GROSSETO. Un sistema che, secondo l’accusa, si reggeva su manodopera reclutata e portata nei campi, accanto a lavoratori regolarmente assunti. È quello emerso nella prima udienza istruttoria da un processo sul caporalato avvenuto nella mattinata del 28 aprile nel tribunale di Grosseto.
L’inchiesta è partita da un controllo dell’ispettorato del lavoro. Da lì sono scattati gli approfondimenti, le intercettazioni e la ricostruzione dei movimenti, anche attraverso i mezzi utilizzati per trasportare i lavoratori, come alcuni furgoni finiti sotto la lente delle indagini.
Secondo quanto emerso, gli imputati avrebbero avuto contatti diretti con reclutatori, incaricati di trovare manodopera. Alcuni lavoratori arrivavano anche da centri di accoglienza e venivano impiegati in più aziende agricole, dal grossetano al viterbese. Al banco della difesa c’erano le avvocate Sabrina Pollini e Elena Pellegrini, in sostituzione di un altro legale.
I lavoratori e i turni
I numeri sono uno dei punti centrali. In un’azienda risultavano sei dipendenti regolari, ma secondo gli accertamenti ce ne sarebbero stati almeno altri non dichiarati. In totale si parla di circa 23 lavoratori assunti, ai quali si aggiungerebbero altri impiegati senza contratto.
Tutti i lavoratori identificati avevano un permesso di soggiorno. E dagli accertamenti non sono ancora emersi alloggi di fortuna o baracche, ma resta da chiarire dove e come siano stati reclutati alcuni lavoratori.
Il lavoro si svolgeva nei campi, anche tra la Maremma e la zona di Viterbo. Dai Gps installati sui furgoni, che hanno registrato gli spostamenti, i lavoratori stavano nel campo dalle 8 alle 9 ore al giorno, ma in alcuni casi arrivavano fino a 12 ore.
La giudice Agnieszka Karpinska e la vice procuratore onorario Pamela Di Guglielmo hanno ascoltato le parole di alcuni testimoni. Toccherà alle prossime udienze chiarire il quadro emerso dalle indagini. La prossima è per il 15 giugno.




