Tino di Moscona, la storia del castello che avrebbe potuto cambiare il destino di Grosseto | MaremmaOggi Skip to content

Il mistero del Tino di Moscona: tutti lo vedono, quasi nessuno sa che cos’era davvero

Ogni grossetano lo conosce, ma quasi nessuno sa davvero cosa fosse. Dal colle di Moscona agli Aldobrandeschi, dagli Etruschi al restauro del 2003, viaggio nella storia del monumento simbolo della Maremma
Il Tino domina ancora oggi il colle di Moscona. Attorno a questa rocca circolare gli Aldobrandeschi progettarono Montecurliano, la città medievale che avrebbe dovuto diventare il nuovo centro del loro potere in Maremma
Il Tino domina ancora oggi il colle di Moscona. Attorno a questa rocca circolare gli Aldobrandeschi progettarono Montecurliano, la città medievale che avrebbe dovuto diventare il nuovo centro del loro potere in Maremma

GROSSETO. C’è un luogo che ogni grossetano ha negli occhi. Lo vede tornando da Siena, quando la pianura si apre all’improvviso davanti al parabrezza. Lo ritrova passando da Roselle, sospeso sopra agli olivi, oppure lo cerca istintivamente nelle giornate limpide, quando il suo profilo si staglia contro il cielo.

È lì, da sempre. Per tutti è semplicemente il Tino.

È uno di quei luoghi che appartengono alla memoria collettiva. I nonni lo indicavano ai figli durante i viaggi in macchina, oggi quei figli lo mostrano ai propri bambini. Compare nelle fotografie della Maremma, nelle cartoline, nei racconti popolari e perfino nella canzone Sol per te Maremma, dove entra naturalmente fra i simboli di questa terra. È uno dei paesaggi della nostra infanzia.

Eppure basta fermarsi un momento e porsi una domanda.

Che cos’è davvero il Tino?

Le risposte sono quasi sempre le stesse: una torre, un castello, una vecchia fortificazione. Qualcuno pensa perfino a una cisterna. La verità è molto più affascinante. Quello che oggi chiamiamo Tino non è il castello, ma soltanto la parte che è sopravvissuta al tempo.

Attorno a quel grande cilindro di pietra esisteva una città medievale, con mura, abitazioni, magazzini, cisterne, orti, una chiesa e decine di famiglie. Una città progettata dagli Aldobrandeschi per diventare il nuovo centro della Maremma. Un progetto durato poco più di un secolo, destinato a fallire, ma capace di lasciare in eredità uno dei simboli più riconoscibili del nostro territorio.

Il nome che tutti usano

Anche il nome con cui lo conosciamo racconta una piccola storia. Nei documenti medievali, infatti, il termine “Tino” non compare mai. Gli atti parlano della rocca di Montecurliano, il cuore fortificato del castello costruito dagli Aldobrandeschi sul colle di Moscona.

Il nome con cui lo chiamiamo oggi nasce molto più tardi. Secondo la tradizione popolare deriverebbe dalla forma della grande rocca, simile a un enorme tino da vino, il recipiente in legno utilizzato per la pigiatura dell’uva e la conservazione del mosto. È un’immagine semplice, contadina e, in fondo, profondamente maremmana.

Forse è proprio per questo che il soprannome ha finito per sostituire il nome originario. Oggi quasi tutti parlano del Tino. Pochissimi conoscono Montecurliano e ancora meno sanno che quella grande struttura circolare rappresentava soltanto il mastio, il cuore difensivo di una città molto più grande.

Il colle che non ha mai smesso di essere importante

La storia del Tino, però, non comincia nel Medioevo e nemmeno con gli Aldobrandeschi. Per raccontarla bisogna, per un momento, dimenticare quel grande cilindro di pietra e guardare il colle su cui sorge. Perché il vero protagonista di questa vicenda è Moscona. Un’altura apparentemente come tante altre, scelta dagli uomini per quasi tremila anni.

