La festa dei cento giorni finisce con l'ex sotto casa: 22enne condannato per stalking | MaremmaOggi Skip to content

La festa dei cento giorni finisce con l’ex sotto casa: 22enne condannato per stalking

Lei aveva festeggiato con i compagni di scuola, ma quando è tornata a casa, alle cinque del mattino, ha trovato il ragazzo che aveva lasciato ad aspettarla. L’aggressione a un amico, le minacce e una relazione segnata dalla gelosia: sconterà un anno e quattro mesi

GROSSETO. Doveva essere una di quelle serate da ricordare, la festa dei cento giorni alla maturità, un appuntamento che per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori ha un significato particolare, perché segna l’inizio del conto alla rovescia verso gli esami e, in qualche modo, anche la fine di un periodo della vita. La ragazza era andata al Tartana di Follonica con i compagni di classe, aveva ballato, trascorso la notte insieme agli amici e cercato di godersi una festa che aspettava da tempo, ma quando, poco prima delle cinque del mattino, due ragazzi si erano offerti di riaccompagnarla a casa, non poteva immaginare che davanti al cancello avrebbe trovato proprio la persona dalla quale stava cercando di allontanarsi.

Il suo ex fidanzato, un 22enne grossetano, era seduto dentro un’auto parcheggiata davanti all’abitazione. La relazione era finita il 15 febbraio, poche settimane prima, dopo mesi durante i quali la giovane aveva raccontato di aver subito schiaffi, insulti, sputi, scenate di gelosia e controlli continui sul cellulare. Da quando lo aveva lasciato, lui aveva continuato a cercarla, presentandosi nei luoghi che frequentava, scrivendole attraverso i telefoni degli amici e arrivando persino nel locale dove lavorava, in un momento in cui era rimasta sola.

Quella notte era riuscito a raggiungerla anche al Tartana e lei, dopo avergli ripetuto di non voler parlare, aveva chiesto agli addetti alla sicurezza di accompagnarlo fuori. Quando era arrivato il momento di lasciare la discoteca, aveva domandato agli stessi addetti di scortarla all’esterno, nonostante fosse in compagnia degli amici, perché temeva che il ragazzo fosse ancora lì ad aspettarla. Non lo aveva visto e si era tranquillizzata, almeno fino al ritorno a Grosseto.

«Subito ho capito che sarebbe successo qualcosa di brutto», ha raccontato successivamente alla polizia, descrivendo il momento in cui aveva riconosciuto la macchina davanti a casa.

Il ventiduenne era sceso dall’auto e si era avvicinato a uno dei compagni che l’avevano accompagnata, chiedendogli chi fosse e cominciando a insultarlo, convinto che potesse essere il nuovo fidanzato della ragazza. Il giovane aveva cercato di evitare lo scontro e, per qualche istante, sembrava che la situazione potesse risolversi senza conseguenze, perché l’ex era risalito in macchina e aveva acceso il motore. Aveva percorso appena un metro, però, prima di fermarsi, scendere nuovamente e tornare verso il ragazzo, colpendolo con alcuni schiaffi al volto.

Il compagno di classe era riuscito a immobilizzarlo, mentre arrivava anche l’altro amico e la madre della ragazza usciva di casa, richiamata da quanto stava accadendo. Era stato chiamato il 112 e soltanto allora il ventiduenne si era allontanato, ma la vicenda non si era conclusa con quell’aggressione: il giorno successivo, infatti, il compagno di scuola avrebbe ricevuto altri messaggi minacciosi, nei quali l’ex fidanzato lasciava intendere che lo avrebbe aspettato fuori dall’istituto.

È uno degli episodi più gravi della storia ricostruita dal tribunale di Grosseto, che il 12 ottobre 2026 ha condannato il ventiduenne a un anno e quattro mesi di reclusione per atti persecutori, al termine di un processo celebrato con rito abbreviato davanti al giudice Giuseppe Coniglio. Una condanna senza sospensione condizionale della pena, alla quale il magistrato è arrivato dopo aver esaminato la denuncia della giovane, le testimonianze di familiari e amici, le fotografie dei lividi e decine di messaggi acquisiti durante le indagini.

