò a lavorare sui dolia, il diving fornì supporto logistico alle operazioni.

«Pamela Gambogi era davvero entusiasta del ritrovamento – ricorda Lai – Quando abbiamo cominciato a lavorare lì, la speranza degli studiosi era che intorno ai dolia ci fossero anche i resti della grande nave che li trasportava».

Per una decina di giorni cercarono. «Ho partecipato anch’io. Abbiamo scavato e cercato lo scafo – racconta – ma non abbiamo trovato nulla».

Luca Lai

È uno dei punti sui quali l’archeologia impone prudenza.

La presenza dei dolia e degli altri materiali ha portato il sito a essere identificato dalla Soprintendenza come un relitto di oneraria con dolia, ma i ritrovamenti più antichi furono spesso effettuati prima delle moderne metodologie di documentazione subacquea. Per questo gli studi sottolineano che non è possibile attribuire con certezza assoluta tutti i materiali recuperati negli anni a una sola nave.

E lo scafo, almeno durante quelle campagne, non venne trovato.

Il mare può aver cancellato la nave

Per Lai non è difficile immaginare perché. «Il carico può essersi rovesciato. Qui siamo su un fondale relativamente basso, con correnti forti e mareggiate – spiega – Quando una nave finisce sulla spiaggia e passano secoli, il mare porta via tutto».

È il racconto di chi quel tratto di mare lo osserva da anni.

E le indagini archeologiche confermano almeno una parte del quadro naturale: la zona è soggetta a una forte trasformazione causata da moto ondoso e correnti, con importanti accumuli e spostamenti di sabbia e limo.

Il mare copre, poi scopre. Nasconde un oggetto per decenni e ne fa affiorare un altro.

È uno dei motivi per cui l’archeologia subacquea non assomiglia mai completamente a quella sulla terraferma.

Le anfore trovate intorno al gigante

Durante gli scavi intorno al dolium furono trovati anche frammenti di anfore appartenenti a epoche e tipologie differenti.

Negli strati superiori emersero, tra gli altri, frammenti di Gauloise 2 e di Late Roman 1b; più in profondità comparvero invece frammenti di Dressel 2-4, una tipologia strettamente legata al trasporto del vino e frequentemente associata alle navi dotate di dolia.

La stessa pubblicazione colloca la stagione principale di utilizzo di questo tipo di grandi contenitori navali grosso modo tra il 50 a.C. e il 50 d.C.

È il mondo che sta passando dalla Repubblica all’Impero. Roma domina il Mediterraneo, le rotte commerciali sono immense e il vino viaggia da una costa all’altra.

E davanti a Populonia passa una di quelle navi. Poi qualcosa accade e il resto lo ha fatto il mare.

«Dopo gli scavi l’area è stata chiusa»

Terminata la campagna, i reperti sono rimasti sul fondo. Ed è qui che il racconto archeologico diventa una vicenda di oggi.

«L’area è stata interdetta – racconta Lai – Per molto tempo l’abbiamo segnalata con una boa, in modo da evitare che le barche potessero ormeggiare proprio lì».

Il motivo è semplicissimo: un dolium è enorme, ma è sempre terracotta. «Se qualcuno butta un’ancora nel punto sbagliato – dice – e la prende in pieno, rischia di spaccarlo».

Lai racconta che fino al 2018 il diving collaborò alla segnalazione dell’area; con il pensionamento di Gambogi quella collaborazione terminò.

Oggi, dice, raggiungere legalmente il sito per finalità di visita o documentazione significa affrontare un iter autorizzativo tutt’altro che immediato.

Ed è proprio qui che pone il paradosso: «Dobbiamo certamente proteggerli. Ma potremmo anche permettere ai sub di vederli. Mettiamo in sicurezza l’area, regolamentiamo gli accessi, autorizziamo i diving. Sarebbe bellissimo».

Guerrieri: «Un sub impara prima di tutto a non toccare»

Guerrieri affronta anche il tema più delicato. Per decenni il patrimonio archeologico sommerso italiano è stato depredato.

Anfore, cocci, reperti e oggetti antichi sono finiti nelle case private. I tombaroli non sono esistiti soltanto sulla terraferma.

Giacomo Guerrieri

Lai non lo nega. «Tanti reperti negli anni sono stati portati via dal mare – dice – È successo. I tombaroli esistono anche sott’acqua».

Ma per Guerrieri il subacqueo di oggi è anche il risultato di una cultura diversa. «Quando fai un corso, una delle prime cose che impari è non toccare, avere assetto – spiega – rispettare la flora e la fauna e lasciare tutto esattamente dove si trova».

È quasi un passaggio identitario. «Io pescavo da ragazzino – aggiunge – Da quando sono diventato sub non ho più preso niente dal mare».

Da qui il suo appello: «Ridiamo alle persone la possibilità di vedere quello che di straordinario abbiamo sott’acqua».

