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Riforma agraria 1951 ed Ente Maremma: 75 anni fa la svolta che cambiò per sempre questa terra

Dalla legge del 1950 alla nascita dei poderi e dei borghi rurali: numeri, documenti e memoria di una rivoluzione che ha reso la Maremma una terra viva, agricola e turistica
Uomini e donne della cooperativa San Giovanni, a Marina di Grosseto, in una foto di Archivio Fratelli Gori scattata nel 1952
Uomini e donne della cooperativa di assegnatari San Giovanni, a Marina di Grosseto, in una foto di Archivio Fratelli Gori scattata nel 1952

GROSSETO. Ci sono terre che nascono fortunate. E poi c’è la Maremma.

Prima delle cartoline, prima del turismo lento, prima dei filari ordinati e degli agriturismi immersi nei campi, questa era una terra dura. Inospitale. Segnata dall’acqua stagnante, dalla malaria e dal latifondo.

Se le bonifiche l’avevano resa fisicamente abitabile, fu la riforma agraria del 1950–1951 a cambiarne per sempre il destino sociale ed economico.

Settantacinque anni fa nasceva l’Ente per la colonizzazione della Maremma tosco-laziale, passato alla storia come Ente Maremma. Un nome che oggi sembra quasi tecnico, burocratico. Ma che in realtà rappresenta una delle più grandi trasformazioni territoriali del Novecento italiano.

Sono stati venti anni di profondi cambiamenti: nel 1970 l’Ente Maremma fu sciolto e fu istituito l’Ente toscano per lo sviluppo agricolo forestale.

La legge e la svolta: 1950–1951

Il 21 ottobre 1950 lo Stato approvò la legge che avviava la stagione della riforma fondiaria. La legge è la n. 841 (chiamata “legge stralcio”): è il pilastro della riforma agraria nazionale (espropriazione/bonifica/trasformazione/assegnazione ai contadini). (QUI il testo sulla Gazzetta Ufficiale)

La legge riguardava otto comprensori della penisola (che rappresentavano circa il 29% della superficie agricola e forestale nazionale).

Nel febbraio del 1951 fu istituito l’Ente Maremma per applicarla in un’area vasta che comprendeva la Maremma toscana e parte di quella laziale. Si tratta del Dpr 27 febbraio 1951, n. 66: firmato da Luigi Einaudi è il documento chiave per la Maremma perché contiene le norme di applicazione della legge 841 ai territori di Lazio, Toscana e Abruzzo e soprattutto l’istituzione dell’Ente per la colonizzazione della Maremma tosco-laziale (Ente Maremma). (QUI il testo sulla Gazzetta Ufficiale)

La missione era chiara e radicale, quasi visionaria: espropriare parte dei grandi latifondi, suddividere la terra in poderi numerati, assegnarli a famiglie contadine, costruire infrastrutture e servizi e creare nuovi insediamenti agricoli. Una curiosità, a Maiano Lavacchio c’è un’azienda agricola che produce ottimo Morellino che ancora si chiama Podere 414, dal numero originario della riforma del 1951.

Non era un semplice piano agricolo. Era un progetto di ingegneria sociale e territoriale.

La riforma nazionale fu firmata dal ministro dell’agricoltura Antonio Segni, con Alcide De Gasperi presidente del consiglio, e già inserita in Costituzione da Fanfani. L’attuazione era prevista dal 1950 al 1977, ma in Maremma i primi effetti si videro già dopo due anni: il 19 marzo 1952 al teatro degli Industri di Grosseto il sindaco comunista Renato Pollini accolse il presidente del consiglio Alcide De Gasperi per la consegna dei primi 137 certificati di proprietà agli assegnatari.

Nel dicembre dello stesso anno iniziarono i lavori dell’Acquedotto del Fiora. Perché l’acqua è la benzina dell’agricoltura.

Alcide De Gasperi alla prima cerimonia di consegna dei certificati di proprietà
Alcide De Gasperi alla prima cerimonia di consegna dei certificati di proprietà (foto archivio Fratelli Gori)

I numeri della trasformazione

Tra il 1951 e la metà degli anni Sessanta, l’Ente Maremma operò su decine di migliaia di ettari di territorio.

Furono espropriate vaste superfici agricole, furono creati migliaia di poderi e assegnate terre a famiglie contadine. Allo stesso tempo furono realizzate centinaia di case coloniche, costruiti chilometri di strade poderali, installate reti idriche rurali ed edificati borghi con scuole, ambulatori, servizi essenziali, il cuore della comunità.