Una storia cominciata quando lei aveva diciotto anni

La relazione era iniziata nel dicembre del 2024, quando la ragazza aveva diciotto anni e il fidanzato ventuno. Si erano conosciuti attraverso amicizie comuni e, almeno inizialmente, nulla le aveva fatto immaginare che quel rapporto sarebbe diventato così difficile da interrompere, anche perché i primi mesi erano trascorsi senza particolari problemi, prima che il comportamento del giovane cominciasse a cambiare.

La gelosia era diventata sempre più insistente e le discussioni, secondo quanto la ragazza ha raccontato agli investigatori, potevano nascere per un messaggio ricevuto sul cellulare, per il nome di un amico o per un contatto sui social. Lui pretendeva di sapere con chi parlasse e chi frequentasse, non gradiva che uscisse senza di lui e mostrava fastidio perfino quando lei partecipava alle gite scolastiche.

Con il passare del tempo, le discussioni erano diventate più pesanti e agli insulti si erano aggiunti gli schiaffi, gli sputi, gli strattonamenti e le mani strette con forza intorno alle braccia, tanto da lasciarle segni che, in almeno un’occasione, il fratello aveva deciso di fotografare.

La ragazza ha raccontato di aver provato più volte a interrompere la relazione, senza riuscire a farlo definitivamente, perché al sentimento che ancora provava si era aggiunta la paura delle possibili reazioni del fidanzato, non soltanto nei suoi confronti ma anche verso le persone alle quali voleva bene.

«Ci siamo lasciati più volte e poi io tornavo sempre con lui, un po’ perché c’era sempre del sentimento e un po’ per timore di lui, che potesse farmi del male», ha spiegato la giovane alla polizia.

È un passaggio che aiuta a comprendere perché una relazione descritta come così difficile sia proseguita per oltre un anno, attraversando separazioni e riavvicinamenti, discussioni sempre più frequenti e comportamenti che, nella ricostruzione della ragazza, erano diventati parte della quotidianità.

Gli schiaffi, gli sputi e i lividi fotografati dal fratello

Tra gli episodi precedenti alla separazione definitiva ce n’è uno che risale al luglio del 2025, quando la giovane, dopo una lite, si era ritrovata con lividi evidenti sulle braccia. Il fratello li aveva fotografati il 28 luglio e quelle immagini, conservate nel tempo, sono poi entrate nel fascicolo delle indagini insieme agli screenshot delle conversazioni e ad altro materiale raccolto dalla polizia.

La madre, ascoltata dagli investigatori, ha confermato di aver notato più volte lividi sulle braccia e sul volto della figlia, mentre il fratello ha riferito di aver visto anche una bruciatura sotto un occhio, che la ragazza aveva attribuito a una sigaretta lanciatale dal fidanzato durante una lite.

C’era stata anche una serata, nell’ottobre del 2025, durante la quale la giovane si trovava in centro a Grosseto insieme alle amiche per festeggiare un compleanno. Erano sedute in piazza De Maria quando il fidanzato le aveva raggiunte e aveva cominciato a insultarla davanti a tutte, rivolgendo offese anche alle amiche e arrivando a lanciarle addosso il bicchiere che teneva in mano.

Lei aveva cercato di allontanarsi spostandosi verso piazza del Sale, ma lui l’aveva seguita, continuando a insultarla e strattonandola durante il tragitto verso l’abitazione del fratello, dove aveva deciso di rifugiarsi per trascorrere la notte.

Alcuni ragazzi, che si erano accorti di quanto stava accadendo, avevano chiamato la polizia e anche il fratello era sceso in strada, attirato dalle urla. L’allora fidanzato si era allontanato prima dell’arrivo degli agenti, ma dopo un periodo di separazione i due avevano ripreso a frequentarsi.

Nel racconto consegnato agli investigatori ci sono anche episodi nei quali il giovane avrebbe danneggiato gli oggetti personali della fidanzata, rompendo borse e occhiali durante le discussioni, oppure avrebbe cercato di impedirle di uscire con le amiche.

Il 15 febbraio, il telefono strappato dalla tasca e la decisione di lasciarlo

La separazione definitiva è arrivata il 15 febbraio 2026, durante un’altra serata trascorsa nel centro storico di Grosseto.

