Roberto Dami entra tra i grandi maestri del karate: per lui il prestigioso 9° Dan | MaremmaOggi Skip to content

Roberto Dami entra tra i grandi maestri del karate: per lui il prestigioso 9° Dan

Il fondatore del Kodokan Piombino pratica karate dal 1967. Una vita dedicata alle arti marziali, all’insegnamento e alla formazione: «La soddisfazione più grande resta trasmettere questi valori ai miei allievi»
Il maestro Roberto Dami

PIOMBINO. Quasi sessant’anni trascorsi sul tatami. Era il 1967 quando Roberto Dami entrò nel mondo del karate e della federazione. Da allora quell’arte marziale è diventata una parte della sua vita: prima praticante, poi insegnante, formatore e punto di riferimento per generazioni di allievi.

Oggi il Maestro Roberto Dami, fondatore del Kodokan Piombino, ha raggiunto uno dei riconoscimenti più importanti del suo lunghissimo percorso: il 9° Dan nel Makotokai Karate Do.

Un traguardo che arriva dopo decenni dedicati alla disciplina, ma che per Dami non rappresenta un punto d’arrivo. Perché dietro una cintura e un grado ci sono soprattutto una filosofia, il rispetto dell’altro, il controllo del proprio corpo e la capacità di trasmettere tutto questo ai più giovani.

Con lui abbiamo ripercorso la storia del karate, la sua evoluzione e soprattutto il significato che quest’arte continua ad avere oggi.

Il Maestro Roberto Dami

«Il 9° Dan, una gratificazione enorme»

Maestro Dami, cosa significa raggiungere il 9° Dan?

«I Dan rappresentano i gradi di maestria, mentre i titoli descrivono la qualifica d’insegnamento, come istruttore o maestro benemerito. Nell’ambito delle arti marziali, per prassi, il 10° Dan viene raramente assegnato perché tradizionalmente riservato al caposcuola mondiale.

Il 9° Dan rappresenta quindi il massimo livello raggiungibile a livello pratico e d’onore. Per me è una gratificazione enorme, che arriva dopo decenni di insegnamento e di impegno in federazione».

Da Okinawa al Giappone, le origini del karate

Da dove nasce il karate e come si sono sviluppati i suoi diversi stili?

«Il karate non è nato in Giappone, ma nell’isola di Okinawa. All’epoca era un reame indipendente con forti influenze culturali e commerciali con la Cina.

I maestri viaggiavano per apprendere le arti marziali a Pechino o Fuchow, riportando nell’isola due grandi tradizioni: lo stile “duro” del Nord e quello “dolce”, maggiormente legato all’equilibrio, del Sud.

Solo nei primi decenni del Novecento, attorno al 1922, il karate è stato presentato in Giappone, evolvendosi poi negli stili che conosciamo oggi, come lo Shotokan, il Goju e il Makotokai».

Il Makotokai e la ricerca del controllo

Quali sono le caratteristiche del Makotokai Karate Do, lo stile che pratica e insegna?

«Il Makotokai Karate Do si concentra sulla ricerca dell’efficacia immediata, del controllo totale del corpo e della prevenzione. Privilegia l’azione alla reazione, mettendo la consapevolezza mentale davanti alla pura tecnica.

Durante il combattimento, il kumite, si pratica il contatto pieno, ma sempre in sicurezza grazie al rispetto reciproco, il sonkei, o all’utilizzo di appositi colpitori, gli hukuro.

È uno stile che si avvicina molto all’insegnamento di grandi maestri della Fijlkam come Bibi Gufoni e Pierluigi Aschieri».

Kumite e Kata, le due anime del karate

Qual è la differenza tra Kumite e Kata?

«Il termine Kumite indica letteralmente l’incontro delle mani, quindi il combattimento.

Oggi nel combattimento moderno vengono utilizzate molte protezioni che, se da un lato garantiscono sicurezza, dall’altro limitano il bagaglio tecnico utilizzabile.

Il Kata, invece, è la forma: un insieme di movimenti prestabiliti che custodiscono l’essenza profonda della disciplina e le applicazioni reali di attacco e difesa».

Bambini sul tatami, prima di tutto deve esserci il divertimento

Nel corso degli anni è cambiato profondamente anche il modo di avvicinare i più piccoli al karate.

«Un tempo i bambini non cominciavano prima dei 12 o 13 anni – spiega Dami –. Oggi l’insegnamento giovanile è strutturato con estrema attenzione allo sviluppo articolare e psicologico. L’allenamento deve essere graduale e divertente, anche per evitare che arrivati a 15 anni i ragazzi abbandonino perché hanno perso interesse».

Il karate, sottolinea il maestro, è una disciplina aperta anche alle ragazze e alle donne.

«Nelle prime fasi di apprendimento mostrano spesso coordinazione e maturità superiori ai coetanei maschi. Con il tempo intervengono fattori fisiologici differenti, ma il karate resta una disciplina accessibile a tutti e praticabile a qualsiasi età».

Il saluto, il rispetto e la lezione più importante

C’è poi un gesto apparentemente semplicissimo che racchiude una parte fondamentale della filosofia del karate: il saluto.

«La pratica inizia e finisce sempre con il Rei. Salutare il Dojo, il Maestro e i propri compagni non è un formalismo, ma un atto di rispetto e gratitudine».

Ed è proprio qui che, secondo Dami, il karate può diventare qualcosa di più di un’attività sportiva per un bambino.

«È una vera scuola di vita. Attraverso un percorso ludico e graduale i più piccoli imparano disciplina, autocontrollo e rispetto reciproco».

Il principio è esattamente l’opposto dell’aggressività.

«Il karate insegna a gestire le emozioni, a concentrarsi e ad avere consapevolezza del proprio corpo. Il confronto con l’altro aiuta ad affrontare le difficoltà con determinazione, rispettare le regole e considerare compagni e avversari con lealtà ed equilibrio».

Una vita anche al servizio della federazione

Il 9° Dan è l’ultimo riconoscimento di un percorso nel quale Dami ha ricoperto anche numerosi incarichi.

«Sono stato coordinatore didattico per la Regione Toscana dal 1987 al 2002, commissario regionale degli ufficiali di gara, commissario tecnico regionale e docente nazionale dal 2010 al 2020».

A questi si aggiungono i riconoscimenti del Coni: la Stella di Bronzo al merito sportivo nel 2014 e la Stella d’Argento nel 2019.

Eppure, dopo quasi sessant’anni trascorsi nel karate, Dami sceglie altro quando gli viene chiesto quale sia il riconoscimento che conta di più.

«Al di là dei premi – dice – la soddisfazione più grande resta quella di trasmettere ogni giorno i valori di questa disciplina ai miei allievi».

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