Ogni civiltà che ha attraversato la Maremma ha riconosciuto su quel colle lo stesso valore: una posizione dominante sulla valle dell’Ombrone, sulle vie che conducevano al mare e sulle colline dell’entroterra. In altre parole, la possibilità di controllare con lo sguardo gran parte della Maremma.

Cambiano i popoli, cambiano i signori, cambiano le città. Il colle, invece, resta. È da qui che comincia davvero questa storia.

Perché proprio Moscona?

Dal colle di Moscona lo sguardo spazia sulla pianura grossetana, sulle vie di comunicazione e verso Roselle. Una posizione strategica che spiega la scelta degli Aldobrandeschi
Dal colle di Moscona lo sguardo spazia sulla pianura grossetana, sulle vie di comunicazione e verso Roselle. Una posizione strategica che spiega la scelta degli Aldobrandeschi

Esiste una domanda che gli archeologi si sono posti per decenni: perché costruire una città proprio lassù?

La risposta non si trova nelle mura del castello, ma nel paesaggio. Chi raggiunge oggi la sommità del colle impiega pochi minuti per capirlo. Da Moscona lo sguardo abbraccia la valle dell’Ombrone, segue le vie naturali che attraversano la pianura, controlla l’accesso a Roselle e, nelle giornate limpide, arriva fino al mare.

Non è soltanto un bel panorama. È un punto di controllo straordinario.

Nel Medioevo, quando il territorio si governava soprattutto con gli occhi, pochi luoghi offrivano un vantaggio simile. Da qui era possibile sorvegliare gli spostamenti lungo la valle, controllare gli accessi a Roselle e mantenere il contatto visivo con gran parte della Maremma centrale.

È una caratteristica che il colle conserva ancora oggi ed è probabilmente la ragione per cui Moscona entra nella storia molto prima della costruzione del castello.

Un colle che attraversa i millenni

Le indagini archeologiche raccontano una vicenda sorprendente. Moscona non diventa importante con gli Aldobrandeschi: lo era già da oltre duemila anni.

I reperti rinvenuti sulla collina documentano frequentazioni che risalgono alla fine dell’età del Bronzo e alla prima età del Ferro. Successivamente il rilievo entra nell’orbita di Roselle, diventando uno dei punti di controllo del territorio della potente città etrusca.

È questa continuità uno degli aspetti più affascinanti emersi dagli studi degli ultimi decenni. Il colle cambia funzione, cambiano gli abitanti, cambiano i poteri politici, ma il suo valore strategico resta immutato.

Ogni civiltà, in epoche diverse, arriva alla stessa conclusione: da qui si domina la Maremma.

Roselle non era sola

Per decenni si è pensato che la storia della Maremma medievale fosse semplice: Roselle declina, Grosseto nasce. Gli studi di Riccardo Francovich hanno dimostrato che non è così.

Fra queste due città esiste un mondo fatto di castelli, pievi, villaggi e luoghi di controllo. Moscona è uno dei più importanti.

Attorno a Roselle si sviluppava una rete di insediamenti collegati fra loro. Moscona, Poggio La Canonica, Mosconcino e altri rilievi svolgevano funzioni diverse ma complementari, formando un sistema territoriale destinato a trasformarsi nel corso dei secoli.

Ed è proprio dentro questa trasformazione che entra in scena la famiglia destinata a cambiare la storia della Maremma. Gli Aldobrandeschi.

Gli uomini che volevano governare la Maremma

Il mastio circolare occupa il punto più elevato del colle. Era il cuore militare e politico della città progettata dagli Aldobrandeschi alla fine del XII secolo
Il mastio circolare occupa il punto più elevato del colle. Era il cuore militare e politico della città progettata dagli Aldobrandeschi alla fine del XII secolo

Alla fine del XII secolo la Maremma è una terra contesa. Le antiche città hanno ormai perso la centralità di un tempo, i nuovi Comuni consolidano il proprio potere e le grandi famiglie feudali cercano di difendere domini costruiti in secoli di alleanze, guerre e matrimoni.