L’Ente Maremma espropriò 178.871 ettari e ne assegnò 171.768, realizzando 7.983 poderi dell’ampiezza media di 8 ettari e 11.506 quote agricole dell’ampiezza media di 3,3 ettari.

Nacquero decine e decine di cooperative, alcune delle quali, solo per fare un esempio quelle che oggi sono la Cantina Vini di Maremma e la Cooperativa di Pomonte, ancora esistono.

Il raduno delle cooperative (foto archivio storico Regione Toscana)
Il raduno delle cooperative (foto archivio storico Regione Toscana)

Ogni podere aveva una dimensione studiata per garantire autosufficienza produttiva. Ogni casa colonica era progettata con criteri funzionali moderni per l’epoca.

Non era solo distribuzione di terra. Era pianificazione.

Il paesaggio che oggi consideriamo “naturale” — con i poderi ordinati, le strade dritte che tagliano i campi, le case isolate nel mezzo dei filari — è in gran parte il risultato di quel disegno.

La piana grossetana: da terra marginale a sistema agricolo

Nel grossetano l’impatto fu enorme.

Zone che per secoli erano rimaste scarsamente popolate si riempirono di aziende agricole familiari, nuovi insediamenti e comunità rurali strutturate.

L’Ente non si limitò a distribuire terra: costruì un sistema. Ogni podere era collegato a una rete stradale, ogni borgo aveva servizi, ogni area agricola veniva inserita in un piano di sviluppo complessivo. E qualche nome di località rimane anche oggi, uno per tutti Borgo Carige, sotto a Capalbio.

Una foto storica di Borgo Carige (foto Maremma un tuffo nel passato)
Una foto storica di Borgo Carige (foto Maremma un tuffo nel passato)

La Maremma smise di essere una periferia abbandonata. Diventò un territorio organizzato.

Le famiglie assegnatarie: la vera rivoluzione

Dietro i numeri c’erano le persone.

Molte famiglie arrivarono da altre zone della Toscana, si dice ancora “per fare un maremmano, donna di Pistoia e omo di Scansano”, alcune da regioni limitrofe, molti dal Veneto, basta andare ad Alberese e vedere quali sono i cognomi più diffusi. Erano braccianti, mezzadri, lavoratori agricoli senza terra. E i veneti, che pure all’inizio faticarono ad integrarsi, portarono nuove tecniche di coltivazioni.

Ricevere un podere significava ricevere una responsabilità enorme. La casa colonica non era solo un’abitazione, era il centro di una nuova vita.

Ma non fu tutto rose e fiori.

Gli anni iniziali furono durissimi con terreni da rendere produttivi, debiti da sostenere e tanti sacrifici quotidiani. Ma per la prima volta la terra non era più “di qualcun altro”. Era propria. E questo cambiò per sempre il rapporto tra uomo e territorio.

Le lunghe veglie invernali, il gioco del panforte (lancio del dolce su un tavolo di legno, cercando di farlo arrivare più vicino possibile al bordo, ndr), e la prima trebbiatura sull’aia erano momenti centrali, descritti spesso in foto d’epoca come momenti di grande rito sociale.

Famiglie a pranzo nel periodo della trebbiatura (foto Gori)
Famiglie a pranzo nel periodo della trebbiatura (foto Gori)

Ente Maremma: progettazione, controllo, sviluppo

L’Ente Maremma non fu un soggetto improvvisato.

Produsse infatti piani di esproprio dettagliati, progetti architettonici standardizzati, relazioni tecniche, mappe e cartografie anche studi agronomici. All’Archivio storico de La Grancia è conservata tutta la documentazione relativa alla storia della riforma fondiaria della Maremma tosco-laziale, con ricca collezione fotografica e cartografica.

Il cortile della fattoria della Grancia, con la chiesetta di Santa Maria
Il cortile della fattoria della Grancia, con la chiesetta di Santa Maria

Gli archivi dello splendido ex convento benedettino raccontano una pianificazione meticolosa: dai tracciati stradali alle distanze tra poderi, dalla collocazione delle scuole rurali alla rete degli acquedotti.

Si trattò di una delle più imponenti operazioni di trasformazione territoriale del dopoguerra italiano.

Una foto storica del palazzo sede dell'Ente Maremma, fra via Trieste e via Fucini, ora ospita uffici della Regione
Una foto storica del palazzo sede dell’Ente Maremma, fra via Trieste e via Fucini, ora ospita uffici della Regione (foto Archivio Fratelli Gori)

L’eredità nel paesaggio

Guardando oggi la Maremma dall’alto si legge ancora quel disegno. I campi regolari, le strade rettilinee, le case isolate con corte e annessi agricoli. Non è casualità. È progetto.