La legge che può cambiare tutto

Fino a pochi mesi fa poteva sembrare semplicemente una proposta locale ma adesso non lo è più. 

La legge 70 del 7 maggio 2026, entrata in vigore il 10 maggio e dedicata alla “Valorizzazione della risorsa mare”, contiene un intero capo sull’attività subacquea ricreativa.

E l’articolo 14 introduce le zone di interesse turistico subacqueo. Per scegliere queste aree la legge individua quattro criteri: sicurezza, rilevanza paesaggistica e faunistica, rilevanza culturale e soprattutto rilevanza archeologica.

E quando spiega cosa intenda per rilevanza archeologica, la norma cita espressamente relitti di navi, strutture portuali antiche, reperti archeologici e altre testimonianze sommerse del passato.

Difficile leggere quella definizione senza pensare a Baratti.

La legge prevede anche gli itinerari gestiti dai diving

C’è di più. Il secondo comma dell’articolo 14 stabilisce che nelle aree individuate il Ministero del Turismo promuova lo sviluppo di itinerari subacquei attraverso i centri di immersione e addestramento.

Non significa che da domani Baratti possa essere riaperta. 

Il dolium di Baratti (foto d’archivio di Giacomo Guerrieri)

La tutela archeologica resta prioritaria e il Ministero della Cultura conserva tutte le proprie competenze. Inoltre il decreto ministeriale che dovrà individuare concretamente le nuove zone al 9 settembre non risulta ancora adottato.

Ma significa una cosa molto importante. Per la prima volta esiste una cornice legislativa nazionale dentro la quale la proposta di Guerrieri e Lai può essere discussa seriamente.

Non più soltanto “apriamo i dolia ai sub” ma: candidiamo Baratti a diventare uno degli itinerari archeologici sommersi previsti dalla legge.

A Baia lo fanno già

E il modello non va nemmeno inventato. Basta scendere molto più a sud, nel golfo di Napoli. Nel Parco archeologico sommerso di Baia, davanti a Bacoli, i subacquei possono visitare una vera città romana sommersa: ville, mosaici, terme, strade e il celebre Ninfeo dell’imperatore Claudio. Il sito è gestito dal Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Le immersioni vengono effettuate attraverso operatori autorizzati e secondo regole precise.

La convenzione per le visite prevede guide abilitate, gruppi limitati, un numero massimo di immersioni e punti di ormeggio predisposti per evitare che le ancore vengano gettate direttamente sui siti archeologici.

È esattamente il problema sollevato da Lai a Baratti: proteggere, controllare e nello stesso tempo far conoscere.

«Perché a Baia sì e a Baratti no?»

Lai lo dice senza tanti giri di parole. «Quando penso a questo sito penso proprio alla villa romana sommersa di Baia – spiega – Lì i sub possono andare, accompagnati e rispettando le regole. Perché non potremmo farlo anche a Baratti?».

Non significa trasformare un sito archeologico in un luna park subacqueo, anzi: potrebbe significare l’esatto contrario.

Pochi diving qualificati, guide autorizzate, numero chiuso, ormeggi fissi. Briefing archeologico prima dell’immersione, percorsi prestabiliti, assetto corretto e naturalmente divieto assoluto di contatto con i reperti.

E magari proprio i sub come occhi sul fondo, capaci di segnalare danni, spostamenti di sedimento, reti, ancoraggi o anomalie.

È una filosofia che lo stesso Ministero della Cultura sta già utilizzando altrove: la Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo lavora su nuovi percorsi di visita che prevedono differenti livelli di fruizione e accessibilità, insieme ad attività di monitoraggio dei siti.

La boa che non c’è e il reperto che resta

Poi resta l’immagine più semplice di tutta questa storia. Sopra c’è Baratti, la spiaggia, gli ombrelloni, le barche, Populonia che guarda il golfo dall’alto.

Sotto, a una profondità che un sub raggiunge in pochi minuti, c’è un vaso alto un metro e sessanta che qualcuno costruì quando Roma stava diventando un impero.

Reperto nella zona dei dolia

È caduto da una nave. È stato riparato nell’antichità. È sopravvissuto al naufragio, alle correnti, alle mareggiate, alle reti e a quasi duemila anni di storia. 

Gli archeologi lo hanno scavato, i sub lo hanno visto. Poi è tornato al silenzio.

La nuova legge sul mare offre adesso una possibilità che fino a pochi mesi fa non esisteva nello stesso modo: trasformare alcuni luoghi archeologici sommersi in itinerari turistici regolamentati.

Il decreto deve ancora arrivare e la tutela viene prima di tutto, ma forse la domanda di Giacomo Guerrieri e Luca Lai merita finalmente di arrivare fuori dal mondo della subacquea.

Perché un patrimonio può essere difeso nascondendolo oppure qualche volta, può essere difeso con maggiore forza anche insegnando alle persone a conoscerlo, guardarlo e lasciarlo esattamente dove si trova

Sul fondo del mare di Baratti, in questo caso, dove aspetta da duemila anni.

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