I due erano in piazza De Maria, insieme a un’amica della ragazza, quando il giovane aveva cominciato a pretendere di controllarle il cellulare. Lei si era rifiutata e lui le aveva sfilato il telefono dalla tasca del giacchetto, allontanandosi di corsa verso il Duomo.

Quando la ragazza era riuscita a raggiungerlo in una strada laterale, il fidanzato aveva già letto alcuni messaggi e si era arrabbiato per una conversazione nella quale lei aveva raccontato alle amiche che un conoscente del fratello era passato da casa. Era scoppiata l’ennesima discussione e la giovane, dopo essersi ripresa il telefono, aveva deciso di andarsene.

Ma lui aveva continuato a cercarla, fino a presentarsi sotto casa del fratello, dove aveva bussato alla finestra e alla porta, pretendendo la restituzione degli oggetti che le aveva regalato. La discussione aveva coinvolto anche i familiari e il giovane si era allontanato soltanto dopo che gli era stato prospettato l’intervento delle forze dell’ordine.

Quella sera la ragazza aveva deciso che non sarebbe più tornata indietro. Aveva bloccato il numero dell’ex fidanzato, cancellato le conversazioni e interrotto i contatti sui social, cercando di mettere una distanza definitiva tra sé e una relazione che ormai viveva con paura.

Il problema, come avrebbe scoperto nei giorni successivi, era che lui non sembrava disposto ad accettare quella decisione.

I messaggi arrivavano anche dai telefoni degli amici

Dopo la separazione, la ragazza aveva cominciato a ricevere messaggi e telefonate attraverso numeri e profili social differenti, perché l’ex fidanzato, una volta bloccato, utilizzava le utenze di amici e conoscenti per continuare a contattarla.

Gli screenshot acquisiti dalla polizia ricostruiscono una successione di comunicazioni nelle quali il giovane tornava a insultarla, pretendeva di sapere chi frequentasse e insisteva per incontrarla, spesso utilizzando come pretesto la restituzione di regali e oggetti rimasti nelle rispettive abitazioni.

Quando lei bloccava un numero, ne compariva un altro. I messaggi arrivavano su WhatsApp, Instagram e TikTok, talvolta a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, e coinvolgevano anche persone che la ragazza non conosceva direttamente.

In un’occasione, secondo quanto riferito nella denuncia, una giovane le aveva scritto per scusarsi, spiegando che il ventiduenne aveva chiesto in prestito un cellulare sostenendo di avere la batteria scarica e lo aveva poi utilizzato per contattare l’ex fidanzata.

Il contenuto delle comunicazioni era spesso offensivo e, in alcuni casi, minaccioso. La ragazza aveva consegnato agli investigatori anche la schermata di uno stato Instagram nel quale compariva la frase «Non ho mai sparato ma conosco chi ti spara», che aveva interpretato come una minaccia rivolta a lei o alla sua famiglia.

La documentazione digitale ha assunto un ruolo importante nel processo, perché ha consentito di ricostruire la frequenza dei contatti e la continuità delle condotte contestate, anche dopo che la ragazza aveva espresso chiaramente la volontà di non avere più alcun rapporto con l’ex fidanzato.

Quando lui si presenta al lavoro e la trova sola

Il 27 febbraio, poco dopo le undici di sera, la ragazza stava lavorando in un locale quando gli altri dipendenti erano usciti per gettare la spazzatura, lasciandola temporaneamente sola.

Proprio in quel momento, l’ex fidanzato era entrato nel locale e le aveva detto che, una volta terminato il turno, avrebbe dovuto fermarsi a parlare con lui.

La giovane si era spaventata soprattutto per la coincidenza con l’assenza dei colleghi, temendo che il ragazzo avesse aspettato all’esterno il momento più favorevole per avvicinarla. Gli aveva ordinato di uscire, ma lui si era fermato vicino alla finestra, continuando a insistere e accusandola di aver ripreso a seguire un altro ragazzo su Instagram.

Soltanto quando lei aveva minacciato di chiamare la polizia si era allontanato.

Al termine del turno, però, la giovane aveva preferito farsi accompagnare a casa da un collega, perché aveva paura che l’ex potesse aspettarla lungo il tragitto.

La notte del Tartana e l’aggressione davanti al cancello

La vicenda è precipitata nella notte tra l’8 e il 9 marzo, durante la festa dei cento giorni alla maturità organizzata al Tartana di Follonica.

