GROSSETO. Per mesi potrebbe essere sembrato un gioco. Una provocazione. Una delle tante follie che nascono e muoiono sui social, nelle chat private o nelle piattaforme frequentate dagli adolescenti.
Poi però una ragazzina finisce in ospedale in Germania. E quello che fino a quel momento poteva apparire come uno scherzo di cattivo gusto diventa materia per la Procura della Repubblica per i minorenni.
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Filippo Focardi, ha portato venerdì 29 maggio un quindicenne di Grosseto negli uffici della polizia postale per essere ascoltato nell’ambito di un procedimento per istigazione al suicidio.
Al centro dell’inchiesta c’è il video di una ragazzina tedesca che si sarebbe procurata lesioni su indicazione ricevuta attraverso contatti online. La ragazza sarebbe poi stata ricoverata in ospedale, dopo aver scritto il nome del giovane sul muro con il suo sangue. Tra gli indagati, al momento, ci sarebbero due adolescenti grossetani.
Uno di loro, ascoltato dagli investigatori, avrebbe raccontato di essere venuto a conoscenza dei contenuti e delle attività dell’altro ragazzo senza però denunciarli o segnalarli. Sottovalutando, probabilmente, la reale portata di quello che stava succedendo su quei cellulari. Ignorando che il mondo virtuale, in questo caso, avrebbe potuto uccidere davvero un’adolescente.
Dietro quelle immagini, quei messaggi e quelle conversazioni, non c’erano avatar o personaggi virtuali, ma c’erano ragazzi veri.
E vite vere.
Dalle chat ai tagli sul corpo
Gli investigatori della sezione operativa per la sicurezza cibernetica di Grosseto hanno ascoltato parola per parole quello che il quindicenne aveva da dire. Accompagnato negli uffici della polizia dai suoi genitori, il ragazzino ha raccontato tutto quello che sapeva su quel mondo fatto di ricatti emotivi, terrore, sottomissione dolore.
I filmati e contenuti che mostravano autolesionismo e sangue e che finivano con il suo nome scritto su un muro però, non sarebbero stati realizzati per lui ma per un altro ragazzo che frequentava e che utilizzava il nome dell’amico per non far conoscere la sua vera identità.
Lui però, sapeva dell’esistenza di contatti con giovani straniere e di conversazioni nelle quali venivano condivisi contenuti legati all’autolesionismo. La ragazza tedesca, protagonista di quell’ultimo video choc, non sarebbe riuscita, per fortuna, a portare a termine quella “sfida”. E anzi, avrebbe continuato a parlare via chat con il suo aguzzino, anche dopo essere stata soccorsa e portata all’ospedale.
Dettaglio questo, che rende ancora più difficile comprendere dove finisca il mondo virtuale e dove inizi quello reale. Gli investigatori quindi, stanno cercando di ricostruire i rapporti, i contatti e le responsabilità di ciascuno.
Che cos’è Roblox e perché compare nell’inchiesta
Per molti genitori Roblox è semplicemente un videogioco. In realtà è molto di più.
Si tratta di una piattaforma online utilizzata da centinaia di milioni di utenti nel mondo, nella quale i giocatori possono creare mondi virtuali, interagire tra loro e comunicare attraverso sistemi di chat.
La maggior parte delle esperienze presenti su Roblox è innocua.
Negli ultimi anni, tuttavia, diverse autorità internazionali hanno evidenziato come gruppi organizzati abbiano utilizzato piattaforme frequentate da minori per avvicinare adolescenti vulnerabili e spostarli successivamente verso canali più difficili da controllare, come Telegram, Discord o chat private.
Secondo gli investigatori, anche in questa vicenda Roblox avrebbe rappresentato soltanto il primo punto di contatto.
Il mistero del “764”: la galassia oscura delle community dell’autolesionismo
Uno degli elementi più inquietanti emersi dall’inchiesta deflagrata come una bomba a Grosseto, riguarda il riferimento a una comunità chiamata “764”. Si tratta di una sigla che negli ultimi anni è comparsa in diverse inchieste internazionali.
Secondo numerosi report investigativi e analisi specializzate, il fenomeno 764 non sarebbe un’organizzazione tradizionale ma una rete fluida di gruppi online che condividono contenuti estremi.
Alcune cellule o comunità riconducibili a questo universo sarebbero state associate alla diffusione di materiale che promuove autolesionismo, umiliazione, manipolazione psicologica e in alcuni casi istigazione a comportamenti autodistruttivi.
Le piattaforme utilizzate cambiano continuamente, i gruppi si spostano da un social all’altro, gli account vengono chiusi e riaperti.
Per questo motivo le forze di polizia di diversi Paesi stanno monitorando il fenomeno da tempo.
L’inchiesta grossetana sembra inserirsi proprio in questo contesto internazionale. Sugli smartphone di alcuni quindicenni, forse molti di più di quelli coinvolti nell’indagine della procura, circolerebbero infatti video e file di sacrifici di animali e atti di autolesionismo fatti nel nome di sette sataniche virtuali che viaggiano su Telegram o Snapchat.
Quando gli adulti non vedono il pericolo
La parte forse più dolorosa di questa storia non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma forse riguarda soprattutto ciò che non è stato nemmeno compreso. La polizia per la sicurezza cibernetica avrà il compito di accertare le responsabilità dei quindicenni che fino ad oggi sono stati individuati dalla procura dei minori di Firenze.
Ma non servirà probabilmente a cambiare la percezione degli adolescenti rispetto a quello che hanno fatto. Ragazzini che osservano contenuti sempre più estremi senza percepirne fino in fondo la gravità, come se il confine tra realtà e finzione si fosse lentamente dissolto.
Come se vedere qualcuno ferirsi diventasse una scena qualsiasi in un flusso infinito di immagini.
Eppure il punto centrale dell’inchiesta è proprio questo: dietro uno schermo non ci sono personaggi ma ci sono ragazzi.
Quando qualcuno si taglia, quando qualcuno viene spinto a farsi del male, quando una giovane finisce in ospedale, il mondo virtuale smette di essere virtuale e le conseguenze diventano reali.
L’allarme degli esperti: il web non è un videogioco
Psicologi, educatori e investigatori lo ripetono da anni: le piattaforme digitali possono diventare strumenti straordinari di socializzazione e crescita, ma possono trasformarsi anche in luoghi pericolosi quando vengono utilizzate per isolare, manipolare o influenzare adolescenti fragili.
Il fenomeno delle comunità che normalizzano l’autolesionismo rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni per chi si occupa di minori, perché spesso non si presenta con simboli evidenti.
Non arriva con minacce, ma si insinua lentamente, attraverso amicizie virtuali, attraverso gruppi chiusi, attraverso la ricerca di appartenenza.
E quando gli adulti se ne accorgono, talvolta, è già troppo tardi.