Fra queste, nessuna è più potente degli Aldobrandeschi.

Il loro dominio si estende dall’Amiata fino al mare. Controllano castelli, villaggi, boschi, pascoli e strade. Da oltre tre secoli rappresentano il principale potere della Maremma. Ma anche per loro il mondo sta cambiando.

Roselle non è più la grande città del passato. Grosseto, favorita dal trasferimento della sede vescovile — avvenuto il 9 aprile 1138 per volontà di papa Innocenzo II — e dalla posizione nella pianura, acquista progressivamente importanza. Intanto Siena guarda sempre più a sud, pronta ad allargare la propria influenza. Che poi sarà enorme.

Per gli Aldobrandeschi non è soltanto una questione di prestigio. È una questione di sopravvivenza politica. Serve un luogo capace di riaffermare il loro controllo sul territorio. Serve una nuova città.

Un documento che cambia la storia

Possiamo indicare anche il giorno: 3 agosto 1179. Non è una data famosa, eppure è una delle più importanti per comprendere la storia del Tino. Quel giorno Ildebrandino VII Aldobrandeschi e il vescovo di Grosseto Martino sottoscrivono un accordo destinato a cambiare il destino del colle di Moscona.

Per anni quell’atto è stato interpretato come una semplice permuta di terreni. In realtà rappresenta molto di più: è il punto di partenza di un progetto urbanistico e politico di straordinaria ambizione.

Sul colle di Montecurliano nascerà una città fortificata. Non una semplice rocca, non un presidio militare, ma una città, con abitazioni, una chiesa, spazi destinati alla vita quotidiana e una poderosa fortificazione capace di dominare la pianura.

Per gli Aldobrandeschi è l’occasione per costruire un nuovo centro del proprio potere. Per la Maremma è l’inizio di una storia che durerà poco più di un secolo, ma lascerà un’eredità destinata ad arrivare fino ai nostri giorni.

Una città disegnata prima ancora di essere costruita

C’è un dettaglio che colpisce osservando gli studi archeologici: Montecurliano non cresce spontaneamente, come la maggior parte dei borghi medievali. Nasce da un progetto.

Le ricerche condotte negli ultimi decenni mostrano un impianto urbanistico pensato con precisione: una cinta muraria che racchiude il pianoro sommitale, una porta principale, la rocca nel punto più elevato, abitazioni distribuite lungo le vie interne, cisterne per la raccolta dell’acqua e spazi lasciati liberi per l’espansione futura.

È il segno di una pianificazione accurata. Gli Aldobrandeschi non stanno semplicemente costruendo un castello. Stanno progettando una città destinata a crescere.

È qui che il lavoro dell’architetto grossetano Fabio Mangiavacchi assume un’importanza decisiva. Attraverso il rilievo del sito, lo studio delle strutture e la rilettura delle fonti è stato possibile ricostruire l’organizzazione di Montecurliano con un livello di dettaglio impensabile fino a pochi decenni fa.

Grazie a questo lavoro oggi possiamo fare qualcosa che, fino a poco tempo fa, sembrava impossibile: entrare in una città scomparsa.

Il Tino non era il castello

È probabilmente il più grande equivoco della storia di Moscona. Per generazioni i grossetani hanno identificato quel grande cilindro di pietra con l’intero castello. In realtà il Tino era soltanto la sua parte più importante: la rocca, il mastio, il cuore militare e politico di Montecurliano. Tutto il resto è quasi scomparso.

Le abitazioni sono crollate, le strade sono state inghiottite dalla vegetazione e molte pietre sono state riutilizzate nei secoli successivi. Soltanto la poderosa rocca ha continuato a sfidare il tempo, trasformandosi nel simbolo che oggi tutti conoscono.