La ragazza era insieme ai compagni di classe quando aveva visto comparire l’ex fidanzato, che inizialmente si era avvicinato chiedendole di parlare. Lei aveva rifiutato, ma lui aveva continuato a insistere, fino a costringerla a rivolgersi alla sicurezza del locale per farlo allontanare.

Una volta fuori, secondo quanto riferito da alcuni amici alla giovane, il ventiduenne aveva continuato a inveire contro di lei, rivolgendole pesanti insulti davanti alle persone presenti.

La ragazza era rimasta all’interno fino a quando non aveva saputo che lui si era allontanato e, quando era uscita intorno alle quattro del mattino, aveva comunque chiesto agli addetti alla sicurezza di accompagnarla all’esterno.

Il gruppo aveva poi trascorso ancora un po’ di tempo a Follonica, prima che due compagni di classe si offrissero di riportarla a Grosseto.

Davanti all’abitazione, però, l’ex fidanzato li stava aspettando.

La discussione con uno dei compagni era degenerata in un’aggressione, durante la quale il ventiduenne aveva colpito il ragazzo al volto, prima di essere immobilizzato e di allontanarsi dopo la chiamata al 112.

La ragazza, la madre e i due compagni si erano poi diretti al pronto soccorso dell’ospedale di Grosseto e, secondo la contestazione formulata dalla Procura, sarebbero stati seguiti in automobile anche durante quel tragitto.

Il giorno successivo, uno dei compagni aveva ricevuto altri messaggi minacciosi.

L’11 marzo la giovane ha presentato denuncia, raccontando agli investigatori non soltanto l’episodio avvenuto dopo la festa, ma l’intera storia della relazione e delle molestie che, secondo la sua ricostruzione, erano cominciate molto prima della separazione definitiva.

«Quando esco mi guardo sempre intorno»

Nella denuncia c’è un passaggio che il giudice ha considerato particolarmente importante per valutare la configurabilità del reato di atti persecutori.

La ragazza racconta di aver smesso di frequentare alcuni locali, di aver evitato per settimane le discoteche e di aver cominciato a uscire soltanto quando poteva essere accompagnata da amici o familiari, perché temeva di incontrare l’ex fidanzato.

«Quando esco ho molta ansia e mi guardo sempre attorno perché ho paura di vedermelo arrivare addosso», ha spiegato agli investigatori, aggiungendo che il giovane si era presentato anche a scuola e che ormai cercava di muoversi sempre in compagnia di qualcuno.

Non era soltanto la paura di ricevere altri messaggi o di dover affrontare una nuova discussione. Era il timore che il ragazzo potesse fare del male a lei o alle persone che le stavano vicino, alimentato anche dagli episodi di aggressività che aveva raccontato di aver subito durante la relazione.

Il giudice Giuseppe Coniglio, nella motivazione della sentenza, ricorda che il reato di stalking non si configura per il solo fatto che una persona invii ripetutamente messaggi o cerchi con insistenza un’altra persona, ma quando quelle condotte provocano conseguenze concrete, come un grave e perdurante stato d’ansia, il timore per la propria incolumità oppure il cambiamento delle normali abitudini di vita.

Nel caso della giovane grossetana, il magistrato ha ritenuto che queste conseguenze fossero state dimostrate, proprio perché la ragazza aveva cominciato a evitare determinati luoghi, a rientrare prima a casa e a chiedere di essere accompagnata per paura di incontrare l’ex fidanzato.

Le testimonianze e le fotografie acquisite dalla polizia

La ricostruzione della giovane ha trovato riscontro nelle dichiarazioni raccolte dagli investigatori e nel materiale documentale acquisito al fascicolo.

La madre ha confermato di aver visto i lividi sul corpo della figlia e di aver letto alcuni dei messaggi ricevuti, mentre il fratello ha riferito di aver notato segni sulle braccia e sul volto, oltre a una bruciatura provocata, secondo il racconto della ragazza, da una sigaretta.

Un’amica ha confermato episodi ai quali aveva assistito personalmente, descrivendo insulti, sputi, aggressioni e minacce. I due compagni di classe che avevano accompagnato la ragazza dopo la festa al Tartana hanno invece ricostruito quanto accaduto davanti alla sua abitazione, compresa l’aggressione subita da uno di loro.

