GROSSETO. «Non sono toscano, sono maremmano di Follonica dove sono nato nel 1967». Così si rappresenta Andrea Cordovani con la tipica espressione da guascone che lo circonda da sempre celando la sua vera, opposta, identità .
La sua carriera
Giornalista, direttore di “Autosprint†dal 2016, narratore esperto dallo stile eccellente, inizia la carriera nel 1987 collaborando con il quotidiano “Il Tirreno†dove si occupa di cronaca nera e bianca, sport.
L’hockey su pista lo coinvolge totalmente narrando le splendide vicende del Follonica, che gli valgono il titolo di vice presidente onorario della società , ricorda con orgoglio.
Nel 1995 decide di seguire una delle sue grandi passioni: l’automobilismo. Si trasferisce dapprima a Torino al mensile “Tuttorallyâ€, quindi, due anni più tardi, approda a San Lazzero di Savena (Bologna) ed entra nella redazione di “Autosprint†da dove non è più uscito. Dal 2021 dirige anche “Il cuoioâ€, l’allegato del calcio vintage sul Corriere dello Sport.
In questi giorni è uscito nelle librerie il suo ultimo libro dal titolo “Il mito da rapire. Enzo Ferrari e l’ombra dei sequestri†edito da Minerva.
Una storia da raccontare
«Si può considerare un romanzo – specifica Cordovani – scritto con la mia tecnica, ma è soprattutto un reportage dove ci vengono incontro gli anni ’70, il periodo dove, in Italia, si registrarono il maggior numero di rapimenti di sempre. Ho sempre subito il fascino delle storie, questa l’ho saputa nel 2015 quando andai a Maranello per intervistare l’ex autista di Ferrari. L’ho tenuta ferma per 11 anni, poi ho, finalmente, deciso di metterla su carta. Si fece un giro con la Ritmo elaborata dallo stesso Ferrari, ero seduto davanti, nel suo posto».
Lo spunto del libro è stato il racconto di un episodio accaduto quarant’anni prima quando Ferrari andò dal barbiere. «Vennero fermati due sospetti appartenenti alla banda dei marsigliesi e il sospetto che stessero organizzando il rapimento del costruttore erano molto pesanti – continua Andrea – La vera sfida è stata cercare e trovare tutti i pezzi della storia, metterli insieme e guardare il puzzle finale. Un lavoro molto delicato e difficile».
Cordovani accenna altri contenuti del libro: «Nel 1978 venne rapito un meccanico della scuderia, Enzo si impaurì andando in depressione, nel ’79 fu profanata la tomba di suo figlio Alfredo, per tutti Dino. Da quel momento girò armato. Ho iniziato a guardare Ferrari da una angolazione diversa, la molla decisiva per scrivere l’ho sentita nel 2017 quando fu sgominata la banda che oltraggiò la sepoltura di Dino».
La Maremma nel cuore
«È stata una gran bella fatica – prosegue – di cui sono ampiamente soddisfatto, una storia dinamica, di cronaca nera, un qualcosa che volevo creare». Infine i ricordi: «In tutti questi anni ho conosciuto i più grandi giornalisti italiani, ma non ho mai archiviato le origini di via Bonghi dove ho iniziato questo professione. In quella strada c’erano le redazioni de “Il Tirreno†e “La Nazione†guidate da uomini e cronisti indimenticabili. Essere giornalisti nelle provincie è molto più difficile che nei grandi centri. Ma quelle redazioni testimoniano come si può essere bravi anche in ambienti meno famosi – termina Cordovani – gli insegnamenti avuti sono stati la colonna portante del mio percorso».