Quella che oggi tutti chiamano "il Tino" non era il castello, ma soltanto la sua rocca: il mastio circolare attorno al quale si sviluppava l'intera città di Montecurliano
Quella che oggi tutti chiamano “il Tino” non era il castello, ma soltanto la sua rocca: il mastio circolare attorno al quale si sviluppava l’intera città di Montecurliano

Per capire davvero le dimensioni di Montecurliano bisogna osservare la ricostruzione realizzata dall’architetto grossetano Fabio Mangiavacchi. Non è soltanto un rilievo archeologico: restituisce la forma di una città perduta.

Si riconoscono la cinta muraria che racchiudeva il pianoro, la porta d’accesso, gli edifici addossati alle mura, le cisterne e la grande rocca circolare, collocata nel punto più elevato dell’abitato. Era lì che risiedeva il potere e che, in caso di assedio, si concentrava l’ultima difesa.

Oggi, dopo oltre otto secoli, è proprio quella struttura a continuare a dominare la pianura grossetana. Osservando la planimetria emerge anche un altro elemento. Montecurliano non era cresciuta in modo casuale: ogni edificio occupava una posizione precisa, le vie seguivano un disegno ordinato e gli spazi lasciati liberi all’interno delle mura raccontano una città progettata per espandersi.

Un futuro che, però, non arrivò mai.

Dentro Montecurliano

L'interno della rocca. Attorno a questo edificio si sviluppavano le abitazioni, le cisterne e gli spazi della vita quotidiana della città medievale
L’interno della rocca. Attorno a questo edificio si sviluppavano le abitazioni, le cisterne e gli spazi della vita quotidiana della città medievale

Attorno al grande edificio circolare si sviluppava una vera città medievale. Le mura racchiudevano un’area di oltre un ettaro, all’interno della quale trovavano posto abitazioni, cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, magazzini e spazi destinati alle attività quotidiane.

La disposizione degli edifici, la posizione della rocca e l’organizzazione degli spazi raccontano un preciso progetto urbanistico. Gli Aldobrandeschi avevano immaginato un nuovo centro di potere destinato a crescere.

Paradossalmente, è proprio il destino incompiuto di Montecurliano a permetterci oggi di comprenderne con tanta chiarezza la struttura originaria

La planimetria del castello di Montecurliano, realizzata dall'architetto grossetano Fabio Mangiavacchi, ricostruisce l'organizzazione dell'antico abitato sulla base delle evidenze archeologiche. Il grande edificio circolare sulla sinistra è la rocca, oggi conosciuta come "Tino"; attorno si sviluppavano le abitazioni, le cisterne, gli spazi produttivi e la cinta muraria che racchiudeva l'intera città. Il rilievo è stato anche la base del progetto di consolidamento e restauro eseguito nel 2003 per conto della famiglia Lemarangi, proprietaria della Tenuta Il Poggione
La planimetria del castello di Montecurliano, realizzata dall’architetto grossetano Fabio Mangiavacchi, ricostruisce l’organizzazione dell’antico abitato sulla base delle evidenze archeologiche. Il grande edificio circolare sulla sinistra è la rocca, oggi conosciuta come “Tino”; attorno si sviluppavano le abitazioni, le cisterne, gli spazi produttivi e la cinta muraria che racchiudeva l’intera città. Il rilievo è stato anche la base del progetto di consolidamento e restauro eseguito nel 2003 per conto della famiglia Lemarangi, proprietaria della Tenuta Il Poggione
La vista dall'alto permette di comprendere perfettamente la forma circolare della rocca, ancora oggi leggibile dopo oltre otto secoli.
La vista dall’alto permette di comprendere perfettamente la forma circolare della rocca, ancora oggi leggibile dopo oltre otto secoli.

Il sogno si infrange

Montecurliano nasce con grandi ambizioni, ma la storia prende rapidamente un’altra strada. Negli stessi anni Grosseto continua a crescere nella pianura. Dopo il trasferimento della sede vescovile da Roselle acquista sempre più peso politico, economico e religioso, mentre Siena rafforza la propria presenza nella Maremma.

