PORTO SANTO STEFANO. Si chiude con un patteggiamento a sei mesi di reclusione, pena sospesa, il procedimento giudiziario nato dalla morte del piccolo Tyler, il neonato trovato senza vita a bordo della nave da crociera Silver Whisper al largo dell’Argentario nel maggio del 2024.
Il giudice dell’udienza preliminare Marco Mezzaluna ha accolto l’accordo tra la Procura di Grosseto e la difesa della madre del bambino, una cittadina filippina di 30 anni che all’epoca dei fatti lavorava come componente dell’equipaggio della nave. La donna era assistita dall’avvocato Giovanni Di Meglio.
La contestazione rimasta in piedi è quella di abbandono di minore, aggravata dal rapporto di parentela.
L’accusa è cambiata dopo le consulenze
L’esito del procedimento arriva dopo un lungo lavoro di ricostruzione svolto dalla Procura di Grosseto.
Le prime ipotesi investigative erano infatti molto più gravi, ma gli accertamenti medico-legali disposti dal pubblico ministero Giovanni De Marco hanno escluso che la morte del neonato fosse stata provocata da condotte della madre o di altre persone.
Le consulenze hanno stabilito che Tyler morì per cause naturali e che non esisteva un rapporto di causa-effetto tra il decesso e gli eventuali comportamenti omissivi contestati.
Per questo motivo l’originaria imputazione venne modificata nell’ipotesi di abbandono di minore, senza l’aggravante della morte come conseguenza del reato.
La pena concordata
Applicando le attenuanti e la riduzione prevista per il rito alternativo, la madre ha concordato una pena di sei mesi di reclusione con sospensione condizionale.
Secondo quanto emerso durante le indagini, la donna aveva spiegato di aver nascosto la gravidanza e poi il bambino per il timore di perdere il lavoro a bordo della nave.
La posizione delle altre due imputate
Nel procedimento erano coinvolte anche due colleghe della donna, che dividevano con lei la cabina sulla Silver Whisper, accusate in concorso dello stesso reato.
Le due donne, assistite dagli avvocati Mario Fabbrucci e Francesca Tancredi, oggi risultano però irreperibili e non si trovano in Italia.
Per la loro posizione resta quindi aperta la possibilità di una pronuncia di improcedibilità, destinata a essere revocata qualora venga accertato che abbiano ricevuto regolare conoscenza del procedimento penale a loro carico.