Agli atti sono stati acquisiti anche il referto del pronto soccorso, gli screenshot delle conversazioni e le annotazioni della Squadra Volante della questura di Grosseto.

Nella sentenza, il giudice sottolinea la precisione del racconto della persona offesa e la presenza di riscontri provenienti da fonti differenti, ritenendo dimostrata la responsabilità dell’imputato per le condotte persecutorie contestate.

Il processo, le richieste del pm e la condanna

Dopo la denuncia e l’avvio delle indagini, su richiesta della Procura era stato disposto nei confronti del ventiduenne il divieto di avvicinamento alla ragazza e il divieto di comunicare con lei, misure rimaste in vigore dal 4 aprile al 7 agosto 2026. 

Durante l’interrogatorio di garanzia il giovane aveva ammesso le condotte contestate, circostanza che il giudice ha poi considerato nella determinazione della pena.

Il procedimento è arrivato davanti al giudice dell’udienza preliminare Giuseppe Coniglio il 12 ottobre, dopo che l’imputato aveva chiesto di essere giudicato con rito abbreviato.

Il pubblico ministero Mauro Lavra aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione, con il riconoscimento delle attenuanti generiche in equivalenza alle aggravanti contestate, mentre l’avvocato Adriano Galli, difensore del giovane, aveva sollecitato una pena contenuta nel minimo e la possibilità di sostituire la reclusione con una pena pecuniaria.

Il giudice ha riconosciuto la responsabilità del ventiduenne per atti persecutori, tenendo conto dell’aggravante legata alla precedente relazione affettiva con la persona offesa e della recidiva.

Nella motivazione vengono richiamati anche i numerosi precedenti penali dell’imputato, compresi quelli per reati contro la persona, considerati rilevanti nella valutazione della gravità complessiva della condotta.

Il magistrato ha comunque concesso le attenuanti generiche, valutandole equivalenti alle aggravanti e alla recidiva, anche in considerazione dell’ammissione delle responsabilità e del rispetto delle prescrizioni imposte durante la misura cautelare.

La pena base è stata fissata in due anni di reclusione e successivamente ridotta per la scelta del rito abbreviato, arrivando alla condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Il giudice ha escluso la sospensione condizionale della pena, richiamando la condizione di plurirecidivo del giovane, e non ha accolto la richiesta di sostituire la reclusione con una pena pecuniaria.

Una relazione finita, una vita cambiata

Nella motivazione, il giudice Coniglio richiama anche il significato della parola stalking, che deriva dal linguaggio della caccia e indica il comportamento di chi segue e sorveglia una preda, fino a farla sentire braccata.

È un’immagine forte, ma nella vicenda ricostruita dal tribunale trova una corrispondenza concreta nelle abitudini che la ragazza aveva dovuto modificare dopo la separazione.

Non usciva più volentieri da sola, evitava i locali che l’ex frequentava e cercava qualcuno che potesse accompagnarla quando doveva tornare a casa, perché anche una serata normale poteva trasformarsi nell’ennesimo incontro indesiderato.

La festa dei cento giorni, che avrebbe dovuto essere soltanto un momento di allegria prima della maturità, era finita con una chiamata al 112, un compagno aggredito e un passaggio al pronto soccorso.

E proprio quell’episodio, insieme ai messaggi, alle testimonianze e alle fotografie raccolte dagli investigatori, ha contribuito a ricostruire una storia nella quale la volontà della ragazza di interrompere una relazione non era stata rispettata.

Alla fine, la giovane ha trovato il coraggio di rivolgersi alla polizia e di raccontare quanto era accaduto, compresi gli episodi più lontani nel tempo e le occasioni nelle quali aveva cercato di lasciare il fidanzato senza riuscire a interrompere definitivamente il rapporto.

Il tribunale ha ritenuto attendibile il suo racconto e ha pronunciato una condanna per stalking.

Se anche tu sei vittima di violenza o stalking, oppure conosci qualcuno che sta vivendo una situazione simile, non restare in silenzio: chiama il 1522, il numero nazionale antiviolenza e antistalking, gratuito, attivo 24 ore su 24, tutti i giorni.

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