Per il progetto degli Aldobrandeschi c’è sempre meno spazio. Montecurliano non riesce ad attrarre la popolazione sperata. Nel 1221 gli uomini che giurano fedeltà agli Aldobrandeschi sono appena venticinque. Pochi decenni dopo, all’interno del castello si contano poco più di venti case.

A pesare è anche la geografia. Sul colle ogni goccia d’acqua deve essere raccolta nelle cisterne, mentre Grosseto dispone di condizioni molto più favorevoli per crescere e svilupparsi.

Alla fine è la geografia a vincere sulla politica.

Una città che scompare lentamente

Dopo l'abbandono, Montecurliano si spopolò lentamente. Le abitazioni scomparvero, mentre la rocca continuò a dominare il paesaggio diventando il simbolo del colle di Moscona
Dopo l’abbandono, Montecurliano si spopolò lentamente. Le abitazioni scomparvero, mentre la rocca continuò a dominare il paesaggio diventando il simbolo del colle di Moscona

Montecurliano non cade in una grande battaglia, non viene distrutta da un assedio, ma si svuota lentamente e le famiglie si trasferiscono altrove. Così la vegetazione riconquista lentamente gli spazi costruiti dall’uomo.

Già nel Trecento il castello ha perso gran parte della sua importanza. Nel secolo successivo è ormai un rudere e le pietre iniziano a essere riutilizzate per nuovi edifici della zona, come è accaduto per molti altri insediamenti medievali.

Resta soltanto ciò che era stato costruito per resistere più di tutto. La rocca. Quella che, secoli dopo, i grossetani avrebbero imparato a chiamare semplicemente il Tino.

Le sue mura, spesse quasi due metri, continuano a dominare la valle dell’Ombrone. È grazie a quella straordinaria solidità che oggi possiamo ancora riconoscere Montecurliano da chilometri di distanza. Tutto il resto è diventato paesaggio, il Tino, invece, è rimasto. È diventato il simbolo di una città che non esiste più.

Disegnato prima ancora di essere studiato

Quando gli archeologi non erano ancora arrivati, il Tino aveva già attirato l’attenzione di cartografi, studiosi e viaggiatori.

Una delle testimonianze più preziose è la mappa realizzata nel 1761 dal perito Giuseppe Montucci. Non è una carta archeologica: nasce per descrivere i terreni della comunità di Batignano. Eppure, al centro del disegno, compare proprio Moscona.

Tra Settecento e Ottocento anche numerosi viaggiatori descrivono il colle. Le mura sono ormai in rovina, molti edifici sono scomparsi, ma la possente rocca continua a impressionare chi la osserva.

Nel frattempo, come accadde per molti castelli medievali, anche Montecurliano diventa una cava da cui recuperare materiale da costruzione. È anche per questo che oggi il Tino appare così isolato.

Non è nato da solo. È sopravvissuto agli altri.

La mappa di Montucci , conservata all'Archivio di Stato di Grosseto
La carta realizzata dal perito Giuseppe Montucci nel 1761 testimonia che il Tino era già un punto di riferimento del paesaggio grossetano molto prima dell’inizio degli studi archeologici

Quando la città riemerge

Bisogna attendere il Novecento perché il Tino torni davvero a raccontare la sua storia.

Le ricerche coordinate dall’Università di Siena restituiscono finalmente un volto a Montecurliano. Non più un rudere o una leggenda, ma uno dei siti archeologici più importanti per comprendere il passaggio da Roselle a Grosseto e la trasformazione della Maremma medievale.

Negli anni successivi gli studi di Riccardo Francovich e il lavoro di rilievo e ricostruzione dell’architetto Mangiavacchi permettono di leggere il castello con una precisione impensabile fino a pochi decenni prima.

È poi del 2003 il progetto di ristrutturazione voluto dalla famiglia Lemarangi, proprietaria dell’area, per consolidare i resti del tino. E il lavoro di progettazione è stato affidato proprio a Mangiavacchi.