La riforma agraria ha inciso nella geografia fisica e nella memoria collettiva.

SFOGLIA LE IMMAGINI dell’Archivio Foto Gori di Grosseto

Una cerimonia di consegna dei poderi, ad Alberese

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Una cerimonia di consegna dei poderi, ad Alberese

Dalla terra al turismo: un filo diretto

Oggi la Maremma è conosciuta nel mondo per vini di qualità, olio extravergine, produzioni agricole identitarie con marchi di eccellenza mondiale, agriturismi, turismo rurale, percorsi outdoor.

Questa seconda trasformazione — quella enogastronomica e turistica — affonda le radici nella prima. La frammentazione del latifondo ha favorito la nascita di aziende agricole familiari. Quelle aziende, nel tempo, si sono evolute.

Senza la riforma agraria non ci sarebbe stata quella diffusione capillare di coltivazioni e produzioni che oggi rendono la Maremma una destinazione di eccellenza.

Il turismo qui non è solo mare. È paesaggio agricolo. È identità contadina. È cultura della terra. È mangiare bene e sano. E non è un caso che in una terra che si affaccia su un mare meraviglioso i piatti tipici, dal tortello, al cinghiale, alla scottiglia, siano tutti piatti di terra. Siamo la patria del pecorino e dei salumi, anche se non mancano produzioni di pesce di qualità, come quelle dei Pescatori di Orbetello, che esistono dal 1960 e sono eredi di una tradizione antica.

Ombre e complessità

La riforma non fu priva di contraddizioni. Fu così potente e rivoluzionaria che portò inevitabili tensioni politiche, difficoltà economiche, anche abbandono di alcuni poderi negli anni successivi, fino a trasformazioni strutturali dell’agricoltura.

Ma il saldo storico resta profondo. La Maremma passò da terra marginale a laboratorio di modernizzazione rurale.

75 anni dopo: perché è ancora attuale

Oggi, nel 2026, parlare di Ente Maremma non è un esercizio nostalgico.

È interrogarsi su rapporto tra territorio e comunità, equilibrio tra agricoltura e turismo, tutela del paesaggio, identità locale, nuove sfide per trasformare quest’area in un laboratorio di innovazione.

La Maremma che accoglie turisti da tutto il mondo è la stessa che settantacinque anni fa fu oggetto di una scelta politica coraggiosa: redistribuire la terra e investire sul territorio.

Il paradiso costruito

Quando si dice che “i maremmani, una volta morti, andranno all’inferno perché in paradiso ci hanno vissuto tutta la vita”, non si parla solo di bellezza naturale.

Si parla di una bellezza conquistata, in almeno tre passaggi che hanno attraversato la nostra storia. La bonifica ha reso la terra salubre, la riforma agraria l’ha resa condivisa, l’Ente Maremma l’ha resa organizzata.

Il paradiso, qui, non è un dono. È il risultato di un progetto.

E settantacinque anni fa, tra mappe, espropri, case coloniche e mani sporche di terra, la Maremma ha iniziato a costruirlo.

La controrifoma in atto, il latifondo finanziario

Va detto che negli ultimi anni è in atto una controriforma, chiamiamola così. L’agricoltura sta profondamente cambiando, si perdono centinaia e centinaia di ettari votati alle coltivazioni tradizionali, su tutti grano e pomodoro, per dare spazio a coltivazioni intensive e redditizie, come l’olivo spagnolo, che dà altissime rendite, ma bassa qualità.

Si sta affermando una sorta di latifondo finanziario, una forma di concentrazione della terra e del capitale legata a logiche finanziarie più che agricole. In altre parole grandi gruppi non tradizionali entrano nel mercato della terra, acquistano ampie superfici agricole, con la gestione orientata alla massimizzazione del valore economico e finanziario piuttosto che alla produzione agricola familiare o alla multifunzionalità.

L’investimento è percepito più come asset di valore che come azienda agricola insediata nel territorio.

Questa dinamica somiglia a una sorta di “latifondo moderno” ma con protagonisti diversi: gruppi imprenditoriali, fondi di investimento, capitali finanziari che aggregano terra su larga scala, spesso per produzioni intensive o come bene rifugio.

(grazie all’Archivio Foto Fratelli Gori per le foto di questo articolo)

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