GROSSETO. Dietro quelle mura consumate dal tempo, nel cuore della città, ogni giorno passano sofferenza, rabbia, attese e speranze sospese. E ogni giorno, da quasi mezzo secolo, c’è chi entra in carcere per ascoltare, parlare, portare conforto.
È don Enzo Capitani, direttore della Caritas di Grosseto, che dal 1978 frequenta le carceri italiane: prima a Regina Coeli, dove incontrava anche i detenuti delle Brigate Rosse, poi in Toscana, fino alla Casa circondariale di Grosseto.
Dopo i recenti episodi di tensione e violenza nelle carceri di Grosseto e nella Casa circondariale di Massa Marittima, torna con forza il tema del nuovo carcere previsto nell’area dell’ex caserma Barbetti, in via Senese.
«La situazione di questi ultimi giorni rientra in quella che purtroppo è la quotidianità del carcere — dice don Enzo — anche se in questi casi la normalità è stata superata. Però grazie all’intervento delle figure apicali, delle direttrici, del personale e del settore educativo, queste due realtà restano gestibili e molto umane».
Ma il nodo, secondo lui, è chiaro.
«Se c’è qualcosa di positivo nelle due realtà carcerarie non lo dobbiamo alle strutture, non agli edifici, non alla logistica. Lo dobbiamo soltanto alla componente umana di chi opera dentro».
«Il carcere di Grosseto è al limite delle norme di sicurezza»
Don Enzo conosce il carcere grossetano da decenni e non usa mezzi termini.
«Nessuno si preoccupa davvero della struttura chiamata casa circondariale. Quando dico nessuno parto dall’opinione pubblica, ferma ancora a stereotipi come: in carcere hanno la televisione, in carcere si divertono, oppure io butterei la chiave».
E aggiunge: «Queste frasi indicano soltanto una cosa: indifferenza».
Per il direttore della Caritas, il tempo delle attese è finito.
«Della realtà del carcere nuovo si parla da 50 o 60 anni. Fa il paio con un’altra incompiuta storica come l’Aurelia. Mi chiedo: si trovano miliardi per progettare il ponte sullo stretto e non si riesce a trovare una cifra per mettere in sicurezza l’Aurelia e costruire un nuovo carcere a Grosseto?».
Ex caserma Barbetti: «Il terreno c’è, ora servono progetto e soldi»
L’area individuata è quella dell’ex caserma Barbetti, in via Senese.
«Un primo passo concreto è stato fatto — spiega — perché nel periodo del Covid il terreno è passato dal ministero della Difesa al ministero della Giustizia. Ora il terreno c’è, bisogna progettare, stanziare i soldi e partire. Dicono che l’iter è avviato, che il progetto ci sia, lo mostrino».
Per don Enzo la situazione attuale non è più sostenibile.
«Non si può parlare di attenzione alle persone se siamo in un luogo al limite delle norme di sicurezza. Siamo davvero al limite».
«Il carcere in centro città non tutela la dignità delle persone»
Il problema, però, non è soltanto edilizio.
«Il carcere è nel centro della città. Non è solo una questione logistica. È anche una questione di dignità. Non è normale vedere cellulari davanti alla porta mentre escono detenuti con le manette diretti in tribunale o in ospedale».
E il punto centrale resta sempre la persona.
«Se perdiamo la persona, perdiamo tutto. Se uno non è più Omar ma soltanto un musulmano, oppure un magrebino, allora abbiamo già sbagliato prospettiva».
L’appello alla politica: «Chi ha peso istituzionale si faccia avanti»
Don Enzo chiama direttamente in causa la politica locale e nazionale.
«Onorevoli, senatori, consiglieri regionali: chi ha un peso politico deve intervenire. Non mancano in Maremma figure che possono intervenire: penso a Rossi, a Simiani, alla Petrucci, a Marras, a Minucci, alla Bai. Il carcere attuale va chiuso e va costruito ex novo».
«Chi è dentro ha sbagliato, ma ha bisogno di tornare a vivere»
Nel dialogo quotidiano con i detenuti emerge sempre lo stesso bisogno.
«Italiani o stranieri hanno tutti una cosa in comune: sono chiusi e sentono di essere emarginati dal contesto sociale».
La pena, dice, non può diventare esclusione definitiva.
«Hanno sbagliato, certo. Ma non è possibile che oltre alla condanna debbano subire anche l’impossibilità di ricostruirsi una vita, trovare lavoro, trovare casa. E queste sono le uniche cose che impediscono di farceli tornare».
Il modello Bollate e il caso di Matteo Gorelli
Per spiegare cosa significhi davvero riabilitazione, don Enzo cita il carcere di Bollate.
«A Bollate il trattamento educativo prevale sulla sola considerazione della pena. Si lavora sulle misure alternative, sulla formazione, sulle relazioni».
E poi porta un esempio concreto: Matteo Gorelli.
Il giovane, condannato per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Antonio Santarelli a Pitigliano nel 2011, ha costruito un percorso diverso.
«Ha terminato gli studi a Grosseto, ha preso la maturità, poi due lauree a Milano quando è stato recluso proprio a Bollate dopo la Cassazione. Ha lavorato, si è formato, ha scelto di spendere la propria vita nell’educazione».
Un percorso che per don Enzo dimostra una verità semplice.
«Il carcere dovrebbe offrire questo: una linea educativa della giustizia. Perché il problema della giustizia non è il sì o il no alla riforma, riguarda prima di tutto la persona».