Basta alzare gli occhi

Il Tino oggi. Rimasto solo dopo la scomparsa di Montecurliano, continua a dominare il paesaggio della Maremma grossetana (foto Mauro Sclano)
Il Tino oggi. Rimasto solo dopo la scomparsa di Montecurliano, continua a dominare il paesaggio della Maremma grossetana (foto Mauro Sclano)

Ogni giorno migliaia di persone passano ai piedi della collina. C’è chi va al lavoro. Chi torna dal mare. Chi percorre la Siena-Grosseto senza farci più caso. Eppure il Tino è sempre lì, silenzioso e immobile.

Da oltre ottocento anni continua a osservare la pianura. Ricorda che, prima della Grosseto che conosciamo oggi, esisteva un’altra città possibile. Una città che non è mai diventata ciò che i suoi fondatori avevano immaginato.

Forse è questo il suo lascito più grande: immaginare la Maremma che avrebbe potuto essere.




Bibliografia

Fonti principali

Fabio Mangiavacchi
Il castello di Montecurliano (Moscona) e il progetto di recupero della rocca. Tesi di laurea e successivi studi sul sito. Rilievi archeologici e progetto di consolidamento della rocca (2003).

Riccardo Francovich
Numerosi studi sul popolamento medievale della Maremma e sull’incastellamento, in particolare attraverso le ricerche dell’Università di Siena.

Roberto Farinelli
Studi sul territorio di Roselle, sul popolamento medievale e sulla trasformazione del paesaggio della Maremma.

Marco Valenti
Pubblicazioni sull’archeologia medievale toscana e sulle metodologie di lettura degli insediamenti fortificati.

Studi e contributi utilizzati

Giovanna Bianchi
Ricerche sull’evoluzione degli insediamenti medievali della Toscana meridionale.

Giuseppe Donati
Studi storici e documentari dedicati al territorio grossetano e a Montecurliano.

Elisabetta Cirigliano
Contributi sul paesaggio medievale e sulle trasformazioni del territorio di Roselle.

Progetto EMPTyscapes
Università di Siena – Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali.
Ricerche sul paesaggio medievale e sugli insediamenti abbandonati della Toscana.

Cartografia storica

Giuseppe Montucci (1761)

Pianta o disegno proporzionato del terso di Mota della Comunità di Batignano…

Archivio storico. Riprodotta e pubblicata dal progetto Imago Tusciae.

Atlante Leopoldino della Toscana

Cartografia storica del Granducato di Toscana.

Fonti archivistiche

Archivio di Stato di Grosseto.

Archivio di Stato di Firenze.

Archivio della Diocesi di Grosseto.

Documentazione medievale relativa ai conti Aldobrandeschi.

Fonti online

Imago Tusciae

Archivio digitale della cartografia storica della Toscana.

Università di Siena

Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali.

Parco Archeologico di Roselle

Materiale divulgativo e scientifico.

Ringraziamenti

Un ringraziamento alla famiglia Lemarangi, proprietaria della Tenuta Il Poggione, per l’opera di conservazione del Tino di Moscona e per il restauro del 2003, e all’architetto Fabio Mangiavacchi, il cui lavoro di ricerca, rilievo e progettazione rappresenta ancora oggi uno dei principali riferimenti per la conoscenza di Montecurliano.

Nota dell’autore

Questo longform è il risultato di un lavoro di ricerca basato su fonti storiche, archeologiche e cartografiche. Le ricostruzioni narrative presenti nel testo si fondano sulla documentazione disponibile e sugli studi scientifici citati in bibliografia. Dove le fonti non consentono certezze assolute, il testo adotta volutamente un linguaggio prudente, distinguendo i fatti documentati dalle ipotesi interpretative.







Ti piacciono articoli come questo? Qui la nostra rubrica “La Maremma che non sai”

Autore

Riproduzione riservata ©

pubblicità

Condividi su

Articoli correlati