MAREMMA. Una storia che parla di scegliere se stessi, di una fuga in un altro Paese e di tanto coraggio. Questa è la storia di Marlena, una donna che si è rifugiata in Maremma e ha ricostruito la propria vita. Tutto è cominciato nell’infanzia, quando fu abbandonata da entrambi i genitori, una ferita che l’ha segnata profondamente.
«Mi hanno cresciuta i miei nonni e mio zio e la sua compagna, che per me è come se fosse una madre – racconta Marlena – la mia infanzia è stata difficile, a 14 anni ho tentato il suicidio perché mi erano capitate troppe cose. Poi a 18 anni ho conosciuto questo ragazzo, inizialmente era molto carino e presente. Dopo sei mesi tutto è partito da uno schiaffo».
La storia di Marlena è una di quelle che devono essere raccontate: mostrano che il coraggio, la scelta di salvarsi e anche un semplice gesto umano possono restituire la vita.
L’infanzia e l’adolescenza di Marlena
Nella sua vita Marlena ha conosciuto solo dolore: abbandono, abusi, il tentato suicidio e poi una relazione violenta.
«Mi ha cresciuta la compagna di mio zio, poi quando avevo 13 anni loro si sono lasciati e per me è stato molto difficile. Ma con lei ho sempre un ottimo rapporto, per me è come una madre – spiega – A 14 anni avevo preso delle pasticche, non so cosa mi sia scattato dentro, ma ho trovato la forza di chiedere aiuto ai vicini, che hanno chiamato i soccorsi».
Quelle ferite hanno reso Marlena vulnerabile a un carnefice. Un uomo che sapeva come manipolare, fare del male e terrorizzare.
«L’ho conosciuto quando avevo 18 anni nel locale dove lavoravo, lui ci ha provava con me in continuazione, ma io non lo consideravo molto. Fino alla morte di mio nonno, che per me era come un padre – dice la donna – Ero in un momento in cui ero molto fragile, ero proprio distrutta. Così abbiamo iniziato a frequentarci, inizialmente era presente e amorevole, poi ha mostrato il suo vero essere».
La relazione tossica
I violenti seguono sempre un copione: iniziano con il love bombing, dopo iniziano a farti allontanare dai tuoi affetti e, infine, quando si rimane in quella ragnatela iniziano con la violenza vera e propria, sia fisica che psicologica.
«Dopo sei mesi c’è stato il primo schiaffo e poi è stato un susseguirsi di botte, insulti e privazioni. Chi dice che gli uomini non piangono è perché non ha mai avuto a che fare con i manipolatori: tutte le volte che scappavo lui mi trovava, piangeva e chiedeva il mio perdono – dice Marlena – Io ci credevo, ma poi tornava tutto esattamente come prima. Mi picchiava in casa dei suoi genitori e nessuno, neanche i suoi amici o qualcuno per strada, ha mai provato ad aiutarmi. Quando tornava a casa di sera mi costringeva ad avere rapporti sessuali».
«Mi aveva fatto allontanare da tutti e da tutto, ero rimasta sola. Una volta sono riuscita ad allontanarmi per due mesi: avevo trovato un altro lavoro, una casa e un po’ di pace. Ma lui mi ha trovata e con una scusa mi ha fatta salire in auto – continua – Si è fermato in un bosco e mi ha detto che in auto aveva una pala e un sacco e che se non fossi tornata con lui potevo iniziare a scavarmi la fossa. Lo guardai e gli dissi di fare quello che doveva, perché io non ce la facevo più fare quella vita. Ma lui conosceva bene i miei punti deboli e mi ha detto che conosceva gli spostamenti della mia famiglia. Io lì non ho potuto far altro che tornare con lui».
La fuga per salvarsi la vita
Marlena ce l’ha fatta: dopo l’ennesima aggressione ha trovato il coraggio di scappare.
«Avevo già la valigia pronta perché eravamo andati a trovare mia mamma biologica, con cui ho costruito un rapporto nel tempo. Una volta a casa è partita l’ennesima discussione, ma questa volta ho risposto. Lui mi ha presa e lanciata su un muro di cartongesso e mi ha poggiato il ginocchio sulla guancia – dice la donna – In quel momento avrebbe potuto uccidermi. Appena si è alzato ho preso la valigia e sono scappata scalza dalla casa dei suoi genitori e forse il padre ha impedito che mi prendesse».
Marlena ha dovuto lasciare la sua famiglia e ha dovuto abbandonare quelli che per lei erano i suoi fratelli. Ha dovuto abbandonare un pezzo di se stessa, con la paura di non farcela e che qualcuno potesse ferire i suoi cari. Ma in tutto quel buio c’è stato un gesto che le ha salvato la vita.
«Ero andata in stazione per fuggire un’ora prima della partenza del bus. Mi sono messa a piangere con l’autista e senza che io gli spiegassi da cosa stessi fungendo mi ha aiutata e mi ha fatto partire comunque, credo che mi abbia salvato la vita – dice Marlena – Appena sono scesa dal pullman in Maremma mi sono sentita sollevata, ma non è stato semplice riprendere la mia vita in mano».
La Maremma per Marlena
La storia di Marlena si conclude con una gioia, sua figlia, che in questo articolo chiameremo Luce, perché è quello che ha insegnato alla donna a perdonare, per poi costruirsi una nuova vita.
La mamma di Marlena ha provato ad essere presente nella vita della figlia e negli anni andava a trovarla e l’ha sostenuta a modo suo e ha avuto un ruolo fondamentale nella fuga di Marlena. Infatti, è stata lei ad ospitarla in Maremma, a sostenerla e a insegnarle l’italiano.
«In Maremma ho conosciuto un ragazzo con cui ho fatto una figlia e quando sono diventata mamma ho capito meglio mia mamma – dice – Non capisco le sue scelte, ma capisco tutti i pensieri che si hanno da genitore. E forse, un giorno crescendo insieme a Luce riuscirò a perdonare fino in fondo mia mamma. Ho iniziato, ma è un percorso per cui ci vuole tempo».
«il mio ex è venuto anche in Maremma, ma questa volta l’ho minacciato io: gli ho detto che anche qua ci sono tanti boschi e che qua avrei potuto farlo sparire io – conclude – Infine, ho aiutato anche la ragazza che lui ha avuto dopo di me: le ho detto solo che doveva scappare per uscirne e lei così ha fatto, salvandosi».
La vita della donna è difficile, ma è una storia che va necessariamente raccontata, affinché nessun altro possa vivere quello che ha vissuto Marlena.
Ricordiamo che se foste vittima di violenza non importa quanto siate bloccate nella tela del violento, c’è sempre una via d’uscita. E per iniziare ad uscirne basta chiamare il 1522, attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Inoltre è attiva anche la chat dove poter chiedere aiuto, basta CLICCARE QUI.



